Mercoledì, 19 Settembre 2018
$ £

La battaglia contro il totalitarismo digitale di W.H.I.T.E.

Recensione della perfomance teatrale W.H.I.T.E., andata in scena il 28 e 29 Giugno 2018 presso lo Spazio Nomade

 

Dall’equilibrata commistione di retorica e ricerca, dispiega le ali W.H.I.T.E., opera di teatro sensoriale che oltrepassa il confine della rappresentazione per varcare la soglia della partecipazione, in cui non esistono personaggi ma abitanti di uno spazio disegnato dal suono, evocato da un odore, dal contatto con un corpo o dalla sollecitazione del gusto, attraverso l’approfondimento di un linguaggio e di una poetica, quella dei sensi, le cui fondamenta appartengono a tutti gli esseri umani.


La performance, che proietta attivamente i partecipanti all’interno di un’esperienza della quale si scoprono inaspettatamente remissive cavie da laboratorio, riflette in modo creativo e interattivo sul tema delle politiche di controllo sociale attraverso la reale sommissione dell’ignaro pubblico ad un processo “legittimato” di ispezione e sorveglianza del corpo e della mente. L’ambiente, che sprigiona esalazioni penetranti di alcol etilico e disinfettante, è immerso in un’atmosfera estraniata e sbiadita che articola lo spazio scenico secondo le esigenze drammaturgiche stesse, le quali sottopongono il pubblico ad un percorso di “risanamento” suddiviso a fasi. Per ciascuna di esse è dunque previsto un sito apposito, entro il quale sono gradualmente resettate le funzioni cerebrali dei partecipanti affinché questi possano essere definitivamente integrati nel sistema dell’ék-stasis tecnologica. La realtà, distopica e surreale, che W.H.I.T.E. descrive, traduce il carattere di disincanto e illusione di una società manovrata dal potere occulto dei mass media, che si accosta pericolosamente allo sviluppo della tecnologia mediatica, che profetizza la presenza capillare della televisione e del cellulare che annullano il libero pensiero tenendo l’individuo asservito. È chiaro, a tal merito, che l’immagine avveniristica di questo lavoro non sia intenzionata tanto ad inventare e descrivere un futuro possibile, seppur visionario, quanto ad analizzare un passato credibilissimo, perché è già stato possibile, e un presente abile a mascherare l’intervento pervasivo della scienza, dei media e delle nuove tecnologie sotto le vesti incantatrici dell’intrattenimento e della semplificazione.
Il risultato è, pertanto, un’amara indagine sullo stato di attualità, liberamente ispirato al romanzo di Josè Saramago Cecità, che con stile estremamente algido e scarno racconta l’accanimento del potere nell’isolare, in seguito ad una contagiosa epidemia, una parte della popolazione.
Il lavoro realizzato dal Teatro dei Sensi Rosa Pristina coglie dal testo dell’autore portoghese l’essenza più cruda di questo “male” metaforico, di questo buio che acceca la vista e imbruttisce l’umanità delle persone, di questa divisione tra sani e malati che estrania dal momento e confonde con i suoi fatui miraggi, causando un effetto generalizzato di alienazione e isolamento.
Il coinvolgimento sensoriale degli spettatori è garantito dall’esclusività della perfomance, riservata ad un gruppo esiguo che viene guidato tra installazioni sonore e visive sotto lo sguardo anonimo e glaciale di hostess cyborg che scandiscono il progredire dell’operazione di azzeramento dei soggetti. L’immersione in una condizione avulsa dal tempo e dallo spazio accresce smisuratamente in chi assiste, e vive la perfomance uno stato di apprensione che lentamente si materializza in un arido nodo alla gola, difficile da sbrogliare e pesante da deglutire. Le tonalità bianche e asettiche di una scenografia attenta e capillare nel rimuovere e sintetizzare all’essenziale la situazione performativa arricchiscono questo ecosistema della giusta freddezza e sterilità, che rende perfettamente nella cornice di un ospedale forzato, dove il pubblico è costretto ad una convalescenza che quieta ogni impulso di pura e genuina autenticità.
Esiste, però, un’opposizione, una cura per contrastare il controllo e la soppressione del sistema, ed è il dialogo, la comunicazione non virtuale ma partecipata, il linguaggio intriso di libertà e scambio che si batte con forte e convinta resistenza e con cui, molto simbolicamente, si conclude la perfomance, al termine della quale, in un conviviale momento di condivisione con la compagnia, non si ha l’immediata necessità di riaccendere i telefonini. 


Giuditta Maselli
30 giugno 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per scoprire gli sconti sugli spettacoli teatrali riservati ai nostri lettori