Intervista al mezzosoprano bresciano, protagonista delle principali scene internazionali, al termine delle recite di ‘Il Barbiere di Siviglia’ a Trieste, accolte da un ampio e meritato successo.
Intervistare Annalisa Stroppa è un piacere. Non perché è la magnifica cantante che i principali teatri internazionali conoscono, ma perché è una gran bella persona.
Cordiale e disponibile, la incontriamo alla fine delle repliche triestine di ‘Il Barbiere di Siviglia’.
Ci accoglie con un sorriso e subito ci sentiamo a nostro agio, come se ci conoscessimo da tempo.
Al punto tale che cominciamo a parlare fitto fitto e ci dimentichiamo dell’intervista, che recuperiamo strada facendo.
Avremmo dovuto iniziare con le domande nel bar del teatro, ma è quasi impossibile, perché tutti la salutano e la festeggiano: il personale del teatro, le sarte, gli amici che ha conosciuto durante le prove.
Per ognuno la giusta parola, la risata, l’appuntamento per la recita successiva.
Non è comune che in così poco tempo una cantante, che peraltro alternava le prove a Trieste con le recite a Zurigo, riesca a farsi così ben volere, soprattutto da coloro che stanno dietro le quinte e che non vedono ripagate le loro fatiche da un applauso.
Evidentemente una persona speciale.
Sicuramente non c’è in lei lo snobismo da diva.
Racconta con riconoscenza del sostegno ricevuto sempre dalla sua famiglia.
Parla del padre che lavorava tantissimo, ma era sempre disponibile a trovare il tempo per portarla, giovanissima, a lezione di solfeggio.
Si commuove parlando delle nonne e di come facessero di tutto per sostenere la sua passione per la musica.
Sognatrice ma razionale e responsabile, spiega che accanto al Conservatorio ha attuato un piano B importante, che si è concretizzato in una laurea in Scienze dell'Educazione, in un concorso superato ed un posto da maestra vicino a casa, tutto mentre si preparava a tentare la via del teatro.
Racconta di come fosse preoccupata all’idea di giocarsi il posto sicuro, per inseguire il suo sogno, ma anche di quanto sia appagata dall’averlo fatto.
Noi sappiamo che la sua carriera è costellata di successi ed incontri. Ma nessuna boria, al punto che nelle due ore di discorsi, non vengono citati né Muti, né Salisburgo, non la Scala, che per inciso l’ha vista fra i protagonisti di ben due inaugurazioni di seguito, non la Wiener Staatsoper.
A lei importa di più spiegare quanto sia felice quando canta; di come sia cosciente che la possibilità che le è offerta è un dono prezioso; di quanto sia importante il rispetto, verso la Musica, il pubblico, i musicisti.
Impossibile strapparle qualche cattiveria sui colleghi: se ci sono parole, sono autenticamente positive. La cortesia nei suoi confronti della Netrebko, con cui sta cantando a Zurigo; la bellezza della voce della Siri; la vastità della cultura di Pizzi; la bravura vocale e la lungimiranza di ritirarsi quando era al massimo della voce, di Luciana D’Intino e così via.
Si arrabbia quando pensa alle difficoltà che spesso patiscono i giovani cantanti; delle invidie, che le fanno orrore; dell’ingratitudine.
Ci spiega che per lei aiutare gli esordienti è un dovere, ma sottolinea anche quanto importanti siano la gavetta, la riconoscenza, il senso del dovere.
Non riesce mai a definire il Canto come un lavoro, ma una missione.
Mentre parliamo arrivano telefonate di proposte di lavoro, a testimoniare un successo crescente, che peraltro la porta sempre più spesso oltreoceano.
Anche in questo caso non lancia la notizia sperando in una amplificazione giornalistica, ma si scusa imbarazzata per l’interruzione.
Commuove il modo in cui parla della sua maestra, a cui tributa complimenti affettuosi anche quando ne descrive il rigore.
Colpisce come si sia posta dei limiti ben precisi: chi comanda è la voce, che non si deve mai forzare per un contratto importante od un’occasione ad effetto. La sensazione è che lei si senta strumento di un piano Superiore, che affronta con umiltà e grande rispetto.
I suoi personaggi sono figli della Verità. Le crescono dentro, cambiano a seconda dello scorrere della vita, vivono in lei e grazie a lei.
Si capisce che li studia, impara a conoscerli, a pensare con loro, li coccola, li accarezza, fino a che lei si specchia in loro e loro in lei. E’ una sorta di storia d’amore, fra la donna ed il personaggio, celebrata nel nome dell’Arte e dalla quale nascono, di volta in volta, Rosine, Suzuki, Romei, Hensel sempre differenti, ma ogni volta profondamente autentici.
Il suo modo di portarli in scena è raffinato perché è il risultato di un percorso prima di tutto interiore.
Non adatta i ruoli a sé, come fanno certe sue colleghe che si ostinato a recitare loro stesse indipendentemente dal personaggio che interpretano, ma ha la modestia, la duttilità ed il coraggio di porsi al servizio della partitura, dei compositori, dei personaggi.
Ma conosciamola meglio attraverso le sue parole.
Grazie, prima di tutto, di aver accettato di raccontarsi attraverso le risposte alle nostre domande.
Lei è una delle artiste più interessanti della sua generazione. Come è nata la sua passione per il canto? In casa sua si seguiva la musica classica?
Ho sempre amato cantare, fin da quando ero bambina, cantare mi rendeva felice!
I miei genitori mi hanno sempre sostenuta, seguita, supportata in questo mio desiderio, che pian piano, con tanto impegno e studio, ha preso forma e si è realizzato.
Quali sono stati i primi passi, così giovane?
Ovviamente da piccola le corde vocali non sono formate e così ho iniziato con lo studio del solfeggio e del pianoforte proseguendo poi con lo studio del canto, e intraprendendo quel meraviglioso cammino che dura ancora oggi.
Parliamo di insegnanti: quali sono stati i suoi primi maestri?
In Conservatorio ho avuto una grande Maestra: il soprano Chu Tai Li. Una cantante di origine taiwanese, arrivata in Italia a sei anni. Formatasi alla Vecchia Scuola, quindi con Favaretto e Campogalliani, mi ha trasmesso tutto quello che aveva imparato da questi importantissimi maestri.
Questo sicuramente è stato uno degli elementi del suo successo: una tecnica inossidabile! Ormai si nota una marcata differenza fra chi si è formato secondo la ‘vecchia scuola’ e le nuove generazioni di cantanti, che affrontano i ruoli in modo decisamente più libero e senza quella che si chiama ‘una sana gavetta’.
Va detto che io sentivo di avere una voce con una sua personalità (fa una risata): intendo dire che era già naturalmente impostata. Da far crescere, aggiustare, curare, ma comandava lei, non io. Naturalmente il tanto lavoro fatto in Conservatorio, anche grazie alle utilissime basi di pianoforte, è stato fondamentale per affinare lo strumento e dargli un’impostazione dotata di una tecnica salda e consapevole.
Come è stato il metodo della Signora Chu Tai Li?
Ha saputo fare un lavoro incredibile. Il suo era un metodo che prevedeva un percorso di notevole rigore e prudenza. E non mi ha avviata subito all’opera, anzi!
Abbiamo iniziato con una lunga serie di arie del Settecento, quindi con un ventaglio circoscritto, mirato.
Poi, siamo passati alle arie da camera, in diverse lingue, in modo da aprirsi stilisticamente, ma anche per conoscere, e apprendere, le caratteristiche delle varie pronunce linguistiche: italiano, spagnolo, tedesco e così via.
Abbiamo spaziato tantissimo, fino ad arrivare alla mia prima aria d’opera. Era il mio terzo anno di studio di canto. Fino a quel momento non avevo mai potuto toccare uno spartito operistico.
Un lavoro, dicevo, incredibile, e non solo dal punto di vista musicale: mi ha educato ad una disciplina severa, mi ha impostato su un’etica del lavoro, mi ha spinta ad una scelta attenta del repertorio, insegnandomi che occorre fare ogni passo al momento giusto, senza mai forzare.
Qualche altro incontro importante per la sua formazione?
Concluso il percorso al Conservatorio, negli anni ho seguito varie masterclass.
Fra queste mi piace ricordare quelle con la Signora Daniela Dessì e con la Signora Luciana D’Intino, il mezzosoprano che tutti conosciamo e con il quale ci sono delle affinità di repertorio, che mi ha consigliato sempre attingendo al suo bagaglio di esperienza.
Ma, in realtà, sono sempre in continua crescita, perché tutte le esperienze che faccio nel corso del tempo diventano una scuola di canto.
E’ un percorso prezioso, che dura tutta la vita: a partire dai primi concorsi, dai primi ruoli fino ad oggi, c’è sempre da imparare, da migliorare.
La conoscenza personale cresce man mano, con gli incontri e le varie opportunità, ed è una esperienza meravigliosa.
Questa risposta ci spinge a dire che ci sono molti bravi cantanti ed alcuni autentici Artisti, che fra le doti principali devono avere la modestia, la gioia di imparare, il coraggio di mettersi in gioco, la consapevolezza di porsi al servizio della musica. Quello che dice la inserisce certamente in questa seconda categoria.
Ci sono molteplici fattori che sono necessari per poter affrontare il cammino artistico nel migliore dei modi: la disciplina, la costanza, tanto studio, l’entusiasmo, la passione, l’amore per questo che per me non è un lavoro, ma una missione. Un altro ingrediente fondamentale, è l’umiltà, che per me è un ingrediente fondamentale per non sentirsi mai pienamente arrivati ed avere voglia di scoprire e approfondire sempre qualcosa nuovo. Avere la consapevolezza che la nostra missione è porsi al servizio del compositore, per rendere nel migliore dei modi la grandezza delle partiture che affrontiamo.
Noi cantanti siamo chiamati a mettere qualcosa di noi in ogni momento della nostra vita professionale, a portare sul palcoscenico un pezzo della nostra sensibilità, del nostro vissuto, del nostro corredo emozionale. Se sappiamo coinvolgere nello spettacolo una parte di noi stessi, l’opera sarà sempre viva, sempre nuova, sempre differente. Per riuscire ad essere credibili nei vari ruoli dobbiamo spogliarci di tutto ciò che ci appartiene, con grande umiltà, per vestire i panni del personaggio e viverlo a tutto tondo, in pienezza.
Questo è il modo migliore per avvicinare i più giovani al mondo del teatro, che non deve essere solo musica, ma emozione, passione, entusiasmo.
Sono d’accordo. Aggiungo che è essenziale essere autentici. Sul palcoscenico devi portare sincerità. Se nel tuo modo di far vivere al personaggio riesci ad essere autentico, riesci ad emozionarti allora riesci a trasmettere le tue emozioni al pubblico, che a sua volta ti ripaga con altrettante emozioni.
Perché, oltre alla musica, il pubblico è il vero motore per chi è sul palcoscenico.
L’opera lirica è magica, per me, perché è un dialogo continuo con gli spettatori, uno scambio di sensazioni, che a me arrivano forti.
Per i ragazzi, secondo me, questo è importante, perché se percepiscono il nostro trasporto, l’autenticità della nostra interpretazione, si fanno trasportare ed entrano in un mondo fatato. Colgono, così, la giusta chiave di lettura dell’opera lirica.
Aggiungo che secondo me una delle parole chiave è: rispetto. Rispetto degli altri, della musica, del ruolo, del pubblico, della voce. Il rispetto è importantissimo. Sempre.
Una convinzione che è ben riflessa nella sua carriera, certamente importante per spettacoli e successi , ma soprattutto costruita con coerenza, senza scivoli, senza forzatura, rispettando la tua voce ed i compositori che interpreta.
Credo che ognuno debba essere vero, riconoscere i propri limiti e le proprie possibilità e rispettare i propri tempi. Francamente io auguro di cuore a tutti di avere il successo che meritano, perché non credo né alle rivalità né alle invidie.
La sua carriera spazia dal belcanto fino alla musica contemporanea. Qual è l’autore preferito dalla Stroppa?
Se mi si concede di largheggiare, sicuramente gli autori che prediligo in questo momento sono Bellini e Donizetti perché occupano una parte rilevante del mio attuale repertorio ed hanno contribuito a costruire quella base tecnica di cui prima parlavo.
Il belcanto ha edificato le fondamenta della mia voce, come se fosse un palazzo. Per anni mi sono dedicata a Rossini, a Bellini, a Donizetti ed al repertorio francese dell’Ottocento, tanto che per me è difficile scegliere un autore specifico, in quanto ognuno di loro mi ha segnata, arrivando a sentirmi profondamente legata a tutti i ruoli che ho interpretato.
Osiamo un’altra domanda dalla difficile risposta: quale opera le piace di più ascoltare? Qual è il titolo preferito di Annalisa Stroppa spettatrice?
La Signora Stroppa resta muta e con gli occhi sgranati per un momento e poi, con una voce un po’ tremula, quasi avesse paura di ferire quelli che non andrà a citare, dice:
Dipende dai momenti della vita. Nei momenti gioiosi vorrei sentire ‘Il barbiere di Siviglia’e godermi la vivacità della scrittura e il lieto fine, nei momenti più cupi, invece, mi piacerebbe ascoltare un bel ‘Werther’; oppure avere un’iniezione di forza e passione dalla ‘Carmen’; o perchè no farmi trasportare dalla storia d’amore di ‘Romeo e Giulietta’, che mi fa sempre sognare; oppure il pathos e la delicatezza di una bella ‘Norma’.
Che domanda difficile… facciamo così: in questo momento un bel Barbiere!
Lei nella vita quotidiana è una signora di innegabile bellezza e di grande fascino, ma in scena la vediamo spesso trasformata in un maschio. Come fa a calarsi con tanta bravura nei panni di un uomo?
(La signora Stroppa ride di gusto prima di rispondere) Mi diverto moltissimo a fare l’uomo! Il mezzosoprano ha la grande fortuna di avere in repertorio i brani ‘en travesti’ ed io ne ho interpretati veramente tanti: Cherubino, sia di Mozart sia di Mercadante; Idamante nell’Idomeneo’; Hansel in ‘Hansel und Gretel’; Orfeo in "Orfeo e Euridice” Siebel nel Faust, Stéphano in Romeo et Juliette, Nicklasse nei Racconti di Hoffmann, Ascanio in ‘Benvenuto Cellini’, Romeo ne "I Capuleti e i Montecchi” per citare i primi che mi vengono in mente.
E’ molto arricchente divertente, passi dal ragazzino all’adolescente innamorato per arrivare all’uomo maturo.
Penso, per esempio, alla differenza fra Cherubino ed Ascanio, l’adolescente e l’uomo tutto d’un pezzo, che richiedono un modo diverso di utilizzare la voce a seconda del personaggio, di che cosa si intende comunicare e della scrittura.
Ripeto, mi piace moltissimo e per entrare nel ruolo non vi nascondo che utile osservare per strada i diversi atteggiamenti delle persone, per capire come mi devo muovere , come sedermi, come gesticolare. E’ fantastico, perché quando riesci ad entrare nel personaggio tutto ti viene automatico: le movenze, il modo in cui rispondi ad un collega in palcoscenico, la maniera di tenere le cose.
Poi, naturalmente, il modo cambia per ciascun ruolo. Per esempio, Hansel è un bimbo, impaurito, sperduto nel bosco. Romeo, invece, è un adolescente innamorato, che prende decisioni forti, pur di unirsi alla sua Giulietta.
Ne parlo in modo appassionato, perché vivo in modo appassionato tutte le vicende che mi vedono partecipe sul palcoscenico.
Certamente, infine, ci sono il trucco ed i costumi che aiutano molto ad immedesimarsi.
Soprattutto, però, è la musica che ti trasforma. Non c’è tanto da pensare se entri in sintonia con la partitura: diventi il personaggio e lo vivi!
Alle volte addirittura mi succede che la produzione finisca ed io porti inconsapevolmente nella quotidianità ancora alcune movenze ...
Spesso si ascoltano grandi discussioni fra i sostenitori delle regie tradizionali e quelli che aprono volentieri alle visioni più moderne. Come si pone all’interno di questo dibattito?
Sono molto aperta nei confronti dei registi, perché credo che dietro alle loro idee ci sia un grande lavoro di pensiero e di studio .
Ho sommo rispetto di tutto questo e quindi parto con una atteggiamento di apertura, a patto che le loro idee rispettino sempre l’idea dell’autore e ciò che è scritto nella partitura.
Nel momento in cui l’idea registica rimane fedele alla musica ed a ciò che sta scritto sul libretto, sono ben felice di affrontare produzioni di volta in volta diverse, siano esse tradizionali oppure moderne, a patto che funzionino e non stravolgano il libretto.
Certo, però, che se mi viene proposta un’idea o un’azione in contrasto con ciò che canto o che sento, io sono consapevole che come interprete non potrei tradurla al meglio ed allora vado mi confronto con il regista e, insieme, si cerca una differente chiave interpretativa che trasmetta la stessa idea, ma maggiormente incline al mio modo di sentire.
Com’è lavorare con la Stroppa?
Oddio (ridendo) questo non dovresti chiederlo a me ma ai miei colleghi! Posso dire che cerco di pormi sempre nel migliore dei modi con tutti, ma senza forzarmi, cercando di essere sempre me stessa. cerco sempre di portare un clima di serenità durante le prove, anche perché penso che se si riesce ad instaurare un buon rapporto con tutto il team di lavoro, sicuramente ciò va a vantaggio dello spettacolo e quindi del pubblico. Cerco di trasmettere sempre entusiasmo e gioia creando un’ atmosfesra di lavoro collaborativa e proficua.
In effetti uno dei punti di forza de ‘Il barbiere di Siviglia’ in scena a Trieste è proprio l’affiatamento del cast, l’intesa, il senso del divertimento.
Non dimentichiamoci che ognuno di noi canta la propria parte, ma l’opera prima di tutto è una commedia in cui noi, cantando, è in dialogo continuo con gli altri personaggi. Il nostro è un grandissimo lavoro di squadra.
Qual è il suo rapporto con recensioni: le legge o, come faceva la Simionato, le evita?
Mentirei se dicessi che non le leggo mai. Le riceviamo e ci imbattiamo in esse, soprattutto, adesso, sui social. Non le vado a cercare, ma se arrivano, ovviamente, le leggo. A me sembra che le recensioni siano importanti da considerare quando costruttive. Nella stragrande maggioranza ho sempre ricevuto recensioni positive, e questo mi rende felice. Quando, però, è capitato di leggere un commento meno entusiastico, ho preferito interrogarmi sul motivo che avrà condotto a quella riflessione, in modo che l’osservazione potesse risultare utile. Cerco sempre di imparare, anche in quelle occasioni, che, finora ripeto, sono fortunatamente rare, anzi rarissime.
Va anche detto che noi siamo i primi giudici di noi stessi, sappiamo in primis ciò che possiamo dare e come abbiamo cantato. A tutti può capitare una serata negativa, siamo umani e non cantiamo in play back…quando sappiamo di aver fatto del nostro meglio e siamo felici dei noi stessi allora le critiche passano sicuramente in secondo piano.
Cosa le piacerebbe vedere scritto di lei sui giornali?
Quando mi definiscono ‘interprete raffinata’ ne vaso fiera.
Mi piace leggere le parole ‘duttile’ , artista completa,
Aggiungerei sensibile e appassionata nella musica come nella vita.
Infine, ringraziando per la disponibilità e la cortesia, chiudiamo chiedendole dove possiamo ascoltarla nei prossimi mesi, dopo ‘ Il Barbiere di Siviglia’ a Trieste?
Potrete sentire la mia Preziosilla nelle ultime repliche di dicembre a Zurigo, e poi mi ritroverete a Bilbao come Charlotte nel ‘Werther’ di Massenet; altro appuntamento sarà a maggio e giugno con una bella ‘Carmen’ alla Fenice a Venezia e Tornerò al Teatro Colon di Buenos Aires con il ruolo en travesti di Nicklausse ne “ Les Contes d'Hoffmann”
Ci sono anche altri impegni che ancora non posso ufficializzare, ma di cui darò presto notizia sul mio sito web e sui miei social!
Gianluca Macovez
20 dicembre 2025


