Sabato, 24 Gennaio 2026
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Zapato, il bad guy che infiamma i palchi con il suo rock anni ’50

Intervista a Zapato, uno dei protagonisti del capodanno catanese di quest'anno.

 

Il legame della nostra testata con Catania è oramai fatto assodato, grazie soprattutto all’assidua presenza al “Fringe Catnia Off”; ecco perché abbiamo deciso di proporvi un’intervista con un personaggio catanese, assolutamente fuori dagli schemi, che si presenterà al pubblico della sua città come uno dei partecipanti allo spettacolare concerto di capodanno insieme a  Ghali, Color Indaco, Marina Rei, Kaballà e Delia, rivelazione dell’ultimo X-Factor. Lui è Zapato (al secolo Renato Zappalà), classe ’64 istituzione a Catania; musicista, attore, performer, la sua musica si nutre del rock’n’roll anni ’50, stravolto in un genere che lui definisce come un insieme tra  punk rock e rap’n’roll. 

Come hai accolto la proposta di partecipazione al capodanno catanese?

Vivo tra Roma, Santa Monica e Catania; posso dire che sono le tre città che ho eletto a luoghi del cuore, con Catania ovviamente ho un legame profondo essendo la mia città natale, ecco perché questo concerto ha per me un significato importante. A Catania incontro la mia gente, quella con cui sono cresciuto e che mi ha visto crescere dal punto di vista musicale. Ho già suonato tre anni fa ad un concerto di capodanno, quello con Giusy Ferreri, esperienza bellissima; questa volta porterò tra gli altri alcuni brani inediti.  

Raccontaci la tua storia musicale, come è nata questa passione per la musica rock anni ’50?

E’ iniziata grazie ai dischi di mio padre che amava molto il rock di quegli anni, in particolar modo Elvis, ma non solo anche i “nostri” Bobby Solo e Rocky Robers. In più avevo e ho ancora un grande dono, sono molto snodato e quando ballavo fin da giovane mi piaceva muovermi molto con il corpo, questa è rimasta una delle mie caratteristiche peculiari. Così ho iniziato a cantare con una band messa su a scuola con degli amici e poi la passione è cresciuta sempre di più.

La tua prima band ufficiale sono i “Rhino Rockers”, storica rockabilly band con cui incidi due vinili oggi ricercati dai collezionisti. Il nome della band deriva da un’altra tua grande passione, quella delle motociclette.

Esattamente. Il nome ha a che fare proprio con la mia grande passione per le motociclette, in America la parola “rinoceronte” si usa metaforicamente per indicare quelli che si muovono con moto grosse e potenti. Ho iniziato a viaggiare spesso in America, partecipando a delle manifestazioni. Ho incontrato cantanti famosi, ho solo il rimpianto di non aver conosciuto Elvis per motivi anagrafici; però mio padre, fortunatamente per lui, ci è riuscito. In California, la mia formazione artistica si è affinata, avevo già un’idea musicale precisa, ma una volta lì ho assorbito nuovi generi musicali che ho unito al mio stile, creando un genere nuovo, il rap’n’roll. IRhino Rockers” sono stati negli anno ’80 un’esperienza unica e assolutamente irripetibile, erano anni d’oro per la musica in generale, il rapporto con il pubblico era intenso e diretto, non filtrato dalla presenza di internet, o dei social.

In seguito ti imbatti in un incontro fortunato, con quelli che saranno soprattutto degli amici, ma anche dei compagni di lavoro; ce ne vuoi parlare?

Sì, ad un festival Memphis al club di Forlì conosco Greg (Lillo e Greg), in seguito ci siamo rincontrati a Londra, sempre grazie all’amore per lo stesso genere musicale, da allora abbiamo prima di tutto un bel rapporto di amicizia che poi è diventato lavoro grazie alla partecipazione a “Le Iene”, la prima edizione , quella con Simona Ventura. 

Da quel momento è iniziata anche la tua carriera di attore?

Esatto. Seppure non sembra io in realtà sono abbastanza timido, così feci un provino u po’ per scherzare, un po’ per lavorare sulla mia timidezza Era lo sceneggiato “Medicina Generale”, dovevo fare la comparsa, invece il regista  mi notò, dicendomi che per lui avevo un volto interessante, assomigliavo un po’ a Mario Adorf e così mi fece recitare. Da allora ho preso parte a molti  film come “Un natale Stupefacente”, “Un natale col boss” e “DNA”, o  a fiction come “La mossa del cavallo”, “L’onore e il rispetto 5” e al recente “Bad guy”. Inoltre ho recitato anche in teatro, con la compagnia di Francesco e Guglielmo Ferro. L’esperienza della recitazione ha sicuramente arricchito il mio modo di stare sul palco; ho sempre pensato che le arti possano unirsi insieme creando delle belle magie. 

Nasce poi il nome Zapato, che in qualche modo è diventato per te un vero e proprio marchio di fabbrica. Da quel momento in poi come si è evoluta la tua musica?

Il soprannome mi fu dato in California dai chicanos messicani/californiani che poi ho trasformato in un vero e proprio nome d’arte, a questo punto mi sono accorto che l’evoluzione della mia carriera era su costruire un personaggio, che però ha sempre mantenuto i tratti distintivi delle mie origini musicali.  Attualmente la “Zapato band” è formata da  tre ragazzi; alla chitarra Ciro Magnano, alla batteria Alessandro Grillo, e al contrabasso Emanuele Spampinato. Le mie canzoni raccontano di epopee metropolitane e storie di vita; scrivo in italiano, lasciandomi influenzare da Elvis, ma anche dal punk rock, dai Ramones, dai  The Clash e tanti altri.  

Hai provato a portare un tuo brano a Sanremo in coppia con Bobby Solo, come è andata ?

Dopo l’incontro con Bobby Solo, che per me è stato di grande impatto, lui è ovviamente uno dei mie miti, decidiamo di presentare a Sanremo  il brano scritto da Greg “Un vecchio giubbotto di pelle”, che purtroppo non è stato scelto. Peccato, perché sarebbe stata davvero una bella esperienza, anche solo per riportare su quel palco un genere oramai scomparso da tempo su quella vetrina. Non è la prima volta che provo a far partecipare una mia canzone, l’intento è sempre quello di far riprendere vita al rock’ n’ roll su quello che è uno spazio di visibilità importante nel panorama della musica italiana.  Questo disco racchiude tutta la mia identità e le emozioni che mi hanno attraversato in tutti questi anni. Racconta la mia storia e l’evoluzione del mio percorso artistico. Il brano “Un vecchio giubbotto di pelle” è una canzone simbolo del mio modo di vedere alla musica oggi, come un simbolo della gioventù degli anno ’50, ed  è anche il brano che dà il titolo all’album dove sono contenuti otto brani inediti. 

Si può dire cheti appresti a una seconda giovinezza?

In realtà io sono stato sempre così, un “bad guy”, ma sempre sincero e spontaneo, con un unico grande sogno; riportare il rock’n’roll e tramandarlo alle nuove generazioni. La mia forza è stata quella di  vivere sempre tutto con una grande leggerezza e fare sempre ciò che volevo divertendomi. 

 

Barbara Chiappa

27 dicembre 2025

 

 

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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