Lunedì, 11 Maggio 2026
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L’arte di Hokusai a Palazzo Bonaparte: l’anima intima del Giappone invade Roma

In mostra a Palazzo Bonaparte a Roma “HOKUSAI. Il grande maestro dell’arte giapponese” dal 27 marzo al 29 giugno 2026

 

Non è semplice per gli occidentali capire lo spirito del Giappone e dei suoi abitanti. Bisogna dimostrare una certa sensibilità oltre che un’approfondita conoscenza della cultura nipponica, tanto da rendere una mostra dedicata a uno dei maestri dell’arte pittorica giapponese non solo una piacevole scoperta ma un vero e proprio viaggio nell’anima più antica e poco nota del Sol Levante. Questa esposizione regala al suo pubblico non solo delle preziose xilografie ma regala una visione inedita su quello che era il Giappone tra il Settecento e l’Ottocento.

Realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale di Cracovia — da cui provengono le oltre duecento opere esposte — prodotta e organizzata da Arthemisia e curata da Beata Romanowicz con la consulenza di Francesca Villanti, entrare nelle sale di Palazzo Bonaparte per la mostra “HOKUSAI. Il grande maestro dell’arte giapponese” è un po’ come attraversare una soglia invisibile: Roma resta fuori, e davanti agli occhi si apre un Giappone sospeso, intimo, vibrante. Per chi, come me, sente questo Paese come una seconda casa dell’anima, non è solo una mostra. È un incontro.

Già dalla prima sala è possibile percepire le sensazioni e le emozioni che quelle opere sapranno trasmettere. Il percorso, costruito con reale maestria e cura, porta il visitatore a immergersi gradualmente nel mondo di Katsushika Hokusai e a viverlo attraverso i suoi occhi. Insieme a Kitagawa Utamaro, Utagawa Hiroshige e Tōshusai Sharaku, Hokusai è stato il grande protagonista della stagione artistica del periodo Edo (1603–1868), l’epoca cui appartiene la cultura del “mondo fluttuante”, l’Ukiyo-e, destinata a trasformare profondamente l’immaginario giapponese e, in seguito, quello occidentale.

Diversamente da altre esposizioni, questa si presenta come un viaggio travolgente e accogliente al tempo stesso: i soggetti delle xilografie esposte invitano il visitatore a indugiare, ad avvicinarsi e, attirato come una falena dalla fiamma, il pubblico rallenta con naturalezza, si ferma, osserva e gode di ogni dettaglio di questo invitante percorso espositivo in cui c’è anche La Grande Onda di Kanagawa. Non le si può negare l’iconicità e l’importanza che ha assunto ormai nell’immaginario collettivo, e all’interno della sala che le è stata dedicata diventa finalmente concreta, quasi viva, in una delle sue prime tirature. Solo osservandola con calma si realizza che quell’onda stanno cercando di domarla anche dei pescatori su una barca, e che lo sfondo è dominato dal monte Fuji, la cui quiete forma un singolare contrasto con il vigore e la furia del mare. Quasi a voler comunicare che l’acqua non è mai solo acqua: è respiro, è minaccia, è vita che si solleva e si spezza nello stesso istante.

Come forse pochi sanno, la Grande Onda di Kanagawa fa parte delle Trentasei Vedute del Monte Fuji che, insieme alle Cinquantatré stazioni del Tōkaidō presenti in questa esposizione, raccontano qualcosa di più profondo che la curatrice Beata Romanowicz è riuscita delicatamente a far emergere: mettere al centro non la monumentalità della natura, ma l'essere umano che la abita. Protagonista assoluta di tutte le opere dell’artista è la capacità tutta giapponese di trovare l’infinito nel dettaglio. Anche davanti alla maestosità del Monte Fuji, lo sguardo di Hokusai indugia sui particolari del quotidiano, su gesti, spazi e frammenti di vita, ed è così che il visitatore riesce a conoscere il lato più vero e intimo del Giappone. Il sacro monte arretra e appare come un pretesto per posare lo sguardo su ciò che lo circonda: gli uomini che lavorano ai magazzini del mercante Mitsui, chi attraversa la provincia di Kai, chi ammira il tramonto dal ponte Ryōgoku, la nevicata a Koishikawa, gli uomini a cavallo della provincia di Musashi, le donne che ammirano la luna o che si sistemano l’acconciatura. In primo piano emerge sempre la vita, minuta e preziosa.

È questo sguardo sulla realtà che lo circonda a rendere Hokusai un artista moderno, capace di cogliere l'umano dentro un paesaggio, di trovare ritmo e armonia perfino nel movimento dell'acqua che si frantuma in vortici o si distende in superfici silenziose. Tanto moderno da realizzare i manga: non gli odierni fumetti, ma raccolte di schizzi, studi, figure, animali, paesaggi e mestieri suddivise in volumi che contano in totale più di quattromila disegni. Per lui il termine manga indicava “disegni che fluiscono liberamente dal pennello” e che liberamente parlano a lettori diversi, disponibili a guardare il mondo con attenzione, carpirne l’essenza e trasformarla in immagine. Forse è anche per questo che il termine manga ha avuto una fortuna tale da entrare, con significato mutato, nel lessico contemporaneo.

Come se le opere di Hokusai non bastassero, il percorso immerge completamente il visitatore nell’epoca dell’artista costellando le sale di oltre 180 pezzi tra libri rarissimi, lacche, smalti cloisonné, armature samurai, elmi, spade, strumenti musicali e preziosi kimono, che contribuiscono a restituire un affresco organico della cultura giapponese del periodo Edo. Non si tratta di un mero contorno decorativo: gli oggetti presentati dialogano direttamente con le opere esposte in un rapporto autentico in cui l’arte dimostra di essere il mezzo per ritrarre e comunicare quotidianità e spiritualità insieme. Una contestualizzazione permette anche a chi si avvicina per la prima volta a questo universo di orientarsi senza mai sentirsi fuori luogo.

Prezioso, in questo senso, anche il contributo delle fotografie di Felice Beato, uno dei più importanti fotografi del XIX secolo e pioniere della fotografia di viaggio, che con i suoi scatti contribuì a diffondere l’immagine del Giappone appena aperto all'Occidente, ritraendo paesaggi e scene di vita quotidiana che sembrano speculari alle immagini xilografiche di Hokusai.

E dopo aver ammirato a lungo le opere del maestro, diventa magica l'esperienza immersiva virtuale — qui più che mai riuscita — che fonde le sue opere con la tradizione e i miti nipponici. Grazie alle animazioni, le xilografie cessano di essere stampe su carta e diventano materia viva: l'onda si trasforma in un drago d'acqua che mostra tutta la sua furia primordiale, una tempesta visiva che travolge e sovrasta. Ci si sente esattamente come dovevano sentirsi i pescatori giapponesi dell'Ottocento di fronte all'oceano in burrasca: piccoli, vulnerabili e al tempo stesso stranamente vivi. Poi, gradualmente, la furia si placa. Il drago si dissolve, l'onda si infrange, e ciò che rimane è un mare quieto, una battigia serena, la luce radente sull'acqua immobile. Dal caos alla pace, in pochi minuti. Ed è subito tramonto, con le gru appollaiate su rami, una geisha che danza e il Fuji che torna ad affermare la sua presenza magnifica e silenziosa. È la tecnologia al servizio della poesia, e funziona.

Non si può uscire da Palazzo Bonaparte senza portarsi dietro le parole che il maestro scrisse di sé stesso, e che risuonano in tutta la loro visionaria lucidità: "A novant'anni avrò penetrato il mistero della natura. A cento anni sarò un artista meraviglioso. A centodieci anni tutto ciò che creerò, un punto, una linea, prenderà vita come mai prima." Era la voce di un uomo convinto che l'arte fosse un cammino senza fine, durante il quale non si smettesse mai di imparare. Firmava le ultime opere Gakyō rōjin, il Vecchio Pazzo per la Pittura: una definizione che dice tutto sulla natura inesauribile del suo genio.

Non sorprende quindi, che Hokusai sia stato scelto come protagonista dell'evento culturale centrale per il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone: nessun artista come lui ha reso possibile un dialogo così profondo e duraturo tra Oriente e Occidente, influenzando artisti come Monet, Van Gogh, il movimento impressionista e perfino Debussy. A Palazzo Bonaparte, quel dialogo torna a risuonare con una freschezza e una forza intatte, capaci di restituire non solo la grandezza di un artista, ma la profondità di una civiltà intera.

 

Diana Della Mura

4 maggio 2026

 

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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