Mercoledì, 18 Luglio 2018
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L’improvvisazione come veicolo culturale e sociale. Intervista a Fabrizio Lobello, regista di B.L.U.E., il musical completamente improvvisato

Il 16 e il 17 Giugno 2018, al Teatro Spazio Diamante di Roma, è andato in scena B.L.U.E. il musical completamente improvvisato, spettacolo prodotto e realizzato dalla compagnia de I Bugiardini (recensito da La Platea a questo link). Fabrizio Lobello, direttore artistico dello spettacolo, si racconta alla nostra testata.

Partiamo dalla vostra Compagnia: la cosa che mi ha incuriosito è la vostra particolare organizzazione, che conta anche sulla fondamentale presenza di una band dal vivo. Qual è, dunque, la storia dei Bugiardini e come vi spartite i ruoli in fase di produzione?

I Bugiardini nascono circa 10 anni fa, esattamente nel 2008, quando, incoraggiati dalla passione per il teatro, con particolare riguardo per l’improvvisazione teatrale, decidono di costituirsi stabilmente in una compagnia impegnata non soltanto nella produzione di spettacoli ed eventi ma anche in attività di formazione aziendale, corsi di improvvisazione, ricerca e sperimentazione. La compagnia è composta da sette membri, sebbene non manchino confluenze e scambi con chi, come noi, esercita il mestiere dell’improvvisatore, in Italia e all’estero. Nel caso di questo progetto in particolare, ad esempio, essendoci ispirati alle atmosfere, alla musica e alla narrazione tipica dei musical di Broadway, abbiamo coinvolto nel nostro lavoro improvvisatori predisposti non solo alla recitazione ma anche al canto e al ballo; preziosa è, inoltre, la collaborazione con la B.L.U.E. Band, diretta dal maestro Fabio Pavan, il cui apporto allo spettacolo è di fondamentale rilevanza. Trattandosi di improvvisazione parlare di “ruoli” potrebbe sembrare inadatto, ciò nonostante riconosciamo, a chi dispone di particolari attitudini, delle mansioni. Nel mio caso, ad esempio, è mio compito vestire i panni del “regista”, sebbene questa funzione abbia spessore solo in fase di produzione, giacché, una volta saliti sul palco, ciò che accadrà non lo sappiamo neanche noi e, come tutti, divento semplicemente un performer al servizio della storia. Il mio sostegno al lavoro di gruppo, pertanto, emerge soprattutto durante gli allenamenti, che spesso coordino organizzando il training e curando lo stile estetico dello spettacolo. Nel caso della preparazione coreografica, invece, spesso ci affidiamo ad un membro interno del nostro cast, Simona Pettinari, laureata presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma e specializzata in danza classica e contemporanea.

Come è nata l’idea di coniugare l’improvvisazione teatrale con un genere, invece, tanto strutturato come il musical?

È stata quasi un’esigenza valorizzare in modo nuovo la musica, che nel contesto dell’improvvisazione teatrale si è sempre usata, seppur talvolta in modo marginale. Il nostro obbiettivo è stato quello di far sì che essa arrivasse a costituire un armonico fil rouge in grado non solo di legare brandelli di storia per dare loro un senso logico, ma anche di elevarsi allo status di musa ispiratrice, piuttosto che restare ingabbiata nella condizione di semplice orpello sonoro. Nel musical abbiamo trovato la forma ideale al nostro scopo, l’habitat perfetto per fondere linguaggi diversi, in una compresenza ben integrata e organica. In seconda istanza, quella di impastare codici diversi è stata una sfida che immediatamente ci ha conquistato, specie in quanto, di fronte ad un spettacolo che richiede al contempo una vigile attenzione al canto, alla danza e alla resa autoriale e attoriale, il rischio dell’errore è assai più elevato; eppure è proprio in ciò che dimora parte del valore deontologico dell’improvvisazione, nella quale, più esattamente, l’errore non costituisce un ostacolo ma la possibilità di guidare l’intreccio verso strade inesplorate e imprevedibili.

In fase di lavorazione, che tipo di training mettete in pratica e quale processo tenete a mente quando sul palco vi muovete in modo completamente improvvisato tra la stesura estemporanea della drammaturgia e la messa in scena?

Il format è stato portato in scena dopo due anni di ricerca. Il processo è stato lungo e, a seguito di molto lavoro, abbiamo proposto un’anteprima pilota, alla quale è seguito un ulteriore periodo di smussamento di quelli che consideravamo ancora spigoli da rimuovere. Il perfezionare progressivamente il prodotto ci ha portati, in modo quasi inevitabile, ad impostare anche una metodologia di training da attuare in fase di allenamento. Rifuggiamo qualunque tipo di struttura e, nel momento in cui riconosciamo la presenza eccessivamente ridondante di pattern, ci impegniamo a distruggerli. Dunque non facciamo riferimento ad alcun sistema. Ci atteniamo piuttosto ai principi basilari della drammaturgia. È la storia a guidarci.

B.L.U.E. è senz’altro uno spettacolo pluridisciplinare che, in quanto tale, richiede una concentrazione multitasking. Personalmente, tra la performance canora, quella attoriale e quella coreografica, quale delle tre ti richiede maggiore attenzione?

Senz’altro la coreografia. Non essendo un ballerino, per ora prendere l’iniziativa sulla danza è qualcosa che ancora mi risulta difficile. Il pubblico sembra comunque apprezzare la faccia tosta con cui proponiamo le nostre coraggiose coreografie con tutta l’energia che abbiamo a disposizione!

Quali sono le potenzialità del teatro di improvvisazione e qual è la sua attuale condizione in Italia?

Il movimento dell’improvvisazione sta crescendo molto. Fino agli anni ’70 questa era intesa unicamente come uno strumento di avvicinamento al testo o uno espediente che potesse sostenere un canovaccio. Ad oggi, invece, grazie soprattutto alla nutrita ricerca svoltasi tra Canada ed Europa, ritengo che l’improvvisazione, nata in risposta al teatro impostato e canonizzato, possa imporsi come un necessario veicolo culturale e sociale, cosa che in parte deve ai suoi contorni pop e ad un appeal immediato che genera interesse e curiosità. È un buon momento per essere un improvvisatore ed è un buon momento per essere uno spettatore di improvvisazione teatrale.

Tornando a B.L.U.E., quali potrebbero essere le criticità più significative durante l’esecuzione di un tipo di spettacolo come questo?

In uno spettacolo come B.L.U.E. tutti improvvisano, non soltanto noi attori o i musicisti ma anche i fonici e gli addetti all’impianto luci, che, non disponendo di una scaletta, prestano eguale attenzione all’evoluzione della storia e devono avere la prontezza di intervenire tempestivamente. Può, però, capitare che ci siano dei rientri acustici, dei fischi o dei bui dati nel momento meno opportuno, i quali vengono incorporati nella storia, la esaltano, la impreziosiscono di un dettaglio che non manovriamo noi direttamente e che, talvolta, può persino assumere il ruolo di un deus ex machina che porta alla risoluzione degli eventi.

Avete un tipo di teatro o un artista che rappresenti una fonte d’ispirazione per il vostro lavoro?

L’improvvisazione è un’arte ancora sperimentale e, in quanto tale, necessita di non ignorare nulla. Siamo in fase di assorbimento, quindi ogni afflusso è per noi vitale e rinvigorente. Ognuno si ispira singolarmente a qualcuno o a qualcosa; come compagnia, invece, ci rifacciamo agli insegnamenti di Keith Johnstone, uno dei guru dell’improvvisazione teatrale moderna. Per quanto riguarda più specificatamente B.L.U.E., invece, i The Showstoppers sono una compagnia londinese, vincitrice di un Olivier Award, che persegue da molto più tempo lo studio del musical improvvisato e alla quale ci siamo fortemente legati per acuire la nostra conoscenza e abilità.

La vostra compagnia lavora anche all’estero. La lingua risulta un problema per gli spettacoli o elaborate dei format che facciano di questa barriera un singolare punto di forza?

Proprio a questo proposito abbiamo elaborato e prodotto uno spettacolo che mira ad abbattere la distanza linguistica utilizzando il silenzio. “Shhh - an improvised silent movie” è un vero e proprio film muto improvvisato, con musiche, storie e tematiche ispirati allo stile e alle atmosfere del cinema muto, con alle spalle già diverse repliche tra Germania, Portogallo, Regno Unito, Canada e Stati Uniti e ben tre partecipazioni al prestigioso Fringe Festival di Edimburgo. Un tratto distintivo ed identitario dello spettacolo è, però, anche la forte italianità che traspare da esso. La limitazione imposta dal silenzio ci ha, infatti, condotto ad esplorare nuove possibilità, con le quali siamo giunti a conferire uno straordinario risalto al ricco repertorio di gesti ed espressioni facciali che contraddistingue la tradizione italiana, e all’estero questa cosa piace molto.

Un tratto distintivo del vostro spettacolo è senz’altro l’intensa complicità con il pubblico, invitato ad un’interazione molto partecipata: appena avete chiesto alla platea un’ambientazione e un titolo per il vostro musical non c’è stata alcuna esitazione e subito si sono levate più proposte. In merito, dunque, agli input ricevuti: quanto è determinante il loro rilievo nella costruzione della storia?

Noi pensiamo al pubblico come ad un altro improvvisatore e quello che gli spettatori ci forniscono ci ispira enormemente. Saliamo sul palco con un foglio bianco in mano e iniziare a raccontare una storia quando qualcuno scrive per te le prime righe è un contributo impagabile. Ci interessa chiaramente rispettare la volontà del pubblico ma il modo in cui gli input vengono utilizzati può variare e dipende infatti dalla piega che assume il lavoro durante il suo decorso. Alle volte, quindi, il suggerimento iniziale ci consente di avviare la narrazione con un’idea di partenza molto solida, altre invece può rimanere semplicemente un riferimento che lentamente sfuma per consentire alla storia di rendersi autonoma.

Per concludere un domanda rivolta esclusivamente a te: qual è la tua personale definizione di improvvisazione teatrale?

Perdersi nel gruppo. Nell’improvvisazione teatrale è indispensabile annullare il proprio ego per onorare l’identità del gruppo. Senza i miei colleghi sulla scena risulterei banale e, ad ogni modo, finirei presto con l’annoiare chi mi guarda. L’improvvisazione teatrale, al contrario, ha l’esaltante potere di fare in modo che nasca una storia che né io né tu avremmo mai raccontato da soli.

E invece quale è stata per te un’esperienza memorabile da spettatore?

Nel ‘98/’99, in televisione, iniziarono ad essere trasmessi i primi match di improvvisazione teatrale. Era la prima volta che mi imbattevo in qualcosa del genere e rimasi stregato nel vedere persone che affrontavano l’ignoto col sorriso sulle labbra e il massimo del divertimento. Restavo attaccato alla televisione nell’illusione che un giorno tutto quello che vedevo lo avrei fatto anche io.

Il prossimo appuntamento con I Bugiardini e con “B.L.U.E. Un musical completamente improvvisato” è a Roma, al Teatro Sette, dal 25 al 30 settembre.


Giuditta Maselli
19 giugno 2018

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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