Giovedì, 04 Giugno 2020
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Selene Gandini: i miei Romeo e Giulietta? Due uccelli in gabbia

Romeo e Giulietta al Teatro Ghione per la seconda stagione consecutiva. Prossimamente in tournè per l’Italia. Ce ne parla direttamente la regista Selene Gandini.

 

Abbiamo assistito ad una versione di Romeo e Giulietta molto originale e poco consueta: sullo sfondo una gabbia e i costumi ornati con delle piume. Quale significato simbolico si cela dietro questa scelta registica?

Ho deciso di racchiudere i personaggi all’interno di una gabbia rappresentandoli come uccelli privi della loro libertà, senza la possibilità di volare. In questo contesto, per certi aspetti ancora molto attuale, la libertà dei sentimenti è vietata perché quello tra i due è un amore vietato e il matrimonio al tempo è un contratto sociale in cui non è possibile esprimere liberamente i propri sentimenti e le proprie emozioni. La libertà dei sentimenti va intesa, a mio avviso, in senso lato, come una totale voglia di vivere senza costrizioni. Nel caso di Giulietta e Mercuzio, ad esempio, entrambi vogliono vivere senza limiti, di cui l’amore espresso nella sua pienezza è solo una conseguenza. Giulietta è una figura femminile limitata, castrata, che quando reclama il diritto di esprimere ciò che realmente prova, subisce una violenza sia fisica che morale da parte del padre. Quindi è prima di tutto privata del diritto di essere ascoltata e di potersi esprimere e realizzare nella sua vera identità di cui l’amore è solo un aspetto. Inoltre la scelta dei pennuti è anche un richiamo a molti punti del testo shakespaeriano in cui continui sono i riferimenti al mondo degli uccelli con metafore sui cigni, le allodole, gli usignoli. 

In cosa ritrova, nel mondo contemporaneo, l’attualità della condizione che ci ha appena descritto?

Credo che gli adolescenti, i giovani in senso più ampio, oggi non vengano realmente ascoltati nelle loro esigenze e nei loro bisogni, anche quando sbagliano. Anche nella società attuale esistono delle forme di costrizione e c’è bisogno della stessa libertà di espressione di cui hanno bisogno i protagonisti di Romeo e Giulietta, i giovani hanno la stessa esigenza di Giulietta di essere ascoltati e compresi profondamente. Per questo ho voluto fortemente dei protagonisti che avessero pressappoco la stessa età dei personaggi shakespaeriani, attori acerbi con la stessa freschezza e spontaneità della recitazione che hanno realmente gli adolescenti quando vivono le loro emozioni. Questo ha permesso, al numeroso pubblico giovanile che ci ha seguito, una reale immedesimazione e una forte empatia con i personaggi, dimostrando l’adeguatezza della mia scelta. 

 

Abbiamo notato anche un grande lavoro sul corpo degli attori che si sono rivelati ben guidati e ben diretti nella loro recitazione non solo verbale. Tale scelta è stata anche un veicolo per trasmettere un messaggio più nascosto non rintracciabile solo nel verbale?

Per le mie esperienze pregresse come attrice, come regista e come insegnante di recitazione, credo vivamente in un teatro che si fonda principalmente sull’uso del corpo più che della parola. Trovo che il corpo sia fondamentale, quindi il ricorso a posizione dinamiche e mai statiche, alla danza, ad una gestualità e ad una mimica iperespressiva, aiutano a comprendere più profondamente il messaggio della drammaturgia. In questo caso ci indica dei personaggi che non possono stare fermi, che cercano di muoversi perché vogliono uscire dalla gabbia in cui sono rinchiusi, che hanno l’ansia della libertà. Il movimento è un moto verso la liberazione da tutte le costrizioni che le sbarre dorate sullo sfondo rappresentano.

 

Nell’originalità della rappresentazione, rientrano anche i costumi contemporanei poco prevedibili ed eccentrici. Che valenza hanno?

Gli abiti che vestono i protagonisti sono frutto della contaminazione di più epoche e di più stili. La presenza delle piume come ornamento, li rende metafora di volatili ingabbiati. Hanno, invece, uno stile contemporaneo per rendere universale e attuale il testo shakespeariano, oltrepassando i limiti spazio-temporali che un’opera del 1600 potrebbe creare. Con una caratterizzazione estrema, ho voluto richiamare in qualche modo, anche il teatro della commedia dell’arte. Infine ho dato una nota di eccentricità ai costumi imprimendogli, un taglio circense, rifacendomi alle mie esperienze pregresse in quest’ambito che appartiene alla mia formazione e da cui non riesco a prescindere, come una sorta di marchio di fabbrica del mio lavoro.

 

Tutta la pièce è percorsa dalla presenza intermittente di due bambini vestiti di bianco e ornati anche loro di piume. Qual è la loro funzione all’interno delle scene?

Non è possibile etichettarli in modo univoco. Hanno più funzioni e sono suscettibili di più interpretazioni. Incarnano primariamente lo spirito dell’autore, interpretando il corrispettivo del “full” shakeasperiano, dunque figure super partes che guidano e accompagnano i personaggi nelle loro vicende, elemento unificatore di tutta l’opera. Ma nel contempo impersonano i servi di scena, spariti da tante rappresentazioni dell’opera e si prestano, in alcuni frangenti, ad inscenare l’anima dei due protagonisti, una sorta di loro alter ego puro che vive in una dimensione priva dei limiti e delle costrizioni a cui sono soggetti i due protagonisti.  Infine, li considero simbolo della purezza, della spontaneità e dell’assenza di contaminazione caratteristica dell’infanzia.

 

Mena Zarrelli

1 marzo 2020

 

 

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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