Si conclude l’intervista ad un tenore di qualità, che auguriamo a tutti di poter ascoltare presto sulla scena.
Blagoj Nacoski in questa lunga intervista si è raccontato con generosità ed onestà, caratteristiche che troviamo anche nel suo modo di portare in scena i personaggi.
La sua carriera, lo abbiamo già scritto, si svolge in Italia ed all’estero, con repertori spesso differenti, ma sempre con successo.
Cittadino italiano da anni, non ha mai tagliato il legame con la Macedonia, dove è popolarissimo, si esibisce nei principali teatri, è ospite di trasmissioni televisive ed ha ottenuto grandi riconoscimenti ufficiali.
Una delle cose che ci piacciono di questo cantante è la determinazione a non trattenersi mai, a differenza di troppi suoi colleghi, nello scendere in campo in difesa dei grandi valori etici, a prendere posizione contro i sopprusi , a sapersi schierare dalla parte de più fragili.
Un Uomo onesto, coraggiosamente autentico.
Che vive appieno le gioie del suo tempo ma che ha fatto scelte coerenti, nelle quali i Valori, l’Etica, la preparazione non sono temi sui quali ci siano ambiti di trattativa.
Come capiremo da questa ultima serie di risposte.
La sua carriera la vede spesso fare la spola fra l’Italia e la Macedonia, dove è stato insignito del titolo di “Ambasciatore della cultura della Repubblica di Macedonia”. E’ difficile seguire due carriere che procedono in parallelo in due differenti paesi?
Dividere la propria attività tra Italia e Macedonia è impegnativo, ma estremamente arricchente. Sono due realtà diverse, con dinamiche culturali e produttive differenti, e riuscire a muoversi tra entrambe richiede energia, adattabilità e una certa disciplina. In Macedonia, poi, è accaduta una cosa che non mi aspettavo fino in fondo: ho acquisito una notorietà popolare molto più grande di quanto immaginassi. E devo essere sincero, non mi sono mai abituato completamente. Mi capita ancora di essere riconosciuto al supermercato, o al gate dell’aeroporto, con qualcuno che ferma tutto per una foto… situazioni che vivo con gratitudine ma anche con un certo imbarazzo, perché per carattere sono una persona molto riservata. Una certa visibilità fa piacere, certo, ma a volte per me è persino “too much”.
C’è poi un aspetto più intimo, legato alla mia identità. Non mi sono mai abituato al “nuovo” nome del mio Paese, all’aggiunta del “Nord”, e probabilmente non mi abituerò mai, anzi, la ringrazio per non usarla. Non è una posizione nazionalistica — non ho mai avuto spinte di quel tipo; semmai mi sento profondamente europeo, e prima ancora umano. Ma il nome “Macedonia” per me è memoria, famiglia, lingua, infanzia, radici. È qualcosa di emotivo e culturale, prima che istituzionale. La maggior parte dei cittadini macedoni ha vissuto quel cambiamento con rifiuto, qualcuno con fatica, altri con rassegnazione. Io lo vivo con una forma di distanza interiore: non per polemica, ma perché certi legami identitari non si modificano per decreto. Continuerò a chiamare il mio Paese semplicemente Macedonia, come ho sempre fatto, e come lo sento. Non per negare qualcosa, ma per restare fedele a una memoria collettiva e personale che non ha bisogno di aggettivi.
Il titolo di Ambasciatore della Cultura lo sento proprio in questa chiave: non come rappresentanza politica, ma come responsabilità culturale e affettiva. Portare nel mondo la musica, la lingua, la sensibilità del mio Paese — qualunque nome si scelga di usare — resta per me un onore e un dovere. E se c’è una forma di “patriottismo” in cui mi riconosco, è quella che unisce, non quella che divide: la difesa della cultura, della dignità e della memoria di un popolo.
Ci sono differenze fra il modo di allestire e vivere l’opera in Italia e Macedonia?
In Italia l’opera è parte del DNA culturale, in Macedonia è anche un atto di affermazione culturale. Sono due approcci diversi, entrambi profondamente validi.
Lei si dedica anche all’insegnamento. Com’è Blagoj Nacoski come Maestro? cosa è fondamentale, per lei, che un bravo insegnante trasmetta ai propri allievi?
-Fino a qualche anno fa non mi sentivo davvero pronto per insegnare. Nonostante l’esperienza, avevo la sensazione che mancasse qualcosa: forse una distanza, forse una consapevolezza più profonda del mio stesso percorso. Poi, a un certo punto, è scattato qualcosa. Le riflessioni sul canto maturate durante la pandemia mi hanno aiutato a capire meglio non solo come canto io, ma come poter trasmettere quel lavoro agli altri.
I miei studenti dicono che sono severo — o, per essere più precisi, esigente. Ed è vero: pretendo molto, a volte forse anche troppo. Ma allo stesso tempo il rapporto con loro è molto diretto, amichevole. Mi pongo spesso più come un collega di teatro che come un docente tradizionale. Io sono teatrante da quando avevo due anni, è il mio modo naturale di vivere la musica, il mestiere: non potrei insegnare senza portare dentro l’aula anche questa dimensione. E credo che trasmettere il teatro, il senso della scena, dell’urgenza espressiva, sia fondamentale per chi vuole fare questo mestiere.
C’è poi un aspetto interessante: dopo una giornata di insegnamento mi sento più stanco che dopo una giornata di prove in teatro. Perché non riesco a insegnare in modo superficiale; quando lavoro con gli allievi mi dedico completamente, con la stessa concentrazione e responsabilità che metto in scena, o forse ancora maggiore.
Sì, sono esigente. Ma spero anche onesto. E quello che cerco davvero di trasmettere è un metodo, il rispetto per la voce e, soprattutto, l’amore per la verità musicale.
In questo periodo alcuni grandi musicisti classici sono scesi in campo contro le star nostrane del rock. Cosa pensa di queste polemiche? Esistono realmente delle fratture fra i generi musicali? che musica ascolta nel tempo libero? Sempre e solo classica, od esiste anche una play list di Nacoski decisamente meno accademica?
Le polemiche tra generi musicali mi sembrano spesso sterili. La musica è una sola, cambia il linguaggio, ma l’intenzione espressiva resta la stessa. Personalmente non ho mai avuto barriere mentali: ascolto con curiosità, senza pregiudizi.
Non ho una vera e propria playlist: vado molto a istinto. Mi capita di canticchiare canzoni pop, magari quelle che mi restano in testa per caso, ma senza un’abitudine precisa all’ascolto sistematico. E c’è una curiosità che mi diverte sempre: nelle opere liriche conosco a memoria non solo la mia parte, ma anche quelle degli altri personaggi, spesso in più lingue. Con la musica leggera, invece, faccio molta più fatica a ricordare i testi. Non ho mai capito bene perché — forse perché il rapporto con l’opera è più strutturato, più “muscolare”, più legato alla scena e alla memoria teatrale. In generale, però, ho anche bisogno di momenti di silenzio. Spesso sento l’esigenza di “riposare le orecchie”: per esempio non amo ascoltare musica in macchina. Dopo ore passate a studiare, provare, cantare, il silenzio diventa una forma di equilibrio.
C’è poi un territorio che mi ha sempre incuriosito molto: il musical. Mi sarebbe piaciuto — e mi piacerebbe ancora — provarmi in quel genere. Cantare e muovermi in scena non mi è mai stato difficile, e trovo affascinante quel tipo di teatro musicale totale. In realtà, poco prima della pandemia c’era stata una proposta concreta in quella direzione, poi purtroppo sfumata con l’arrivo del Covid. Chissà, magari prima o poi si presenterà di nuovo l’occasione: sarebbe un’esperienza che affronterei con grande entusiasmo.
L’anno scorso, per esempio, sono stato per la prima volta ad assistere dal vivo a un grande concerto di musica leggera: quello di Marco Mengoni a San Siro, a Milano. Devo dire che forse come “prima volta” mi è andata fin troppo bene. Mengoni è un artista completo, e quello non è stato semplicemente un concerto, ma uno spettacolo vero e proprio, costruito con grande cura, intelligenza e presenza scenica.
Allo stesso tempo, pur essendo una persona molto aperta all’innovazione e alla tecnologia, c’è un aspetto della musica leggera contemporanea che mi lascia perplesso: l’uso sempre più diffuso dell’autotune. Non ho nulla contro gli strumenti tecnologici in sé, ma quando diventano un modo per correggere sistematicamente ciò che dovrebbe essere naturale, mi infastidiscono. Lo percepisco un po’ come il doping nello sport: altera la percezione della realtà e rischia di spostare l’attenzione dalla verità dell’espressione alla costruzione artificiale del suono.
Lei è molto attento al sociale. Grandi le sue prese di posizione in difesa dei diritti, contro i soprusi ed il bullismo. A differenza di tanti cantanti famosi, abilissimi nel non schierarsi, lei ha messo la faccia, come a suo tempo fecero Verrett e Bumbry, in tante battaglie morali ed etiche. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo dei veri artisti in difesa di minoranze e valori? Approfittiamo di questa chiacchierata per lanciare qualche appello?
Credo che un artista non debba necessariamente essere un attivista, ma non possa permettersi l’indifferenza. Il silenzio, in certi momenti storici, non è neutralità: è già una scelta. La voce che usiamo per cantare non è separata dalla voce che usiamo come cittadini. Se il palcoscenico ci dà visibilità, allora ci chiede anche responsabilità. Difendere i diritti, opporsi ai soprusi, prendere posizione contro il bullismo e ogni forma di violenza non è ideologia: è semplice umanità.
Noi artisti siamo anche una categoria privilegiata, nel senso più alto del termine: abbiamo la possibilità di viaggiare in tutto il mondo, di vivere culture diverse da vicino, anche molto lontane dalla nostra. Questo confronto continuo cambia lo sguardo, ti costringe a relativizzare, a capire meglio chi sei e da dove vieni.
La mia esperienza personale mi ha portato a una convinzione molto chiara: il modello di democrazia liberale, i valori, i diritti e il livello di benessere che abbiamo costruito in Europa — pur con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni — resta, oggi, uno dei migliori esempi esistenti al mondo. Va solo difeso, coltivato, migliorato. Dobbiamo tenerci stretto il nostro vecchio continente e ciò che di buono è stato costruito negli ultimi ottant’anni: la cultura del dialogo, la centralità della persona, la libertà di espressione, il rispetto delle differenze. Non sono conquiste scontate, né irreversibili.
Sta anche a noi, artisti e cittadini, custodirle e trasmetterle a chi verrà dopo.
Oltre che sul pentagramma lei scorrazza con abilità anche sui media. Un re di Facebook ed Instagram. Quanto sono importanti questi mezzi di comunicazione per un artista oggi?
I social sono strumenti potentissimi. Possono avvicinare il pubblico, raccontare il lavoro dietro le quinte, umanizzare l’artista. Ma vanno usati con consapevolezza. Ammetto che all’inizio non mi è stato facilissimo creare contenuti con continuità: ho dovuto “imparare” a farlo per stare al passo con i tempi, soprattutto per chi fa un mestiere come il mio, che nasce lontano da questo tipo di esposizione. Oggi cerco di gestirli con più naturalezza, ma non mi considero affatto un esperto. Non ho mai fatto un corso specifico — e forse dovrei. Cerco semplicemente di usarli con autenticità, senza costruire un personaggio diverso da quello che sono, e soprattutto senza perdere di vista ciò che conta davvero: la musica, il lavoro, il teatro.
I cantanti lirici sono noti per scaramanzie e superstizioni. Ha un gesto scaramantico prima di andare in scena o qualche portafortuna?
Non sono particolarmente superstizioso. Il mio rito è lo studio, la concentrazione, il rispetto per il palcoscenico.
Quanto è difficile vivere facendo il cantante lirico?
Vivere facendo il cantante lirico è difficile, faticoso, spesso instabile. Richiede disciplina, pazienza, capacità di adattamento e una grande forza mentale, perché non esiste mai una vera routine. Ogni produzione, ogni teatro, ogni ruolo ti rimette in gioco da capo. Detto questo, ho imparato col tempo a vivere questo mestiere con la giusta leggerezza. A non essere schiavo della voce, a non trasformare ogni giornata in una tensione continua. Quando tolgo il trucco teatrale cerco di condurre una vita assolutamente normale, senza rituali eccessivi o protezioni ossessive. Credo di aver trovato un buon equilibrio: rispetto la mia voce, certo, ma non permetto che governi ogni aspetto della mia esistenza. Sono una persona propositiva, cerco di vivere con energia e con gratitudine ciò che faccio. E quando qualche collega mi fa notare questa mia attitudine positiva, devo dire che mi fa molto piacere — perché significa che, oltre al lavoro, passa anche qualcosa del mio modo di stare al mondo.
Quanto è importante evitare scorciatoie e compromessi?
Le scorciatoie esistono, ma presentano sempre il conto. I compromessi artistici, prima o poi, si pagano — sulla voce, sulla credibilità, sulla serenità personale. Io, nel mio percorso, non ho mai fatto scorciatoie né compromessi, e posso dirlo con serenità e anche con un certo orgoglio. È una linea che mi sono imposto fin dall’inizio e che non ho mai tradito, e che non tradirò. Confesso che a volte rimango spiazzato quando vedo giovani colleghi scegliere strade più rapide o più facili. Non lo dico con giudizio, ma con stupore: a venticinque o trent’anni io non avrei avuto nemmeno la testa per ragionare in quei termini. Ero concentrato solo sullo studio, sul lavoro, sulla costruzione lenta e paziente di un percorso. Credo che questo mestiere richieda tempo, maturazione, e una certa fedeltà a se stessi. Tutto il resto può sembrare conveniente nell’immediato, ma difficilmente regge nel lungo periodo.
Un cantante lirico deve sottostare a delle regole per tutelare la voce? Si racconta di tenori che tacevano per giorni prima dello spettacolo, di cantanti che andavano ‘in ritiro’ nelle serate precedenti al debutto evitando mogli e fidanzate, di altri che vivono con la sciarpa oppure evitano il sole e l’aria aperta. Sono solo leggende o c’è qualcosa di vero? Lei a quale ‘tortura’ si sottopone? com’è la sua giornata da cantante lirico?
Non faccio nulla di tutto questo. Nessuna “tortura”, nessuna sciarpa perenne, nessun silenzio rituale, nessun ritiro dal mondo prima dello spettacolo. Ho sempre cercato un rapporto sano con la voce e con il mio corpo. Anzi, se devo dire la verità, il mio bisogno è spesso l’opposto: avere accanto la persona che amo, mantenere una quotidianità normale, non isolarmi. Questo mi dà equilibrio e serenità, che poi si riflettono anche sul palcoscenico. Faccio sport anche il giorno dello spettacolo. Forse qui sono arrivato quasi all’eccesso contrario: ho la sensazione che, se non mi alleno, la voce e il corpo non saranno pronti abbastanza. È una sorta di disciplina personale che mi aiuta a sentirmi centrato. Come dicevo prima, non sono schiavo della voce. La rispetto profondamente, ma non voglio che diventi una gabbia. Credo che il cantante debba essere prima di tutto una persona viva, presente, in relazione con la realtà. Solo così ciò che accade in scena può essere davvero autentico.
Facciamoci del male: Qual è il suo rapporto con recensioni: le legge o, come faceva la Simionato, le evita ?
Leggo le recensioni, sì, ma con il giusto distacco. Possono essere stimolanti, ma non devono diventare un’ossessione.
Cosa le piacerebbe vedere scritto di lei? Invece cosa le dà più fastidio?
Mi piacerebbe leggere che sono stato un artista onesto, coerente, rispettoso della musica e del pubblico. Non mi interessa l’enfasi, né l’elogio fine a se stesso: mi interessa che venga percepita la serietà del lavoro, la ricerca, il rispetto per ciò che faccio. Mi infastidisce la superficialità, e ancor di più una recensione chiaramente faziosa. La critica è fondamentale, anche quando è severa, ma deve essere onesta, motivata, libera da preconcetti. Quando lo è, diventa uno strumento prezioso di confronto e di crescita; quando non lo è, perde semplicemente di significato.
Quali sono i prossimi impegni?
I prossimi impegni saranno particolarmente intensi e, devo dire, molto stimolanti. Debutterò al Teatro Filarmonico di Verona nel Falstaff verdiano, che considero forse la mia opera preferita: un capolavoro assoluto di intelligenza teatrale e musicale.
Seguirà la nuova produzione de Le convenienze e le inconvenienze teatrali di Donizetti al Teatro Massimo di Palermo, poi tornerò ad Alfredo ne La traviata e al Conte d’Almaviva — per la novantaseiesima volta — all’Opera Nazionale Macedone di Skopje, un ruolo che continua ad accompagnarmi e a trasformarsi con me.
In calendario ci sono anche Nabucco a Savona e Trapani, Le nozze di Figaro, e una prima mondiale al Teatro dell’Opera di Roma: La vita nuda di Matteo D’Amico, un progetto che mi incuriosisce moltissimo.
Accanto all’attività teatrale, prosegue anche quella concertistica: la Serenata di Britten con I Virtuosi Italiani a Verona, un programma dedicato a Šostakovič e Britten con Luca Ciammarughi a Roma, e altri appuntamenti in via di definizione.
È un periodo ricco, vario, che mi permette di alternare repertori e linguaggi diversi — ed è esattamente il tipo di percorso artistico che sento più vicino in questo momento della mia vita.
Infine, ringraziando per la disponibilità e la cortesia, quali i suoi sogni?
I sogni cambiano con il tempo. Non sono più legati al “fare di più”, ma al fare meglio, con maggiore consapevolezza e libertà. Continuare a crescere senza irrigidirmi, restare curioso, disponibile all’ascolto, e non perdere mai quel leggero tremito prima di andare in scena: finché c’è quello, so che sto facendo il mestiere giusto.
Dal punto di vista artistico mi piacerebbe debuttare ancora diversi ruoli importanti: Don José, Werther, Des Grieux, Hoffmann, magari anche Rodolfo ne La bohème. Sono personaggi che sento vicini e che affronterei con il rispetto e la maturità che richiedono.
E svelo anche un piccolo desiderio che porto con me da tempo: mi piacerebbe recitare in uno spettacolo di prosa. Il teatro di parola puro mi affascina moltissimo; credo sarebbe una sfida diversa, ma profondamente formativa, e forse anche un modo per tornare all’essenza più nuda del mestiere di attore.
Grazie e tanta buona vita, Maestro Nacoski
Gianluca Macovez
4 marzo 2026


