Giovedì, 02 Aprile 2020
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Gloria Annovazzi ci parla di la “voce umana” in scena al teatro Salauno l’8 - 9 - 10 maggio 2015

 

Tra qualche giorno andrai in scena al teatro Salauno con la “voce umana”, ci vuoi parlare di questo spettacolo?

Per prima cosa ci tengo a precisare che lo spettacolo è già stato rappresentato il 30 novembre 2014 e visto il successo che abbiamo avuto in quell’occasione abbiamo deciso di riproporlo in tre serate. E’ stato molto difficile metterlo in scena per via della concessione dei diritti di Jean Cocteau dalla Francia, per questo motivo per noi è stato ancor più gratificante quando, quest’inverno, il pubblico ha apprezzato la messa in scena con una standing ovation. Una grande soddisfazione che ci ha fatto capire che dovevamo riproporlo ancora, visto che fra l’altro Cocteau non veniva rappresentato nel nostro paese da molto tempo.

 

Interpreti una figura molto particolare, quanto la senti tua?

La regista, Viviana Di Bert, ha realizzato un lavoro molto interessante sul personaggio, a qualche spettatore potrebbe sfuggire ma ad un occhio evidente potrà esser chiaro come questa donna abbia dei tratti fortemente transessuali. Si tratta di una transessualità mascherata, specchio del malessere della società, che si rivela nel corso della telefonata, parole dall’altro capo del telefono, che non non udiamo, ma che fanno tornare tutti nell’irrealtà di un’anima assediata da un disagio umano molto alto che viene così esorcizzato. Quella che non ascoltiamo è una voce umana che arriva al cuore. Il personaggio che interpreto ha comunque subito aderito alla mia persona ed ho cercato di renderlo vivo attraverso la conflittualità della voce umana.

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Come abbiamo più volte detto su queste pagine e su quelle della nostra rivista cartacea, sono sempre più gli spettacoli "pensanti" che invadono le scene teatrali. Quest'oggi Gabriele Pignotta ci racconta di uno di questi spettacoli, si tratta di Contrazioni Pericolose in scena al teatro Manzoni dal aprile 2015.

 

In questi giorni sarai in scena, insieme a Siddhartha Prestinari e Fabio Avaro, al teatro Manzoni con lo spettacolo Contrazioni Pericolose, cosa rappresenta per te questo spettacolo?

Come tutte le commedie che ho scritto, anche questa rappresenta un momento della mia vita, anche se non tanto nei particolari. Lo dico perché in questa commedia si parla della nascita di una bambina, io non ho figli, quindi non si tratta di un'esperienza personale ma nel cuore rappresenta tutti i pensieri relativi all'argomento che attraversano i miei pensieri e sfiorano la mia sensibilità. In poche parole le arie dell'esistenza che rappresento sono quelle che vivo.

Questa è comunque una commedia che affronta i limiti e anche le caratteristiche di una generazione (quella dei quarantenni) e lo fa attraverso un'idea curiosa: due amici che hanno un particolare scontro/confronto in un particolarissimo momento: lei sta per partorire e durante il travaglio lui scopre che lei sta per avere un figlio.

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«E se Dio avesse avuto dei fratelli?» Da questo paradosso Valerio Vestoso, giovane regista e sceneggiatore, intesse il testo del corto Unigeniti figli di Dio, in concorso al Festival dei Corti al teatro dell’Angelo. La vicenda ha come protagonisti degli aspiranti Messia, che dopo la morte della Madonna si presentano dal notaio rivendicando la propria identità. Come ci spiega Valerio: «il copione è nato pensando a quattro attori, lavorando sulle loro differenze fisiche e recitative, in modo da poterle riutilizzare sul piano del ritmo e del perenne contrasto; la fortuna ha voluto che mi imbattessi in quattro interpreti formidabili (Alfredo Calicchio, Luca Carbone, Matteo Cecchi, Lorenzo Parrotto) in grado di appropriarsi dei rispettivi personaggi e portarli in scena al meglio. La sceneggiatura prova a parodiare la Bibbia, satireggiando sui simboli e rapportandoli ai nostri giorni, con l'obiettivo scrupoloso di non offendere nessuno».

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Parla ai nostri microfoni Emilia Miscio, regista, insieme a Marco Petrino, dello spettacolo Porta Chiusa, di Jean –Paul Sartre, andato in scena al Teatro Le Salette, dal 18 al 22 marzo 2015.

Come nasce l’idea di Porta Chiusa?

Nasce dalla volontà di mettere in scena qualcosa sul teatro esistenzialista francese, dove la parola è protagonista. Volevamo un testo che riportasse in scena l’intimità fra pubblico e attore. Per questo motivo abbiamo scelto il teatro Le Salette, intimo già nel suo essere. Poi A Porte Chiuse, di Sartre, che è uno dei testi più rappresentativi del teatro esistenzialista francese, si prestava bene all'idea di regia doppia. 

 

Regia doppia, in che senso?

Lo spettacolo, così come nell’opera di Sartre, è composto da due momenti differenti. A metà spettacolo quindi con un avvisatore luminoso posto sia sulla platea che sul palco si segnala il cambio di regia. C’è un distacco netto fra i due momenti, si cala nel buio per poi tornare alla luce sotto una diversa regia.

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Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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