Sabato, 23 Giugno 2018
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L'Antigone in frantumi di Tiezzi

Recensione dello spettacolo teatrale “Antigone”, in scena al Teatro Argentina di Roma dal 27 febbraio al 29 marzo 2018 

 

È un mondo che sta perdendo tutte le sue certezze, che vede crollare i punti fermi su cui si poggiava. Inizia così l’Antigone diretta da Federico Tiezzi in scena al teatro Argentina dal 27 febbraio al 29 marzo 2018.
Il sipario ancora chiuso su cui scorrono le immagini dei simboli del mondo greco in caduta e che si frantumano: colonne, capitelli, busti marmorei, accoglie il pubblico in sala. La scena si apre su una cena borghese, ai piedi del tavolo è steso il corpo senza vita di Polinice, nessuno sembra farci caso tra i commensali, fino a quando Antigone non rompe un piatto a terra.

La tragedia di Sofocle può incominciare.
La storia di Antigone è ben conosciuta. La donna che si ribella al volere di re Creonte e disobbedendo alle sue volontà darà degna sepoltura al fratello Polinice. Ciò la porterà ad essere condannata a morte. Creonte dopo le profezie di Tiresia e il malcontento del popolo tebano deciderà di rivedere la sua decisione, ma sarà troppo tardi. Pagherà cara la sua superbia perdendo tutto. Antigone si suiciderà, suo figlio Emone si darà la morte pugnalandosi, la moglie Euridice seguirà la sorte dei due giovani.

Tiezzi sceglie per il suo allestimento un taglio contemporaneo, quasi futuristico. In una scenografia (Gregorio Zurla) da horror post-apocalittico, in cui dominano il nero e il grigio, si muovono i personaggi della tragedia. L’area è funerea, la consapevolezza del dramma è palpabile fin dall’inizio, non c’è spazio per la speranza.
Molte sono le scelte registiche che confermano come Tiezzi sia uno dei più importanti registi teatrali italiani. Tutte tese a sottolineare come Antigone sia la tragedia dei conflitti. Conflitto tra leggi dello stato e leggi di natura, scontro generazionale e di specie, ma anche conflitto sull’identità.
Allora ecco calare dall’alto, nel momento in cui lo scontro tra i protagonisti si fa più acceso un muro luminoso, quasi invisibile, ma che ben sottolinea l’incomunicabilità tra Creonte e Antigone e tra il re e chi cerca di salvargli la vita, suo figlio Emone e il saggio Tiresia.

Nel momento più crudele della tragedia, quando Antigone sta per essere seppellita viva, alle sue spalle una vetrata si apre, lasciando apparire gli scheletri della sua dinastia. La stirpe di Laio condannata a pagare le colpe di Edipo, si fa presenza oscura, a monito che il destino non si può cambiare, che ogni nostra scelta ha un peso che ci portiamo dietro e che prima o poi andrà espiato.
Il sangue è pronto a scorrere, anche Creonte deve pagare per i suoi errori. Tiezzi però non sceglie i liquidi per rappresentare la strage in atto, come molti hanno fatto o faranno (vedi Stein o Castellucci). Le Erinne dee della vendetta, nella loro danza di morte lanciano polvere rossa, trasformando il pavimento e il palco dell’Argentina in una nuvola purpurea.

La tragedia è compiuta, il male forse estirpato, dei disinfestatori in tutta gialla lavano via tutto o almeno ci provano.
Le prove attoriali sono tutte notevoli. Lucrezia Guidone riesce a restituire quel tono solenne che Antigone merita, Sandro Lombardi ci regala un Creonte sempre in bilico tra l’ossessione del comando e la paura di sbagliare, il Tiresia indovino è trasformato da Francesca Benedetti in un joker folle e illuminato.
La musica che varia tra Max Richter e canti bulgari accompagna molto bene tutti i momenti topici del dramma, sottolineando insieme alle luci (Gianni Pollini) sempre basse e frontali agli attori, tutti i chiaroscuri e le dicotomie che Sofocle inserisce nell’Antigone.

Dopo il Calderón (2016) di Pier Paolo Pasolini, Federico Tiezzi continua la sua collaborazione con il teatro di Roma e la sua indagine sul potere, che culminerà nel 2020 con La Tempesta di Shakespeare. La trilogia oltre ad indagare le dinamiche familiari, i suoi conflitti, le sue dissoluzione e rinascite, ha come filo conduttore la continuità del nucleo di attori.

Le prime due opere non hanno deluso le aspettative, non resta che lasciare lavorare questo splendido gruppo e godere ancora delle loro prove.


Marco Baldari

7 marzo 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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