Sabato, 23 Giugno 2018
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Processo per stupro, la battaglia silenziosa e omertosa della disuguaglianza socioculturale

Recensione di Processo per stupro in scena dal 2 al 26 marzo 2018 presso Eliseo Off

 

La legge è uguale per tutti.
È questo ciò che si legge appena si mette piede nel foyer della seconda balconata del Teatro Eliseo, allestita a mo’ di aula di tribunale. Tre tavoli, due disposti sulla sinistra, uno disposto sulla destra.
I primi due per gli avvocati, uno per gli imputati, l’altra per la parte lesa. L’altro, quello sulla destra, per il Presidente del Collegio giudicante che presiederà il processo. Un processo per stupro.
Perché questo non è uno spettacolo.


Per la prima volta non si assiste a quella che è una mini rappresentazione. A partire da quest’anno, infatti, il Teatro Eliseo propone una rassegna di piccoli spettacoli che si tengono nel foyer della seconda balconata al costo di un biglietto per il cinema; piccoli appuntamenti che possiamo classificare a metà strada tra teatro e incontri “intellettuali”.
Processo per stupro ha origine in un documentario del 1978 trasmesso per la prima volta sul secondo canale della RAI, ed è da uno spezzone di questo documentario che si parte.
Il pubblico viene fatto accomodare in questa «aula di giustizia» per assistere al processo… sembra quasi di far parte di una giuria chiamata a rispondere e a giudicare su quanto sta accadendo. L’impressione è quella, non vi è alcun dubbio: il teatro, la scenografia, gli attori sono scomparsi. Al loro posto c’è un giudice, gli avvocati, gli imputati e la vittima. Il reato a loro ascritto è quello di violenza carnale nei confronti di una diciottenne non consenziente. Per cinquanta minuti – la durata di questa rappresentazione – ci si indigna, si lotta, ci si difende, si riflette. Si resta muti e impotenti e, nel contempo, si partecipa al procedimento giudiziale in corso. Anche il pubblico si spoglia delle sue vesti di «spettatore di teatro» per indossare le sue vesti abituali, che sono quelle meramente di pubblico uditore. In pochi attimi, Fiorella, questo il nome della vittima, passa da capro espiatorio a imputata, da ragazza innocente a donna di facili costumi, viene additata come prostituta. Le viene offerto come risarcimento del danno la somma di due milioni di lire, somma che in accordo col suo avvocato, Tina Lagostena Bassi, decide di accettare ma solo per devolverla ad una associazione contro la violenza sulle donne, perché quello che in realtà viene chiesto è giustizia.
Quale giustizia? Di che tipo?
“Noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali, ed attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi quella che è la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto” risponderà al Presidente l’avvocato Tina Lagostena Bassi nella sua arringa finale. Il processo si concluderà con una condanna di poco meno di due anni di reclusione per gli imputati (in tutto quattro), presto rilasciati in libertà condizionale.
In Processo per stupro l’abuso che viene raccontato e deciso di mandare in onda nel 1978 avvenne vicino Roma. La vittima era una lavoratrice in nero sequestrata e violentata per un pomeriggio intero da un conoscente e altri tre uomini che, con la scusa di una proposta di lavoro come segretaria, l’avevano invitata in una villa per discuterne. Gli imputati, che al momento dell’arresto confermarono il fatto, cambiarono presto la loro versione, dichiarando durante la fase istruttoria che il rapporto era stato consensuale e pattuito con la ragazza per un compenso di duecentomila lire.
Indigna la pena a cui furono condannati gli stessi imputati per un reato così grave che all’epoca, però, ancora non era classificato come reato contro la persona, bensì solo come reato contro la morale. Fu solo con la legge numero 66 del 15 febbraio del 1996 che, finalmente, s’iniziò a parlare di stupro introducendo nel codice penale il reato di violenza sessuale che tutela la sfera della libertà personale di un individuo.
Tuttavia, nonostante gli sforzi e i passi avanti che sono seguiti con gli anni nel nostro ordinamento, a livello socioculturale tutto è rimasto invariato.
Processo per stupro è quindi un monito, si prefigge lo scopo di conseguire un ravvedimento prima di tutto nella coscienza sociale e poi in quella culturale. Non siamo poi così lontani dalle altre culture dei popoli orientali; ciò che sappiamo fare bene è solo criticare, ma senza guardarci dentro e fare i conti con noi stessi.
Per quanti si scandalizzano, rifiutano ancora che avvengano episodi di violenza sulle donne, in realtà non fanno nulla perché ciò non accada più. Sono dei complici silenziosi della libido, della brutalità e del dominio, appoggiano la cultura di massa della donna intesa come schiava, oggetto, come strumento dei propri servigi. Se osa ribellarsi, è la fine. Vietato scegliere, dunque, vietato parlare, vietato pensare.
Vietato desiderare. Vietato essere.
La lotta per l’emancipazione femminile è solo un concetto che ritroviamo nei libri di storia, una chimera sospesa in aria nei talk show televisivi, un’ombra pronta a minacciare e incombere sull’uomo (o almeno è così che viene percepita). Un processo latente, in potenza ma mai divenuto in atto. Perché c’è sempre qualcuno pronto a fermarlo, ed impedirgli di farsi avanti.
Il teatro serve soprattutto a scuotere le coscienze sociali, a scatenare dei cambiamenti – prima di tutto mentali e poi comportamentali – anche attraverso episodi di quotidianità o di fatti di cronaca, anche attraverso un linguaggio nudo e crudo, dai toni forti. Perché, come scrive Renato Chiocca, regista di Processo per stupro, “il linguaggio, di questo lo spettacolo vuol diventare testimone. Un’occasione per reinventare in teatro il linguaggio di un processo penale di quasi quarant’anni fa e far rivivere al pubblico di oggi lo scandalo, l’indignazione e la presa di coscienza civile di quello che fino ad allora era “un processo per stupro”. Un progetto in cui il linguaggio della realtà, raccontato all’epoca attraverso la televisione, ritorna al pubblico grazie al teatro e la parola asciutta ritrova la sua straniante potenza comunicativa, la sua emozione, la sua urgenza”.


Costanza Carla Iannacone
6 marzo 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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