Intervista ad uno dei più brillanti baritoni italiani, di casa nei maggiori teatri internazionali, Giorgio Caoduro.
Durante le repliche di ‘Le Nozze di Figaro’ a Trieste abbiamo a fortuna di incontrare Giorgio Caoduro, uno dei baritoni più interessanti degli ultimi anni, magnifico belcantista ed interprete attento e sensibile.
La sua carriera è cominciata oltre vent’anni fa, quando giovanissimo debuttò ,nel 2001, a Trieste in un ruolo minore in ‘Otello’ di Verdi e poi, l’anno dopo, nella parte di Belcore dell’ ‘Elisir d’Amore’, all’Opera di Roma.
Da lì i successi, spesso autentici trionfi, non si contano, in tutti i principali teatri del mondo.
Impossibile elencare gli spettacoli cui ha partecipato, dall’America all’Australia, dove ha anche vinto, nel 2012, il premio come miglior cantante dell’anno, .
Può vantare un repertorio vastissimo, dal Settecento alla musica contemporanea, eseguito sempre con competenza e grande affidabilità.
Interprete donizettiano e rossiniano di riferimento, cantante mozartiano di grande raffinatezza, è riuscito a cesellare un Arno Von Stahl magistrale in occasione della prima italiana di ‘Falso Tradimento’, eseguita alla presenza dell’autore, Marco Tutino; ma anche a commuovere come panciuto Sancho Panza in un ‘Don Quichotte’ di Massenet da brividi nel circuito lombardo.
Imprevedibile, nel senso più positivo ed alto del termine, vedendolo in palcoscenico si ha la sensazione che per lui la routine non esista e che su ogni ruolo lavori con disciplina e senso di responsabilità, come se fosse sempre la prima volta che lo canta.
Non lo spaventano le regie anticonvenzionali, purché motivate, rifugge dagli stereotipi e sa mettersi in gioco sempre, con coraggio e bravura.
Definito come un re della coloratura, sa unire alla tecnica una grande sensibilità nel cercare i giusti colori, le sfumature più adatte a tratteggiare il personaggio che interpreta, riuscendo così a fare in modo che il canto non sia mai solo suono.
Quello che colpisce , incontrandolo, è la grande disponibilità, il mettere l’interlocutore subito a proprio agio, la capacità di essere sincero, franco, divertente, onesto.
Non fa mai pesare l’essere uno dei più stimati cantanti della sua generazione, sa ascoltare chi ha di fronte, si pone con un atteggiamento umile di fronte alle varie domande, apre i cassetti dei ricordi con semplicità, modestia, coraggio.
Trasmette la sensazione di essere pieno d’affetto e riconoscenza per la sua maestra, di gioire grato del supporto della moglie musicista, di voler sempre imparare, crescere, senza forzare, senza inseguire i titoli dei giornali, ma assaporando la meraviglia del dono ricevuto: una voce straordinaria, che sa curare, coccolare, ma soprattutto ascoltare, senza diventarne schiavo.
Insomma cominci l’intervista soddisfatto di parlare con un grande cantante e la concludi con la consapevolezza di aver conosciuto un Artista Vero.
Iniziamo dalle origini. Come è nata la passione per l’opera? La sua era una famiglia di appassionati d’opera? I suoi familiari l’hanno appoggiata oppure erano spaventati da una scelta professionale così faticosa?
Nella mia famiglia non c’era una passione per l’opera. Girava per casa qualche disco, ma quasi per combinazione. Ricordo che c’era un’edizione di ‘Pagliacci’, che oltretutto era un’opera che non mi colpiva più di tanto, all’epoca.
La mia passione è nata, potremmo dire, quasi fortuitamente.
Amavo la musica classica ed un giorno ho comperato, forse più per curiosità, due opere in musicassetta: ’Il Barbiere di Siviglia’ di Abbado, quello nella versione dal vivo a Salisburgo del 1969 ed un ‘Elisir d’Amore’ da Firenze, diretto dal Maestro Gianandrea Gavazzeni. Le ascoltai e scoccò l’amore per l’opera. Insomma, una partenza da ‘melomane casuale’.
Poi, come fanno un po’ tutti gli appassionati, comincia a cantarci sopra e scoprii che c’era una certa predisposizione al canto. Provai ad assecondare questa passione, frequentando prima la Scuola Diocesana di Musica ad Udine e poi iscrivendomi alla prova di ammissione al Conservatorio, che superai.
I suoi genitori come hanno preso la notizia che lei voleva diventare cantante?
La mia era una famiglia di grandi lavoratori, persone pratiche. All’inizio mi hanno detto che potevo fare quello che volevo, ma che dovevo guardare al canto come ad un divertimento. Dovevo continuare a studiare, andare all’università, costruirmi un futuro ‘solido’, che mi garantisse una tranquillità economica perché, dicevano, ‘di canto non si vive’.
L’atteggiamento è cambiato, però, abbastanza rapidamente perché quando ho partecipato all’esame di ammissione al Conservatorio sono arrivato primo; nel giro di un anno ho vinto il Concorso AsLiCo ed avevo il forte appoggio della mia insegnante, la Signora Cecilia Fusco, soprano che aveva fatto una grandissima carriera fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, che riuscì a convincere i miei genitori, anche abbastanza in fretta, che era il caso di puntare sulla mia voce e sul mio talento.
Cecilia Fusco è stata un soprano importante, sia dal punto di vista vocale che interpretativo. Purtroppo, nonostante i tanti successi ottenuti, i numerosi dischi incisi, anche di opere rare, la si ricorda troppo poco. Ci racconta qualcosa di questa sua straordinaria maestra?
Molto volentieri, perché il legame con lei è stato determinante per me.
La signora Fusco veniva da una famiglia musicale piuttosto importante .
Il padre, Giovanni , era un compositore di colonne sonore cinematografiche . Fra gli altri aveva lavorato per Michelangelo Antonioni, Citto Maselli, i fratelli Taviani, Jean-Luc Godard, Alain Resnais. Peraltro la stessa Cecilia aveva partecipato alla colonna sonora di ‘Deserto Rosso’.
La madre, Adriana Dante, era stata allieva di Alfredo Casella, ed era figura centrale del dibattito culturale della Roma fra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Crescere in una ambiente così ricco di stimoli e conoscenze ha formato la brillante personalità artistica della Signora Fusco.
Un dono che lei aveva era quello di un immenso istinto musicale. Il suo modo di fraseggiare era straordinario: un vero manuale del canto! Lei era paradigmatica nell’uso della parola, nel fraseggio e possedeva una strumento vocale preziosissimo.
Aveva una delle voci di soprano più bella del suo tempo, che era un’epoca in cui la concorrenza avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque.
Dal punto di vista scenico, poi, era una attrice coinvolgente, raffinata, elegante.
Lei è stata la persona che ha creduto di più in me, fin dall’inizio. Mi ha sentito e mi ha preso immediatamente sotto la sua ala, ha puntato tantissimo sulle mie potenzialità e, quando ho lasciato il Conservatorio, ha continuato ad insegnarmi canto a casa sua, senza chiedermi mai una lira.
Artisticamente lei è la mia mamma.
Una mamma artistica che ha trovato in lei un erede ideale….
In realtà credo che l’intesa fra noi sia nata proprio perché ci specchiavamo uno nell’altra, avevamo tante affinità, ci capivamo.
Da lei ho imparato tantissimo. Quando ho cominciato a studiare con lei ero giovanissimo: avevo diciassette anni e certe cose credo di averle imparate inconsapevolmente, per osmosi, standole accanto.
Una persona decisamente carismatica.
A proposito di carisma, dote che a lei non manca, quanto conta in scena?
Detto chiaramente che ci sono persone che non hanno un grande carisma ma che hanno una tale bravura ed una tecnica talmente sicura che è un piacere ascoltarle e funzionano benissimo in scena, il carisma è quella dote che hanno quei cantanti che riesci ad individuare immediatamente in scena, anche se il palco è pieno, anche se in quel momento stanno zitti, ed è una qualità preziosa.
Lei ha iniziato la carriera prestissimo e subito con grandissimi consensi.
Come è stato partire a pienissimo ritmo, vincendo l’AsLiCo e ritrovandosi quasi immediatamente nel palcoscenico dell’Operà Garnier di Parigi?
A quell’età si è mentalmente ed emotivamente vergini e tutto quello che arriva lo accogli con un atteggiamento libero da preclusioni . Ho avuto la grande fortuna di cominciare subito bene ed all’epoca ho pensato fosse una cosa normale. Se ci penso adesso, ero un incosciente folle che ha fatto chissà quanti errori, ma al tempo non mi rendevo conto, pensavo fosse normale in quel modo.
Emotivamente ero contento, pensavo che ero stato fortunato, ma non mi rendevo realmente conto dell’entità della cosa. Se ho fatto qualche sbaglio, dovuto sostanzialmente alla giovane età, l’ho pagato con alcune porte chiuse e dei rallentamenti, ma è comprensibile e comunque ogni volta sono riuscito a rialzarmi dalle difficoltà incontrate. Sinceramente sono contento così, di quello che sono riuscito a fare e di come prosegue la mia carriera.
Oltre alla Signora Fusco, ci sono dei modelli del passato cui si sente particolarmente legato?
Più che ad un modello unico, mi sento legato ad una tradizione : quella che potremmo definire del repertorio comico italiano (quindi Rossini, Donizetti, certo Mozart) che parte da Bruscantini ed i suoi coevi ( penso per esempio a Montarsolo e Capecchi) per arrivare ai loro eredi, come Corbelli, De Candia, Antoniozzi, Pertusi, in particolare per quel che concerne l’uso della parola. Da loro ho imparato tantissimo. Di mio c’è il modo in cui ho preso le influenze dall’uno o dall’altro, ma non mi sono inventato nulla.
Ha avuto dei modelli di riferimento importanti, ma certamente il risultato finale è un cocktail molto personale
Potremmo dire che l’ho declinato secondo quelle che sono le mie attitudini. A me piace molto portare in scena la componente sanguigna dei miei personaggi.
Per esempio nel Conte di Almaviva, che sto cantando a Trieste, ho voluto sottolineare la componente umana del personaggio, vista nella sua situazione sociale: un uomo che può fare quello che vuole; un nobile che, a parte il re, non ha superiori cui rispondere; una persona che si sente in diritto di usare gli altri, dalla moglie a Susanna, dal servitore al dottore e che pensa di poter seguire i suoi istinti senza nessun limite, senza dover patire il giudizio di nessuno. Potrebbe apparire spregevole, cattivo, ma secondo me è quello più autenticamente umano.
In effetti, in questa edizione firmata da Pizzi per la regia, lei interpreta il ruolo di Almaviva in modo molto coinvolgente, sia scenicamente che vocalmente. C’è un’aderenza rara fra mimica, movimenti, canto e partitura e la sensazione è che tutta l’opera ne esca impreziosita.
Sicuramente, rispetto alla consuetudine teatrale, la parte del Conte viene rivoluzionata: diventa il fulcro della narrazione, ma questo poteva accadere solo in presenza di un interprete che avesse una tecnica solidissima ed un carisma fuori dal comune…
Ringrazio moltissimo. Mi fa piacere vi sia piaciuto, anche perché quello che porto in scena è il mio modo personale di interpretare il ruolo. Un personaggio carnale, visto a casa sua, mentre cerca di aggiungere nuove conquiste alla già lunga serie. In Beaumarchais, ma in qualche modo anche nel libretto di da Ponte, emerge evidente. Molti lo hanno apprezzato, altri hanno storto il naso. Ma è giusto che sia così, perchè che ognuno ha la sua visione di questo ruolo.
A me piace molto anche trovare la chiave posturale, scenica, che mi pare più adatta per rendere l’idea del nobile che si sente al di sopra degli altri, cui spesso sfugge l’autocontrollo. Non è un mostro, ma è un figlio della sua epoca, frutto di un’educazione di un certo tipo e di una società strutturata per classi e privilegi. Deve essere presentato, a mio parere, nella sua verità, non come una figurina Liebig. La musica è talmente eloquente nel tirare fuori queste attitudini, questi stati d’animo, queste intenzioni, che non puoi fare la bella statuina. Peraltro il Maestro Pizzi ha spinto l’acceleratore in questo senso, voleva molta intenzione, dei gesti espliciti, diretti, forti.
Il pubblico ha colto ed apprezzato, anche perché lei ha saputo essere esplicito ma mai volgare, diretto ma non sconcio. Peraltro una interpretazione che ha entusiasmato anche i numerosi giovani in sala, cui il Verdi è particolarmente attento.
Ritornando alla sua carriera, quanto è stato determinante professionalmente ed umanamente avere al suo fianco un’artista come sua moglie , la pianista e clavicembalista Alessandra Sagelli, figura di grande spessore musicale, raffinata esecutrice e riconosciuta studiosa?
Per me è stato cruciale . Mi ha garantito la possibilità di studiare con una pianista ogni giorno, ogni volta che avevo tempo, il che musicalmente è un aiuto enorme. Poi hai la fortuna di poter contare su una sorta di orecchio esterno che ti segue tutta la vita, che sa cosa deve dire e cosa non deve dire, come comunicarti le cose senza ferirti. Mi piace moltissimo il modo in cui lei dimostra di tenere a far parte, in maniera attiva, costruttiva, al mio successo. Non per un riscontro ufficiale, per un ritorno di popolarità, ma per il piacere di aiutarmi a dare il meglio di me.
Come si conciliano famiglia, affetti, tournee e prove?
(Caoduro sorride e dopo un lungo sospiro inizia a rispondere)
Sono tutti molto pazienti. Ognuno di noi sa che le cose stanno così e di fatto è sempre stato così, nel senso che la mia storia con Alessandra è cominciata nel 2002, quando già viaggiavo per il mondo. Il nostro rapporto è sempre stato impostato così e ci pare normale che vada avanti in questo modo. I nostri figli sanno che è così, che non vado via per diletto ma per lavoro, ed hanno consapevolezza della situazione. Che alle volte ha anche interessanti vantaggi perché offre loro la possibilità di visitare il mondo seguendomi quando possono. E’ un equilibrio che è nato con delle premesse chiare e quindi è proseguito nel tempo senza grosse difficoltà. Quando poi sono a casa ho tanto tempo libero e questo mi consente , in quelle occasioni, di essere molto presente con loro.
Com’è il rapporto con Trieste ed il suo teatro?
Trieste è la mia città da più di vent’anni. Il primo Ente lirico con cui ho cantato è stato proprio il Teatro Verdi, dove ho esordito nel 2001 in una piccola parte in ‘Otello’ . Negli anni ci ho cantato e, dopo un periodo in cui ero stato un po’ dimenticato dalla programmazione, da qualche anno il rapporto è ripreso e sono molto contento di ritornaci, anche perché in questo teatro ogni tanto ci lavora anche mia moglie, ci sono tutti i miei amici ed anche il pubblico pare apprezzarmi.
Lei ha cantato in tutto il mondo. Ci sono differenze fra i pubblici dei vari paesi?
Diametralmente opposti. Tutti sentono, ovviamente, la stessa partitura, ma cercano cose differenti. Per esempio c’è una tradizione molto divertente nei paesi del Regno Unito e di area anglosassone: il personaggio cattivo, soprattutto nelle opere comiche, se viene apprezzato dal pubblico, viene buhato.
E’ una tradizione antica, che là hanno mantenuto.
Quando feci ‘Cenerentola’ a Cardiff, l’interprete di Don Magnifico veniva regolarmente coperto di buh e la cosa all’inizio lo preoccupava molto. Gli spiegai la situazione, lo invitai a stare tranquillo ed all’uscita da teatro venne abbracciato e festeggiato dal pubblico accorso per complimentarsi con lui.
Certo se uno non lo sa resta malissimo!
Quando feci Almaviva in quel teatro, mi aspettavo con trepidazione i buh, che per fortuna arrivarono abbondanti.
Una cosa del genere non è concepibile in Italia, dove invece il pubblico è molto più concentrato sull’aspetto vocale rispetto ai colleghi di altre parti del mondo, come per esempio il Nord Europa dove tendono a privilegiare l’aspetto teatrale.
Cambiano molto anche i gusti rispetto alla regia: nell’Europa continentale spesso ci sono soluzioni ardite, riletture radicali, mentre nell’era anglosassone amano gli spettacoli tradizionali, verrebbe da dire di gusto shakesperiano, ma confezionati con eleganza, ricchezza di idee, alle volte sontuosi.
Scenicamente lei è un fantastico attore, capace di mettersi in gioco con in modo molto intenso, anche grazie ad ha una figura decisamente atletica e prestante. Quanto queste doti ed il carisma contano nella carriera di un cantante d’opera di oggi?
Sono fondamentali. Un tempo c’erano delle eccezioni, ma oggi, nel teatro d’opera, tutti gli interpreti più famosi sono personaggi molto carismatici. Non dico attori irreprensibili, ma certamente grandi comunicatori.
Lei ha sempre saputo utilizzare il corpo come uno strumento narrativo prezioso, dando prova di sensibilità, misura, intelligenza e coerenza. Mai eccessivo, mai sopra le righe, mai volgare, neanche quando si è tolto gli abiti in scena, ha sempre dimostrato raffinatezza, misura, senso del teatro.
Tanta bravura è dote innata o frutto di un forsennato lavoro?
Credo che sicuramente ci sia una predisposizione e che più che un lavoro intensissimo abbia pesato l’esperienza, che pian piano si è sedimentata, attraverso una serie di incontri fortunati .
Per esempio, Pier Luigi Pizzi è una persona che insegna ad utilizzare il corpo e lo spazio come nessun altro.Alla fine di ogni produzione in cui ho lavorato con lui ho avuto la consapevolezza di aver imparato moltissimo.
Credo che siano cose che si imparano in anni ed anni, avendo la fortuna di stare al posto giusto nel momento giusto.
Lei è molto attento al sociale. Grandi le sue prese di posizione in difesa dei diritti, contro i soprusi ed il bullismo. A differenza di tanti cantanti famosi, abilissimi nel non schierarsi, lei ha messo la faccia, come a suo tempo fecero Verrett e Bumbry, in tante battaglie morali ed etiche. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo dei veri artisti in difesa di minoranze e valori?
In realtà, le battaglie che ho fatto, le ho sempre combattute come uomo, non come artista. Non ho mai creduto di essere più credibile od autorevole in nome di quello che faccio sul palcoscenico.
Non è il baritono Caoduro che dice, per esempio, che il bullismo è un male da condannare, ma l’uomo Giorgio che scende in piazza per manifestare in difesa dei diritti delle persone.
Non sopporto i soprusi e lo dico con la voce parlata del cittadino, non con quella cantata dell’artista.
Il mio vissuto mi porta a credere in certi valori e non posso non difenderli, con determinazione.
Cosa fa per tutelare la sua voce?
Credo sia importante cercare di non diventare né ossessivi, nè ossessionati. Mi affido al buon senso. Temo molto i virus e quindi cerco di evitare le situazioni a rischio contagio.
Se invece la domanda non si riferisce tanto alla salute quanto allo stato della voce, è importante scegliere il repertorio adatto e, ma lo sto imparando adesso, dopo lustri e lustri di carriera, cercare di gestirsi bene durante le prove. Ci sono cantanti che durante le prove accennano, cantano un’ottava sotto, poi arrivano alla generale e cantano benissimo. Invece io non riesco: devo cantare sempre, provare, testare il ruolo, anche se l’ho cantato tante volte, per sentirlo completamente mio. Però durante le prove si canta per sei ore, ogni giorno e quindi diventa più faticoso che quando c’è lo spettacolo e devo riuscire ad imparare a trattenermi, a calibrare bene lo sforzo per non affaticarmi troppo vocalmente.
Qual è il suo rapporto con recensioni: le legge o, come faceva la Simionato, le evita?
Francamente, a differenza dei colleghi che dicono di non guardarle, io le leggo. Sono una persona insicura e mi piace avere il supporto di una conferma. Non sempre sono d’accordo, mi succede di pensare che certi critici fraintendano, ma altre volte mi ritrovo a dare ragione a quello che è stato scritto. Importante che siano, nel bene e nel male, equilibrate e servano a crescere.
Finiamo questa bellissima chiacchierata, per la quale la ringraziamo moltissimo, chiedendole quali sono i suoi prossimi impegni?
Fra pochissimo vado in Portogallo per la ‘Mesa op.20’ di Ponchielli. Per fine anno sarò a Trieste e poi andrò a Como ed a Cremona per le ultime repliche di uno straordinario ‘Don Quicotte’, uno degli spettacoli più intensi cui abbia partecipato negli ultimi anni e che certamente rimarrà nel mio cuore per tutta la vita. Poi debutto finalmente Mustafà dell’’Italiana in Algeri’ nel circuito emiliano a partire da febbraio.
Adesso mi sto concentrando anche su un cambio di repertorio, nel senso che credo che la voce sia pronta a virare con più decisione verso il repertorio del bass-baritone. Una scelta che credo possa fare bene alla voce e che le darà più equilibrio.
Un vero onore poter intervistare un cantante eclettico e preparato come Caoduro, ma ancor più un piacere incontrare Giorgio, uomo di grande umanità e grandi valori, sensibile, attento alle persone, autentico ed onesto.
A tutti l’augurio di poterlo ascoltare in teatro, dove sa essere pirotecnico.
Gianluca Macovez
13 dicembre 2025


