Martedì, 07 Febbraio 2023
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Al Verdi di Trieste una Boheme con più ombre che luci

Recensione della replica del 17 dicembre 2022 de La Boheme al Verdi di Trieste Trieste

 

In occasione di ‘La Boheme’, il Verdi di Trieste, che ha opportunamente organizzato le repliche dei titoli  di questa ricca stagione lirica nei fine settimana, ha schierato due compagnie.

 In realtà alla fine le compagnie sono state tre, perché per problemi di salute i tenori della prima e della seconda compagnia sono stati sostituiti all’ultimo momento da Azer Zada, volenteroso interprete di Rodolfo nelle prime due date.

Nelle recite successive è rientrato prima Alessandro Luzio di Scotto, che ha affrontato con onore il ruolo nonostante una tosse persistente che non ha compromesso la sua prova e nella recita cui abbiamo assistito ha potuto esordire anche Carlos Cardoso, giovane tenore portoghese che in questo momento della sua carriera sta affrontando ruoli decisamente impegnativi, da Riccardo a Pollione.

Prima di formulare un parere sullo spettacolo, però, sono necessarie delle premesse. Una recensione è un parere, un’ opinione, non  un giudizio, non la verità assoluta. Il racconto di uno spettatore che narra quello che provato durante lo spettacolo. Che può essere in sintonia con il resto della sala oppure no. In questo caso assolutamente no. Quindi diciamo subito che la recita è stata incoronata da applausi copiosi, indipendentemente da quello che verrà scritto.

Altra precisazione:  certamente nel giudizio pesa il ritrovamento, diversi anni fa, dei  bozzetti, fino a quel momento inediti, che Puccini commissionò a Giuseppe Bertoja per la prima dell’opera. Non erano le scenografie ufficiali, ma quelle che il compositore mostrava  come traccia al realizzatore incaricato dal teatro. Da questi disegni emerge fortissima la volontà, di lavorare sulle sfumature, sulle tinte smorzate, sui toni  delicati, sui colori che man mano che la vicenda si dipana si fanno sempre più autunnali. Naturalmente parliamo di una stagione della vita, non metereologica. Il rivedere più volte lo spettacolo permette, inoltre, do soffermarsi sui particolari che erano sfuggiti, magari dando loro una importanza superiore al necessario. Di fatto il giudizio sulla recita di sabato 17, per chi scrive,  non è positivo, pur riconoscendo pregi a diversi degli interpreti.

Cominciamo, però dalla direzione dell’orchestra di Christopher Franklin. 

Il Maestro americano offre una visione  sicuramente personale, con tempi  dilatati, quasi disorientanti alle volte, che si alternano ad atmosfere concitate, quasi rumorose, con volumi orchestrali decisamente prevaricanti ed una disomogeneità degli equilibri vocali. Sicuramente questa scelta ha indotto i cantanti a forzare, oppure ha penalizzato le loro prestazioni, coprendo più di un momento mosicale.

Sicuro come sempre il coro, diretto da Paolo Longo,  ed al quale si sono affiancati i ragazzi di I Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti da Cristina Semeraro. Partiamo quindi dei cantanti. Filomena Fittipaldi offre una Mimì dai toni drammatici,  che alle mezze voci sembra preferire un suono possente, alle volte danneggiato da un certo vibrato . Il canto spinge su toni veristi e non sempre gli acuti risultano inappuntabili, ma nell’insieme si notano un apprezzato impegno   ed una godibile presenza scenica. Carlos Cardoso,  Rodolfo, punta sulla potenza della voce, regalandoci, più che un timido poeta, un bel giovane molto sicuro di sé, non molto espressivo dal punto di vista attoriale, corretto musicalmente, anche se non coinvolgente . La Musetta  di Olga Dyadiv, convince meno di altri personaggi che il soprano, futura Giulietta,  ha interpretato con successo a Trieste. La voce non sempre arriva ed anche il brio che la parte richiederebbe risulta smorzato. Marcello era Luca Galli , che nonostante la giovane età cesella il personaggio  con metodo, sicurezza vocale  e passione e la sua è una interpretazione riuscita ed apprezzata. Il Colline  di Andrea Comelli  assolve la parte in maniera corretta vocalmente. Clemente Antonio Daliotti,  ha interpretato Schaunard  con perizia e senso della misura dando prova di una piacevole verve scenica e di una buona sicurezza vocale.

Confermano la buona prova offerta nelle altre recite i numerosi comprimari: Alessandro Busi ha regalato , con competenza vocale , un buffo Benoit ed un divertente  Alcindoro, riuscendo nel difficile compito di essere macchiettistico senza  cadere nello stereotipo; Andrea Schifaudo, Parpignol, ha confermato un bel timbro  vocale  e buone capacità sceniche per il suo Parpignol ; funzionali allo spettacolo il  sergente dei doganieri di  Damiano Locatelli, il doganiere di  Giovanni Palumbo, il venditore ambulante di Andrea Fusari.

Lo spettacolo si propone come un allestimento tradizionale. Carlo  Antonio De Lucia, veste il doppio ruolo di regista  e scenografo, coadiuvato in questa seconda veste da Alessandra Polimero. I  costumi  sono firmati da  Giulia Rivetti. Una grande scena fissa,  viene contestualizzata da delle proiezioni che mostrano il panorama di Parigi con la torre Eiffel , delle vetrate art noveau, uno scorcio della barriera d’Enfer. 

Lo spettacolo scorre,  apparentemente rassicurante, senza aggiungere  nulla , apparentemente, alla visione consueta della storia, fra bozzettismo e consuetudine. Difficile dire se certe trovate sono del regista o dell’interprete.  Quando, a differenza della prima compagnia, ci si trova davanti  Colline glabro, è complesso capire perché  debba andare per la prima volta da un ‘barbitonsore’ , ma anche accettare che un compassato filosofo si getti per due volte su un salame  cercando di morderlo, non è  cosa da poco conto. Sicuramente è del regista e scenografo la scelta di proiettare una Parigi con la torre Eiffel.  Che va benissimo, ma deve essere chiaro che stiamo abbandonando la ‘massima aderenza alla creazione originale’ ostentata nel programma di sala. ’La Boheme’ è ambientata nel 1830 e la torre venne inaugurata nel 1889. Evidente l’anacronismo, che colpisce anche le vetrate art  noveau che spostano l’azione di una settantina d’anni, facendola diventare contemporanea  al debutto.

Aspetti secondi, si dirà. Vero, ma se si cavalca la via della tradizione non si possono dare per avvenuti eventi che in realtà la vicenda non prevede: la Comune di Parigi, la seconda Repubblica, il 1848, l’avvento di Napoleone III. Puccini racconta di una soffitta  che è metafora di entusiasmo e miseria, non scelta politica; le bandiere francesi che si sventolano alludono alla Rivoluzione di Luglio ed all’eroismo dei patrioti da poco morti, non sono proclami festaioli;  i controlli severi alle barriere d’accesso alla città raccontano la paura di attentati, non la verifica di uova e formaggi. Peccati veniali, forse per molti irrilevanti, visti gli abbondanti applausi finali per tutti gli interpreti

 

 

Gianluca Macovez

19 dicembre 2022

 

informazioni

Trieste, 17 dicembre 2022

Trieste, Teatro Giuseppe Verdi, stagione d’opera e balletto 2022 23
“LA  BOHEME”
Opera lirica in quattro quadri su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa da Scènes de la vie de Bohème di Henry Murger   Musica Giacomo Puccini

Mimì FILOMENA FITTIPALDI

Rodolfo  CARLOS CARDOSO

Musetta  OLGA DYADIV

Marcello LUCA GALLI

Colline ANDREA COMELLI

Schaunard  CLEMENTE ANTONIO DALIOTTI

Alcindoro/Benôit  ALESSANDRO BUSI

Parpignol   ANDREA SCHIFAUDO

Il sergente dei doganieri  DAMIANO LOCATELLI

Un doganiere   GIOVANNI PALUMBO

Un venditore ambulante  ANDREA FUSARI

Orchestra Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Maestro concertatore e direttore Christopher Franklin

Maestro del coro Paolo Longo
Con la partecipazione de I Piccoli Cantori della Città di Trieste
diretti da Cristina Semeraro
Regia Carlo Antonio  De Lucia

Scene Alessandra Polimeno e Carlo Antonio  De Lucia

Costumi Giulia Rivetti


Nuovo Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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