Ginesio Fest 2026 dal 25 al 30 agosto, tema di quest’anno: “Le illusioni”.
Da quando ho la fortuna di occuparmi di Festival per questa testata, cerco sempre di trovare all’interno di queste manifestazioni un filo conduttore. Spesso il tema è dichiarato, ed allora il gioco consiste nel capire se quel tema corrisponde davvero con il nocciolo del Festival. Nel caso del Ginesio Fest 2026 il tema è “Le illusioni”, un viaggio utopico in cui c’è la possibilità di parlare e scambiarsi idee e suggestioni sul teatro, dove il maestro affermato possa dialogare con i nuovi talenti. Il centro del Festival rimane il premio Remo Girone, consegnato quest’anno nel giorno dell’inaugurazione a Maria Paiato e Valerio Binasco, alla presenza della giuria presieduta da Alessio Boni e composta da Lino Musella, Iaia Forte, Manuela Mandracchia, Rodolfo di Giammarco, Francesca Merloni e Giampiero Solari. Forse l’attestato di merito più gratificante ai due attori verrà fatto da Alessio Boni qualche giorno dopo in un incontro pubblico, dove li definirà due artigiani veri del teatro, due che non hanno bisogno delle luci della ribalta, ma che vivono dell’arte del teatro studiando con la dedizione che si deve a un mestiere che si ama sopra ogni altra cosa. Consiglio, o monito dato ai giovani teatranti che fanno parte dei laboratori che si tengono quest’anno a San Ginesio, che si chiedono come attraversare la loro strada nel mondo del teatro con giusta convinzione. E di giovani attori per le vie di San Ginesio in questi giorni ce ne sono tanti ed è bello vederli passeggiare tra le case in mattoni, alcune di queste ancora puntellate dalle travi e dalle funi post terremoto; e a noi ci pare questa la vera illusione; giovani presenti al Festival per seguire il laboratorio proposto da Alessio Maria Romano nel progetto “Island”, dove la metafora dell’isola è utilizzata come spazio di incontro.
Dal giorno 26 agosto il festival, come ogni anno, prevede incontri presentazione di libri e ovviamente spettacoli, questo il nostro resoconto di alcuni delle azioni del festival.
26 agosto 2026, ore 17.00, Biblioteca tra le righe, presentazione del libro “Irene”, autori Caroline Baglioni e Giacomo Bellani.
“Irene” nasce come testo teatrale e poi si sviluppa in romanzo ed è il frutto degli incontri di teatro effettuati dai due autori all’interno di un centro per la cura dei disturbi alimentari. Irene esiste davvero, seppure gli autori ci racconteranno che è il prodotto di alcune delle storie ascoltate all’interno di quella attività teatrale. Irene soffre di disturbi alimentari e vive in una casa che lei controlla con cura quasi maniacale, tanto da far pensare agli autori alla suggestione per cui la stessa casa diventi un personaggio. Ci sono poi una serie di altre figure che abitano questo spazio, personaggi anche loro di quella trama apparentemente semplice, ma che nascoste un profondo intreccio psicologico. Durante la presentazione non viene svelata, come è giusto che sia, in modo approfondito la trama del romanzo, ma ciò che si è cercato di fare di questo racconto, della trasformazione di un testo teatrale in uno narrativo, che probabilmente si trasformerà nuovamente in un progetto teatrale concreto nel 2028. L’illusione in questo caso è quella di Irene e della percezione alterata del suo corpo, di uno spazio che abita e che vorrebbe sempre perfetto, così come vorrebbe perfetto il suo stesso involucro. Forse questo è il passaggio che più ci colpisce, che poi è tipico delle persone che soffrono in particolar modo di anoressia, l’ambizione di poter controllare con maniacalità che ogni piccolo angolo della propria vita mantenga un’immagine che si è costruita solo nella propria mente; l’illusione del controllo totale della propria vita. Una nota di merito alla casa editrice Rrose Sèlavy, che nasce nel 2012 come casa editrice di libri per bambini e che invece ha l’ardore di spingersi verso testi di diverso tipo. Ma dopotutto cosa è più illusorio del nome della stessa casa editrice che non è altro che l’invenzione che Duchamp fece di se stesso in un corpo femminile.
26 agosto 2026, ore 18.00, Auditorium Sant’Agostino, “Per sempre” di e con Alessandro Bandini, produzione LAC Lugano Arte e Cultura.
Alla base dello spettacolo c’è un archivio intimo e per decenni sconosciuto: le oltre 2.300 lettere, cartoline e dediche in lingua francese che Giovanni Testori scrisse al suo amato Alain Toubas tra la fine degli anni '50 e i primi anni '60. Sicuramente uno spettacolo consigliato per chi ama la grande drammaturgia della parola e il teatro d'attore essenziale. Perché in questa messa in scena Alessandro Bandini è da solo, con uno schermo sul retro che cita le lettere numerate e datate con grande precisione; e quello schermo seppure sembra semplicemente un indice, in realtà per chi vi scrive è stato una parte integrante dello spettacolo, poiché lo scorrere del tempo (anni) è la punteggiatura netta sull’ossessione di Testori dinanzi a una storia d’amore omosessuale, non solo mai dichiarata, ma quasi sicuramente inconfessabile. Il lavoro di Bandini, tutto di parola, vive dei crescendo talmente toccanti, da farci cadere nella stessa ossessione di Testori, l’illusione dell’amore fa esattamente questo, tramuta la coscienza, la altera, fino a divenire un agito patologico. Affiancato dallo sguardo esterno di Alessandro Sciarroni e dal drammaturgo Ugo Fiore, Bandini sceglie la strada della pulizia totale dalle azioni, il corpo oscilla di pochissimo, la voce fa tutto. Tanto che a chi guarda i muscoli delle cosce tesi, radicati nel terreno quasi a doversi reggere dalla furia di una tempesta e posti forse appositamente in vista, sono ancora anche per lo spettatore che altrimenti potrebbe altresì perdersi in quella medesima furia. Ricordiamo che Testori profondamente cattolico, ha vissuto la propria sessualità in un costante, drammatico attrito con il senso del peccato, del sacro e del perdono. Per lui l'amore erotico e l'amore mistico religioso erano indissolubilmente legati. Ed è solo comprendendo a fondo questo travaglio che si può spiegare la realizzazione di questo spettacolo, che a tratti diventa nauseante per lo strabordio di parole che evoca, senza alcun controllo. Bandini dimostra una padronanza tecnica impeccabile, oscillando tra toni cupi e romantici, momenti sussurrati e improvvise impennate urlate. Non c'è spazio per il patetismo. La storia con Alain Toubas (conosciuto nel 1959, quando Toubas era un giovane studente francese) fu uno dei legami più importanti e duraturi della sua vita. Toubas divenne in seguito il suo storico assistente, agente e curatore del suo archivio, rimanendogli accanto fino alla morte di Testori nel 1993. Nello spettacolo l'impostazione monologante e la natura unidirezionale delle lettere pongono lo spettatore di fronte a un "soliloquio a due". La figura di Alain resta uno sfondo evocato, un destinatario fantasma; questa scelta accentua il senso di solitudine ed egoismo tipico del grande sentimento amoroso, anche se lascia nello spettatore la curiosità di conoscere l'altra meta del dialogo.
26 agosto 2026, ore 21.15, Chiostro Sant’Agostino, “The End”, Babilonia Teatri ideato da Valeria Raimondi ed Enrico Castellani
Questo spettacolo viene in soccorso del previsto “Abracadabra”, annullato a causa di un problema di salute di un attore; al suo posto “The end”, che ha debuttato nell'estate del 2010 (nella sua prima forma al Festival di Santarcangelo e a Operaestate Festival), per poi approdare nella versione definitiva nel 2011, anno in cui ha vinto il Premio Ubu come Miglior Novità Italiana /Ricerca Drammaturgica. Poteva essere desueto, quindi, eppure ha una potenza così contemporanea da aver ammirato completamente tutto il pubblico del Ginesio Festival. E’ uno spettacolo dissacrante, spietato ed estremamente lucido che affronta uno dei più grandi tabù della società contemporanea: la morte e la fine dell'esperienza umana. La drammaturgia si muove con la caratteristica cifra stilistica della compagnia veronese, fatta di un linguaggio pop, ritmato, tagliente e privo di qualsiasi consolazione retorica. Eppure è proprio questo ritmo spezzettato, queste piccole frasi interrotte che assolvono al concetto di morte facendo riflettere tutti senza alcuno sconto. La scenografia, profonda e carica di oggetti simbolici che si stagliano sul palco come se fossero ex voto su un muro di una chiesa, fanno buona parte dell’evocazione, ti lasciano attonito, si incidono nella memoria fermentando, tanto da non farti dimenticare per giorni lo spettacolo. Ed è proprio questa la grande potenza di questa messa in scena, il potere di farsi memoria lucida. Castellani e Raimondi portano in scena un'indagine quasi antropologica e performativa sul concetto di fine. Il testo procede per accumulazione di domande, frammenti di conversazioni, elenchi, provocazioni e riflessioni sulle forme che la morte assume. Non c'è spazio per il misticismo o la trascendenza: la morte viene sviscerata nella sua cruda concretezza corporea, burocratica ed emotiva. Valeria Raimondi interpreta lucida non tanto un passaggio, non vuole commuovere, o sottendere, vuole mostrare; c’è come il suo vestito di paillet dorate, assolutamente asincrono al grande Cristo che lei stessa compone dei suoi pezzi e erge in scena. Le teste mozze del bue e l’asino sono una liturgia decapitata dal rito della nascita di Cristo, non alitano sull’anelito di vita, ma affiancano una crocifissione penosa di una vita sacrificata. Il frigorifero in scena congela e conserva le teste dei due animali, stravolgendone il senso per evidenziarne l'assurdità o la freddezza rituale. "The End" è un'orazione funebre pop, un dispositivo teatrale urgente che ci costringe a fare i conti con l'unica certezza che condividiamo tutti, e ci piace che ci abbiano costretto a pensare, ci piace che uno spettacolo con quindici anni di vita abbia così tale freschezza; noi speriamo urgenza di essere riproposto.
27 agosto 2026, ore 17.00, Complesso SS Tommaso e Barnaba, “Tenersi compagnia”, incontro con Alessio Boni.
In una cittadina ancora piena di impalcature, betoniere e gru che si muovono a fianco del nostro passaggio e sopra le nostre teste, scopriamo un angolo di paradiso, questo chiostro meraviglioso che come dirà anche Alessio Boni è una vera e propria scenografia cinematografica. Interrogato sul senso del fare teatro, l’attore porterà ad esempio proprio il borgo che lo ospita dove questo Festival nasce ancora prima che le case siano state ricostruite. Apparentemente non un’urgenza che però lo diventa. L’urgenza di fare teatro come atto terapeutico evocativo, dionisiaco, necessità umana, urgenza proprio quando altre appaiono le urgenze. Con generosità Alessio Boni si presta a questo incontro, da presidente di giuria neoeletto, pare abbia colto e accolto profondamente il compito e il testimone lasciato da Remo Girone che cita come simbolo del mestiere dell’attore, che non è mai stato una ricerca di vanità, divismo o semplice esibizione. La sua idea di recitazione si fondava su una concezione etica, rigorosa e quasi artigianale del palcoscenico e del set. L’incontro termina con un consiglio agli attori giovani, di scegliere la strada e perseguirla con chiarezza. La trappola più grande per chi inizia è compiacersi della propria bravura o cercare l'applauso facile. In scena, il pubblico non deve vedere quanto sei bravo a recitare, ma deve vedere il personaggio soffrire, ridere o lottare; deve scorgere l’autentico mestiere, la verità dell’illusione.
26 agosto 2026, ore 18.00, Auditorium Sant’Agostino, “Quello che non c’è” di e con Giulia Scotti, coproduzione INDEX, Tuttoteatro.com.
Giulia Scotti parte da una ricerca autobiografica per allargare il campo a una riflessione universale sul ricordo. Come si racconta una storia quando le testimonianze tacciono o i ricordi si deformano? Il testo procede per accumulo di indizi, elenchi, impressioni, storie familiari taciute e dettagli apparentemente insignificanti. La drammaturgia lavora per "sottrazione": la parola non satura lo spazio, ma crea dei vuoti nei quali lo spettatore è inevitabilmente chiamato a proiettare la propria memoria personale. Il tutto è accompagnato da una scenografia a fumetti, costruita sul testo che interagisce attivamente con l’attrice. Anche le voci si differenziano, subentra la voce del padre in un racconto di una storia familiare drammatica, vissuta, probabilmente come tante, nella normalità del quotidiano. I tratti d'inchiostro o di matita, realizzati dalla stessa attrice, servono a fissare ciò che la parola non riesce a trattenere. La citazione di Carrère e a “Vite che non sono la mia”, con il racconto della volpe che ci mangia dall’ interno è un richiamo profondamente azzeccato e di d'una chiarezza disarmante. Non ci sono fronzoli, artifici retorici o edulcorazioni, il dolore è mostrato esattamente così come è. In questo caso lo spazio all’illusione è ben poco.
Lasciamo l’illusione di questo borgo che ogni anno regala un Festival davvero ben organizzato, ricco di azioni di senso.
Barbara Chiappa
30 agosto 2026
22 e 23 agosto, “Il processo” di Franz Kafka realizzato dalla compagnia archiviozeta al Cimitero Militare Germanico della Futa
Dopo ben 23 anni, l’associazione tedesca che gestisce i cimiteri di guerra, il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, con una lettera ha comunicato che non si svolgeranno più rappresentazioni teatrali al Cimitero militare germanico della Futa. Il cimitero della Futa è un monumento unico nel suo genere, uno dei primi esempi di land art in Italia, progettato dall’architetto Dieter Oesterlen per accogliere 30.683 soldati tedeschi caduti lungo la Linea gotica e non solo. Un monumento nel niente in uno dei luoghi più iconici e meno conosciuti d’Italia, se non per orde di motociclisti, o ciclisti che valicano il passo della Futa da sempre, al confine tra Toscana e Emilia-Romagna, che prima della presenza della compagnia archiviozeta, era noto solo a pochissimi, spesso facinorosi della cultura nazista. Ecco perché le ultime repliche de “Il processo” tratto dal romanzo di Frak Kafka, hanno assunto un valore che scavalla la potenza della rappresentazione e diventa una vera e propria azione di protesta silenziosa da parte della compagnia, che ha deciso di promuovere da anni la cultura in un luogo così iconico. Negli anni la compagnia ha rappresentato all’interno del cimitero classici del teatro e della letteratura occidentale, da “I persiani” di Eschilo, passando per Sofocle, Pasolini, Shakespeare, per I demoni di Dostoevskij, fino alla Montagna incantata di Mann e a quest’ultima produzione in due parti de “Il processo”. Operazioni queste, come spiega a fine spettacolo Gianluca Guidotti, fondatore della compagnia archiviozeta, insieme a Enrica Sangiovanni, che ha avuto lo scopo, come tutte le altre opere rappresentate negli anni, di riflettere su tematiche che scavallano l’appartenenza politica, che sono trasversali (così come l’arte dovrebbe essere) ad appartenenze. Proprio “Il processo”, come la precedente “Montagna incantata” messe in scena alla Futa erano testi che venivano bruciati nei roghi nazisti, ecco perché rappresentarli in questo luogo ha un valore di senso che travalica ogni significato. Resta poi per lo spettatore che negli anni ha goduto della bellezza di rappresentare teatro in questo luogo, il dispiacere di non rimanerne più incantato. Il cimitero della Futa è una scenografia naturale e questo itinerare del pubblico tra i suoi spazi rende talmente intensa l’esperienza da soffermarsi in questo caso dinanzi al dolore di perdere tra l’altro anche il piacere di un’esperienza estetica così unica. Perché spesso, anzi sempre, dinanzi a scelte politiche si sottovaluta completamente il potere che il bello provoca sugli esseri umani, o forse proprio perché se ne è fin troppo coscienti lo si priva. Il 22 e 23 agosto abbiamo avuto la fortuna di assistere a “Il processo”, diviso in due atti, con una continuità comunque sinergica del racconto che trasfigura l'opera di Franz Kafka in una meditazione profonda sul potere, la colpa e la memoria. Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni asciugano il testo kafkiano senza snaturarlo, evidenziandone la dimensione assurda, alienante e implacabile. La giustizia invisibile di Kafka dialoga direttamente con la responsabilità storica e il dramma della guerra. Il pubblico è chiamato a muoversi fisicamente lungo le gradonate e le rampe del cimitero. Questa camminata/pellegrinaggio trasforma la visione in un’azione condivisa, rendendo gli spettatori parte del meccanismo inquisitorio. Grande sincronia e coerenza nei movimenti tra gli spazi, soprattutto nella prima parte, la seconda spesso a nostro parere prevedeva degli spostamenti che si potevano evitare, seppure la scena finale è valsa quasi tutto lo spettacolo, lo sfondo del grande muro di mattoni neri e lo scenario naturale del cielo che accompagnava il movimento degli attori, con le piccole lastre di marmo davanti agli spettatori, lapidi di morti che non dovevano avvenire, è stata un’esperienza carica di bellezza. La messa in scena è magistrale, profondamente coerente con la scenografia naturale, in questo la regia di Guidotti e Sangiovanni, grazie all’esperienza acquisita negli anni ha raggiunto il massimo della coerenza. Mettere in scena la vicenda di Josef K. (arrestato senza motivo apparente da un tribunale invisibile) all'interno di un cimitero di soldati significa legare l'inquietudine kafkiana alle macerie del Novecento. La colpa "imposta" e incomprensibile di Josef K. si rispecchia nella colpa collettiva, nella violenza della guerra e nell'assurdità dei meccanismi di potere. La bravura attoriale di Guidotti e Sangiovanni e la loro potenza in scena è cosa nota, anche solo i corpi e le espressioni basterebbero, la tenuta della recitazione poi, il modulare i toni della voce e mantenere anche dei livelli così ali, in modo da abbracciare anche il pubblico distante mostrano la loro grande maestria attoriale. Non da meno Mattia Bartoletti, Stella, Diana Dardi, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, giovanissimi e talentuosi, tanto da sostenere una messa in scena così complicata che prevede una grande attenzione anche per il pubblico e per le sue imprevedibilità. La prima parte del lavoro accentua l’aspetto austero e costrittivo del romanzo mentre nella seconda emergono i personaggi più comici, tra cui il pittore Titorelli, interpretato dalla Sangiovanni, che è davvero una bel cameo di recitazione, completa nelle espressioni, nella vocalità, nell’utilizzo degli oggetti di scena; il suono assordante dello sgabello che gracchia al suo girare è un risveglio importante dei sensi dello spettatore. Al tramonto poi, l’indimenticabile parabola “Davanti alla legge”, forse il testamento di quest’opera di Kafka; «Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l’uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?». Il guardiano si accorge che l’uomo Davanti alla legge di Franz Kafka 4 è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo».
E noi speriamo davvero che questa esperienza pluriventennale alla Futa di archiviozeta, non chiuda la sua porta, allo stesso modo.
Barbara Chiappa
30 agosto 2026
Kilowatt Festival 2026, “Nuovo respiro del mondo”, dal 17 al 26 luglio, Sansepolcro.
L’incipit del Kilowatt Festival 2026, ancor prima dell’inaugurazione della rassegna, è l’Esortazione ai Visionari allo spazio Tadamis. Tutti in cerchio, chi sulle sedie, chi in terra, in ascolto di Eugenio Barba e Julia Varley, padrino e madrina della XXIV edizione di Kilowatt Festival. La teoria dei due “maestri” dell’Odin Teatret è stata sempre la pratica; così Juliasi mostra nei suoi gesti piccoli e si racconta mentre li produce. Delle sue parole colpisce, come sempre la voce, rotta, precaria e la Varley ci racconta di quello strappo alla voce subentrato quando già praticava teatro, che poteva essere una crepa irrimediabile e che invece è divenuta una delle sue cifre stilistiche. Ecco perché, per chi vi racconta i tre giorni di questa esperienza a Sansepolcro, ha inteso quasi vi fosse un filo che lega gli spettacoli visti, gli incontri pubblici, il clima torrido e intenso di queste giornate; ebbene quel filo per qualche strana magia sembra unirsi irrimediabilmente nel tema della VOCE e della ferita autentica che sempre se ne origina. E così le voci dei Visionari, gruppo eterogeneo che dall’esordio del Festival si incontra per scegliere alcuni degli spettacoli che vi parteciperanno, si raccontano attraverso lo stimolo di un oggetto guida e ci sembra che ad accumunarli siano le loro voci, comuni, quotidiane, spesso sole, che si sono trovate magicamente unite intorno al teatro. E in fondo è proprio nella comunità il senso del teatro di Barba, un senso “politico” (parola che emerge spessissimo in questi giorni), ma che lo stesso Barba rifiuta in nome dell’azione, della pratica, del metodo; e che sia forse solo il “mestiere” l’atto più sovversivo che gli uomini di teatro possano ancora compiere, seppure con la poca VOCE che spesso gli si riconosce.
Recensione di ‘Elektra’ di Strauss, il 20 e 21 giugno 2026 al ‘Verdi’ di Trieste
Ritorna dopo quasi mezzo secolo ‘Elektra’ a Trieste.
Il teatro chiude una stagione dai numeri positivi con uno degli spettacoli più riusciti della sua storia recente, certamente ilmiglior allestimento triestino, a nostro parere, di un’opera di area tedescadell’ultimo mezzo secolo.
Merito degli interpreti, di un’orchestra in stato di grazia, di un direttore colto e preparatissimo, di un regista che cesella uno spettacolo indimenticabile, ma anche della sinergia di tutte le componenti del Verdi, che pare rianimare il più mitteleuropeo dei teatri italiani, farlo ritornare a quei vertici di qualità e di interesse cheparevano essersi appannati fino a qualche stagione fa.
Un teatro vivo, attento, in tutte le sue componenti. Dalla cortesia della biglietteria all’attenzione delle maschere, passando per i sorrisi del guardaroba, alla pazienza di chi accompagna in sala.
Speriamo che questa impressione sia il terreno fecondo per un futuro di grandi esperienze, a partire dalla stagione prossima, la prima firmata dall’attuale Direttore Artistico Valerio Vicari.