Mercoledì, 18 Luglio 2018
$ £

Al Globe Theatre si riparte con Molto rumore per nulla

Recensione dello spettacolo Molto rumore per nulla in scena al Silvano Toti Globe Theatre dal 27 giugno al 15 luglio 2018

 

“Viva er teatro dove è tutto finto, ma gnente c’è de farzo e questo è vero. E tu lo sai da prima si s’è tinto Otello oppuramente è nero…”.
Si apre così, con un inno al teatro e alla sua magia, la quindicesima stagione del Globe Theatre, che affida alle parole del direttore artistico, Gigi Proietti, e a una delle opere shakespeariana più amate e rappresentate di sempre l’onere e l’onore di aprire le danze.

Molto rumore per nulla è uno dei cavalli di battaglia portati in scena dal gruppo di attori eccezionali che nel corso degli anni hanno animato il palcoscenico del teatro elisabettiano di Villa Borghese. È la tragicommedia in cinque atti che, magistralmente diretta da Loredana Scaramella, è riuscita a far amare la settima arte e a (ri)avvicinare il pubblico giovane a un grande classico.
È il trionfo del “teatro della parola”, in cui l’unico reale protagonista è l’attore. Non servono scenografie ingombranti: l’uso sapiente delle luci, degli spazi e degli oggetti scenici, accompagnato da un cast di una bravura disarmante, è sufficiente ad annientare le quasi quattro ore di spettacolo e a proiettare il pubblico in una dimensione onirica.

Molto rumore per nulla è il racconto del cambiamento e della conoscenza di sé, delle dicotomie e contraddizioni di cui ogni personaggio, anche il più “piccolo”, si fa portavoce. In cui tutto sembra il contrario di tutto e di fatto lo è. A partire dal titolo stesso della pièce.
Molti sono i rumori che rischiano di gettare per sempre nelle tenebre quella gioia luminosa, resa ancora più accecante dal sole salentino (l’adattamento della Scaramella è ambientato nel sud della Puglia anziché a Messina) che regna nella casa del governatore Leonato e tra i soldati al cospetto di Don Pedro D’Aragona di ritorno dal campo di battaglia. Molti sono i sotterfugi e gli intrighi che come fili invisibili muovono in direzioni divergenti o convergenti (a seconda dei casi) le vite dei protagonisti.
Nullo è, invece, il tentativo di Benedetto (Mauro Santopietro) e Beatrice (Barbara Moselli) di opporsi all’amore reciproco, come vana è la vendetta che Don Juan escogita, con l’aiuto dei suoi segugi Corrado e Borracio, ai danni dei giovani amanti Ero (Mimosa Campironi) e Claudio (Fausto Cabra). Il tentativo stesso di distinguere il bene dal male e di riconoscere un unico genere in un’opera così complessa e ricca di esilarante comicità, tanto quanto di cruenta tragicità si traduce in un nulla di fatto. A conferma di una macchina teatrale che sa perfettamente dove vuole arrivare, ma non ha intenzione di svelare nulla, se non alla fine.

Non stupisce che personaggi apparentemente minori siano in realtà parte essenziale e risolutiva di tutta l’opera. È il caso dello straordinario trio composto dal capo della ronda Corniolo (Carlo Ragone) e dalle due guardie (Jacopo Crovella e Federico Tolardo). Saranno loro a smascherare, tra strafalcioni linguistici e giochi funambolici, i malvagi e a riportare la musica e la danza del trio William Kemp (rigorosamente salentina e suonata dal vivo) in casa di Leonato e tra il pubblico.
Tra il canto dei grilli e il chiarore lunare di una notte d’estate romana.


Concetta Prencipe
3 luglio 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per scoprire gli sconti sugli spettacoli teatrali riservati ai nostri lettori