Giovedì, 12 Febbraio 2026
$ £

Stranger Things a Lucca Comics & Games: "Gli ultimi 40 minuti li abbiamo scritti per primi"

I Duffer Brothers e il cast rivelano i segreti della quinta e ultima stagione. Finn Wolfhard: "Abbiamo avuto un'infanzia insolita". Noah Schnapp: "Winona Ryder è stata una seconda mamma"

Nove anni dopo la prima stagione, il cerchio si chiude. Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Noah Schnapp e i creatori Matt e Ross Duffer sono approdati a Lucca Comics & Games per mettere la parola fine a Stranger Things, la serie Netflix diventata in breve tempo un fenomeno culturale globale. Al Teatro del Giglio, nell'incontro riservato alla stampa, hanno raccontato come si dice addio a un mondo che li ha accompagnati dall'infanzia all'età adulta.

I Duffer: "Abbiamo iniziato dalla fine"

La rivelazione più significativa arriva dai Duffer Brothers, che confermano ciò che avevano già anticipato in passato: loro sapevano esattamente come si sarebbe conclusa l'avventura di Hawkins fin dal primo giorno. «Abbiamo iniziato a lavorare a ritroso, partendo dagli ultimi quaranta minuti di quello che sarebbe stato l'episodio finale della saga», ha spiegato Matt Duffer. «Se non fossero stati perfetti quei quaranta minuti, tutta la serie non lo sarebbe stata ai nostri occhi».

Non si tratta solo di una scelta narrativa, ma di un atto d'amore verso cast e crew: «L'ultimo episodio riflette il viaggio che abbiamo fatto con tutti loro e rappresenta il giusto addio. Speriamo di suscitare nel pubblico le stesse emozioni che abbiamo provato noi quando l'abbiamo scritto».

Matt e Ross avevano le idee chiare su Hawkins, sul Sottosopra e su quello che intendevano trasmettere: una storia che parlasse di amicizia, coraggio e crescita, ma anche di paura e perdita. Ora, con la quinta stagione in uscita scaglionata su tre date (Volume 1 dal 27 novembre, Volume 2 dal 26 dicembre, episodio finale il 1° gennaio), quella visione si compie.

Gli attori cresciuti insieme ai loro personaggi

I quattro giovani protagonisti – Finn Wolfhard (Mike), Gaten Matarazzo (Dustin), Caleb McLaughlin (Lucas) e Noah Schnapp (Will) – concordano nel definire Stranger Things un «viaggio». Non solo professionale, ma esistenziale. «Ognuno di noi, sia come attore che come personaggio, si è evoluto in modo diverso», spiega Caleb. «Ma è un cambiamento che tutti i ragazzi della nostra età attraversano, che siano sullo schermo o nella vita reale».

Finn Wolfhard ammette con disarmante sincerità: «Abbiamo avuto un'infanzia insolita rispetto ad altri coetanei. Ci siamo ritrovati a girare una serie tv ancora bambini, ma essere diventati amici ha aiutato ad affrontare le riprese fino alla fine». Un'amicizia che si riflette nei loro personaggi: Mike, nella quinta stagione, cercherà di tenere unito il gruppo ponendosi come leader; Lucas diventerà più sensibile, resiliente e aperto verso gli amici; Will – il ragazzo scomparso nel Sottosopra nella primissima puntata – avrà forse l'arco narrativo più drammatico.

Will Byers e il coraggio di essere se stessi

Proprio Will sembra destinato a essere il fulcro della stagione finale, il fautore principale del ritorno del Sottosopra. Noah Schnapp racconta l'evoluzione del suo personaggio con evidente passione: «Fin dalla prima stagione ha dovuto affrontare molti problemi personali e familiari, come accade nella vita reale. Problemi che si sono riflessi nel Sottosopra. Eppure, grazie alla scrittura dei Duffer, riesce a trovare il suo vero io e capisce che va bene essere chi si è veramente». Una dichiarazione che risuona ben oltre la finzione, considerando che Will Byers è diventato nel corso delle stagioni uno dei personaggi LGBTQ+ più rappresentativi della serialità contemporanea, trattato con rispetto e profondità emotiva raramente vista in produzioni mainstream.

 

I momenti che restano: Dungeons & Dragons e lacrime vere

Quando si chiede ai Duffer quale sia il momento più iconico e personale di tutta la serie, la risposta è immediata: «La primissima scena girata con i ragazzi, la partita di Dungeons & Dragons». Non solo perché legata ai loro ricordi d'infanzia, ma perché «dopo qualche fallimento, c'erano ansie e aspettative su questa serie. Quella scena rappresentava tutto: amicizia, immaginazione, il rifugio nel gioco quando la realtà fa paura».

Anche gli attori hanno i loro ricordi indelebili. Gaten Matarazzo menziona «la prima volta che siamo stati sul set, il giorno che ha dato il via alle nostre carriere. Eravamo solo un gruppo di ragazzini difficili da gestire e probabilmente la crew ci odiava». Ride mentre lo dice, ma c'è nostalgia in quella risata.

Caleb McLaughlin confessa: «Sul set mi sembrava di rivivere la mia vita. Non recitavamo solo, vivevamo quei momenti insieme». È Noah Schnapp a regalare l'aneddoto più topico: «Dovevo girare una scena particolarmente emotiva e non riuscivo a piangere. Ho chiesto aiuto a Winona Ryder e lei mi ha invitato nella sua roulotte, spiegandomi come si preparava quando doveva girare certe scene. Forse anche per questo l'ho sempre considerata una seconda mamma». Questo è uno di quei ricordi particolari che raccontano cosa sia davvero Stranger Things: un dialogo tra chi quegli anni li ha vissuti e chi li scopre attraverso lo schermo.

Gli anni Ottanta: non nostalgia, ma universalità

Inevitabile la domanda sull'ambientazione anni Ottanta, diventata cifra stilistica della serie e punto di partenza per un'intera ondata di revival retrò nella cultura pop contemporanea. I Duffer sono chiari: «La nostra intenzione non era romanticizzare gli anni Ottanta, ma catturare e trasporre le sensazioni che noi stessi avevamo avuto da ragazzini: le esperienze, le emozioni vissute in prima persona con i nostri amici». L'obiettivo non era realizzare un'operazione nostalgica fine a se stessa, ma «offrire al pubblico qualcosa di diverso rispetto ai film che uscivano nel 2016, qualcosa che riportasse in auge valori universali come la nostalgia, l'amicizia e il sacrificio».

E qui sta forse il vero segreto del successo di Stranger Things: non è una serie sugli anni Ottanta, ma una serie che usa gli anni Ottanta per parlare di sentimenti senza tempo. La paura del buio, il coraggio di affrontare l'ignoto, l'amicizia che salva, l'amore che resiste anche quando tutto sembra perduto. Temi che funzionavano nel 1983 e funzionano ancora oggi, che si siano vissuti quegli anni o meno.

Un addio che è anche un grazie

Mentre la conferenza si avvia alla conclusione, si percepisce negli addetti ai lavori e non un misto di malinconia e gratitudine. Nove anni sono tanti, e Stranger Things ha cambiato le vite di questi ragazzi, ma anche il modo di fare serialità: ha dimostrato che si può raccontare il fantastico senza rinunciare alla profondità emotiva, che si può omaggiare il passato senza tradire il presente, che i ragazzini in bicicletta possono essere eroi credibili quanto qualsiasi adulto armato. E forse è proprio questo che rende Stranger Things così speciale: non è solo una serie tv di successo, ma una storia d'amore collettiva tra chi l'ha creata e chi l'ha vissuta. 

 

Diana Della Mura 

Ph. Eugenio Magliocco

31 ottobre 2026

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per scoprire gli sconti sugli spettacoli teatrali riservati ai nostri lettori

Search