Mercoledì, 18 Luglio 2018
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Sara Putignano: Effetto rinnovamento!

Sara Putignano, pugliese classe 1986, è ormai più che una promessa del nostro panorama teatrale. Nel 2016 ha infatti vinto il Premio Virginia Reiter, come miglior attrice italiana “under 35” e il Premio Eleonora Duse come miglior attrice emergente.

È attualmente protagonista di “The effect” di Lucy Prebble , per la regia di Silvio Peroni, in scena al Teatro Sala Umberto fino al 29 Aprile.

 

Puoi parlarci di “The effect” e del tuo personaggio?

 “The effect”, come recita il sottotitolo, è un testo che parla di quattro persone che amano e che soffrono. È ambientato in una clinica, dove viene testato un nuovo farmaco antidepressivo. Protagonisti sono i due ragazzi che decidono di partecipare a questa sperimentazione, Connie e Tristan, e i due dottori che seguono l'esperimento, Toby e Lorna, la quale, si scoprirà, ha avuto in passato crisi depressive e una relazione con Toby.

È un testo che parla d'amore e lo fa attraverso il suo nemico, la depressione. Succede infatti che i due ragazzi durante l’esperimento si innamorano e quindi non riescono più a capire se l’innamoramento è frutto del farmaco o prescinde da esso.

Il mio personaggio si chiama Connie, ha 26 anni, ed è una studentessa in psicologia, affascinata dalla sperimentazione e dal tema della depressione. È una ragazza che ha una sua vita fondata su delle certezze, fra cui la relazione con un uomo più grande di lei. Incontrando Tristan, completamente diverso da lei sia caratterialmente che socialmente, arriva a provare delle emozioni che non ha mai provato, che la conducono ad una profonda crisi esistenziale rispetto a quelle che sono la sua vita e le sue certezze e non riesce più a riconoscere quella che è la realtà.

 

Nei dualismi che il testo sembra contrapporre, a quale parte, vorrei dire a quale emisfero cerebrale, ti senti più vicina?

Connie afferma che quello che loro provano è frutto del farmaco che stanno prendendo e che quindi non si può in qualche modo valutarlo come qualcosa di oggettivo e quindi di cui fidarsi. Tristan invece sostiene che alla fine le cose succedono, non importa come, è che comunque siamo sempre noi e non si può far finta che tutto quello che proviamo non ci appartenga. Non importa per come accade, perché non c'è nessun farmaco che possa farti provare qualcosa, se non c’è effettivamente un interesse.

Come Connie, penso che tutto ciò che viviamo è frutto di circostanze e anche, probabilmente, di bisogni; però c'è sicuramente una parte della mia vita che invece tutela il mistero delle cose e la magia del perché a volte nascono dei sentimenti o delle situazioni completamente inaspettate, che meritano uguale attenzione emotiva a scapito di una attenzione mentale. Se mi si chiede quindi in quale parte dell’emisfero cerebrale io mi colloco, credo che sia una via di mezzo fra i due personaggi: c’è un atteggiamento di analisi, di logica rispetto a quello che uno vive, però anche un desiderio di lasciarsi andare a qualcosa che non si può collocare, né capire.

 

Il Teatro può notoriamente essere una terapia. Per te lo è stato?

Il teatro è sicuramente uno strumento di conoscenza, sia degli altri, intesa come umanità, e quello che un attore fa è appunto avvicinarsi ad altri mondi per poterli comprendere, interpretare e vivere, ma anche uno strumento per conoscere sé stessi, perché nel momento in cui hai a che fare con un lavoro sulla tua emotività e sul mettere in campo il tuo corpo, naturalmente questo agisce e reagisce, anche secondo un proprio percorso, un proprio vissuto e a volte si scoprono delle cose che magari non ci si aspettava di sapere.

Quindi aiuta molto a comprendere sé stessi, per poter poi capire nell’avvicinarsi ad altre psicologie quali elementi di sé far prevalere o no per riuscire ad interpretare un personaggio.

Diciamo però che per me il teatro non è stata una vera e propria terapia; mi piace anche molto fare un percorso a parte rispetto a quello lavorativo.

Lucy Prebble è un’autrice giovane. Molti autori, registi ed attori, giovani come te, si affacciano sulle scene dimostrando talento e passione. Insomma il Teatro è materia viva e pulsante. Pubblico e istituzioni riescono ad andare di pari passo con questo continuo rinnovamento?

Credo che pubblico e teatro facciano un po' di fatica ad andare di pari passo con il rinnovamento, rispetto a testi, attori e registi. Un po’ perché comunque, con il teatro di regia e delle programmazioni che hanno seguito delle linee molto forti, nel corso del tempo si è creata un'abitudine del pubblico a un certo tipo di teatro. Il fatto però che noi, con “The effect”, siamo alla “Sala Umberto” rappresenta comunque una grande apertura verso degli spettacoli con una natura diversa, rispetto a quelli che sono usualmente in programmazione.

Questo per lo spettatore può essere spiazzante, sia in senso negativo che positivo. Trovo che comunque sia un segno importante da dare quello di far entrare man mano altro modi di vedere e intendere gli spettacoli teatrali, perché hanno a che fare anche con drammaturgie molto diverse.

Certamente credo che in Italia la drammaturgia contemporanea fatichi un po’ a farsi strada; sembra che ci debba essere una grande dose di forza e fortuna per riuscire a trovare uno spazio. In Inghilterra c’è un costante movimento rispetto a nuovi testi e nuovi registi e gli autori riescono a vivere di questo mestiere. Comunque penso che pian piano, riuscendo a scardinare delle piccole cose, si possa in qualche modo riuscire a fare un po' di spazio.

Credo che giochi anche molto a sfavore il fatto che, a volte, prevalgono, perché reputati vincenti sulla carta, spettacoli che hanno dei nomi conosciuti, attori o titoli, in quanto questo viene dato come caratteristica che attira pubblico. Questo tipo di atteggiamento mentale va a scapito di quello che è il nuovo, perché, per paura di fare degli investimenti pericolosi si cerca di andare sul sicuro. Ma è in realtà una sicurezza relativa. Penso infatti che, se si riesce ad acchiappare il pubblico con uno spettacolo di cui non conosce titolo ed attori e lo spettatore esce dalla sala con la sensazione di aver visto qualcosa che lo ha colpito profondamente, sia comunque qualcosa di vincente per il teatro in generale e non solo per ciò che riguarda il nuovo.

 

Teatro, cinema e oggi serie televisive moltiplicano l’offerta per attori e spettatori. Quali prerogative risultano esclusive del teatro, ovvero cosa il teatro offre , sia ai protagonisti che al pubblico, di diverso ed unico rispetto alle altre forme di espressione?

La prerogativa del teatro rispetto al cinema e alla televisione è quella di essere uno spettacolo dal vivo e, come tale, ogni sera è unico e irripetibile e si nutre del momento presente, fatto anche e soprattutto dalla presenza del pubblico, con il quale si crea uno scambio reciproco di energia ed emozioni per tutto il corso del racconto della storia.

 

Puoi parlarci dei tuoi progetti futuri?

Di quelli che non sono certi, pur belli, preferisco non parlare per scaramanzia. Sicuramente riprenderò un progetto realizato l’anno scorso con il Teatro Franco Parenti di Milano e spero tantissimo di poter riprendere uno spettacolo che amo molto: “Lungs” di Duncan Macmillan, con la regia di Massiniliano Farau.

 

Valter Chiappa

24 aprile 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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