Il creatore di Ken il Guerriero entra letteralmente nella storia dell'arte italiana. In conferenza stampa a Lucca: "Non mi aspettavo questo successo. I valori del bushido sono universali"
L’annuncio segna uno spartiacque culturale: Tetsuo Hara, creatore della leggendaria serie Hokuto no Ken (Ken il Guerriero), diventa il primo mangaka le cui opere entreranno a far parte della collezione permanente della Galleria degli Uffizi. La notizia è arrivata durante la conferenza stampa che il maestro giapponese ha tenuto a Lucca Comics & Games: un autoritratto e alcune opere selezionate saranno esposte in modo permanente nel museo fiorentino. Un riconoscimento che legittima in modo definitivo il fumetto come forma d'arte a pieno titolo, collocandolo accanto ai grandi capolavori della tradizione pittorica occidentale.
Una conferenza troppo breve per un maestro di tale grandezza
L'incontro con la stampa, attesissimo dagli addetti ai lavori, si è rivelato inevitabilmente insufficiente rispetto alla quantità di domande che si sarebbero volute porre al sensei. Gli interventi sono stati limitati dato il tempo ristretto, ma Hara ha saputo ugualmente restituire un’idea del suo processo creativo e della genesi di Kenshiro, il protagonista muscoloso e malinconico che ha segnato l'immaginario di intere generazioni.
Dal cinema degli anni Ottanta al corpo di Kenshiro
«Il cinema di quegli anni mi è stato d'aiuto», ha spiegato Hara rispondendo alla domanda su cosa lo avesse ispirato nella creazione del personaggio. Lungometraggi cult della storia del cinema mondiale come Blade Runner, Mad Max e Star Wars hanno rappresentato fonti autorevoli per costruire l'atmosfera post-apocalittica della serie. Ma è stata soprattutto la figura di Sylvester Stallone e del suo corpo perfettamente scolpito a contribuire alla creazione dei tratti fisici di Kenshiro.
Non solo Hollywood: anche il mitico Bruce Lee e l'attore giapponese Yusaku Matsuda, noto per i ruoli iconici nei film d'azione come quello di Sato in Black Rain di Ridley Scott, hanno giocato un ruolo fondamentale nella definizione del protagonista. Un mix di riferimenti orientali e occidentali che ha creato un eroe visivamente universale.
L'editor: il segreto dietro cinquant'anni di successo
Se l'immaginario di Hokuto no Ken trae molta ispirazione dal cinema degli anni Settanta e Ottanta, un contributo altrettanto essenziale è derivato dal rapporto tra Hara e il suo editor, con il quale collabora da cinquant'anni. «Per me è sempre stato importante avere un punto di vista distaccato e diverso con cui confrontarmi», ha rivelato l'autore. «La sua presenza è stata essenziale per ricevere suggerimenti, feedback e un confronto onesto con qualcuno che sappia fare il proprio lavoro. A lui devo gran parte del successo che le mie opere hanno riscosso a livello internazionale». Questa dichiarazione ha saputo restituire dignità a una figura spesso trascurata e invisibile, seppur cruciale nel processo creativo di un fumetto: l'editor percepito non come censore o controllore, ma come interlocutore critico indispensabile.
Da una stanza di diciotto metri quadri al successo mondiale
Hara ha confessato di non essersi mai aspettato di raggiungere un tale successo: «Tutto è iniziato da una piccola stanza in cui disegnavo già a diciott'anni, e lo facevo prevalentemente per me stesso». Quando Hokuto no Ken è stato tradotto in diverse lingue, arrivando in Paesi oltreoceano, l'autore si è reso conto della reazione positiva che il suo manga aveva ricevuto dal pubblico mondiale. «Com'è accaduto per me, che ho imparato dal maestro Tezuka e dagli altri illustri mangaka che vivevano nella palazzina Tokiwa-so [storico edificio nel distretto di Toshima dove risiedevano i pionieri del manga moderno, ndr], forse anche altri avranno ricevuto la mia influenza. Perché la mia opera, ora, appartiene al pubblico».
Il segreto di un manga di combattimento? Non esiste
Alla domanda su quale fosse il segreto per realizzare un buon manga di combattimento, Hara ha risposto con una onestà disarmante: «Non esiste un segreto». Ha attinto dai film per far sì che le scene su carta potessero sembrare reali, così che i lettori fossero colpiti e il suo modo di disegnare si imprimesse nella loro memoria. C'è un elemento personale, però, quasi doloroso, che ha alimentato quella vis narrativa: «Da giovane, in ambito scolastico, ho spesso assistito a scene di bullismo. Desideravo rendere giustizia alle vittime. Volevo che si divertissero leggendo le scene d'azione, che per loro rappresentassero una sorta di rivalsa per aver sofferto nella realtà». Il fumetto può fungere da strumento di riscatto emotivo. Non rappresenta solo una forma di intrattenimento, ma può essere vissuto come una sorta di consolazione e vendetta simbolica per chi, nella vita reale, non può difendersi.
I valori universali del bushido riversati nelle tavole in bianco e nero
Come si spiega il successo planetario di Hokuto no Ken, un manga profondamente radicato nella cultura giapponese ma amato in Paesi culturalmente lontanissimi? Hara ha una risposta precisa: «Alla base della mia opera ci sono i valori dell'amicizia, del sacrificio e della vittoria. Ideali che provengono dal bushido, il codice dei samurai. Il modo di vivere più giusto per l'essere umano è proprio quello di cercare di seguire questi tre ideali». Valori che possono sembrare arcaici, forse, ma che sono ancora capaci di parlare all'uomo contemporaneo, al di là delle barriere linguistiche e culturali. È questa universalità etica che ha reso Ken il Guerriero un fenomeno globale con oltre 100 milioni di copie vendute nel mondo.
Un riconoscimento storico per il fumetto nipponico
L'ingresso dell’opera di Hara agli Uffizi sancisce il manga come un prodotto artistico maturo, capace di dialogare con la grande tradizione dell'arte visiva elevandolo finalmente dall’etichetta di prodotto per ragazzini. Tetsuo Hara, con il suo tratto inconfondibile e la sua capacità di fondere epica orientale e immaginario occidentale, ha dimostrato che il manga può stare accanto a Botticelli e Caravaggio senza alcun complesso di inferiorità. Perché l'arte, alla fine, non ha confini geografici né gerarchie di linguaggio, ha solo la forza di emozionare, raccontare e migliorare chi la guarda.
Diana Della Mura
Ph. Eugenio Magliocco
31 ottobre 2025


