Recensione della prima compagnia del ‘Rigoletto’ al teatro Giuseppe Verdi di Trieste
Ritorna sulle scene triestine, a soli tre anni dall’ultimo allestimento, ‘Rigoletto’.
Questo titolo fa parte di quella terna di spettacoli, completata da ‘La Traviata’, titolo inaugurale della stagione e ‘Madama Butterfly’, già programmata per il 2026, che il teatro Verdi, ultimamente, offre con cadenza fin troppo regolare ai suoi spettatori.
Una scelta che, comunque, si rivela vincente per il botteghino, visti i sold out ottenuti ed apprezzata dal pubblico che ha tributo un grande successo alla serata cui abbiamo assistito.
Certo per sostenere una politica del genere è necessario, o verrebbe da dire sarebbe necessario, dare una ragione valida per la reiterazione della proposta: un allestimento interessante, delle voci importanti, qualche azione di recupero critico o di rilettura della partitura.
In questo caso il punto di forza veniva dalla locandina, che ha mantenuto le attese, mentre per quel che riguarda gli aspetti visivi, diverse sono state le perplessità.
Le scene, proposte senza indicare sul manifesto l’autore, sono sostanzialmente quelle del 2022, allora firmate da Éric Chevalier che era anche autore della regia, in questo caso affidata a Vivien Hewitt, regista dalla lunga esperienza e che ha firmato spettacoli di valore.
Il tempo trascorso ed il cambio di regista, non hanno giovato alla soluzione proposta, costituita da una struttura mobile e da una serie di fin troppo sgargianti proiezioni che hanno il pregio di essere funzionali ad una narrazione meramente didascalica, che a nostro parere non approfondisce i ruoli come le parti avrebbero meritato. Nei duetti i cantanti non si guardano, la scena iniziale è colma si persone ma non di idee ed in definitiva la maggior parte degli interpreti canta bene ma non riesce a coinvolgere e commuovere realmente, a causa di una gestualità forzata, quasi fossimo in un film muto.
Per quel che riguarda i costumi, sono lussuosi ma con diversi scivoli di gusto, che trovano massima espressione nell’ entrata in scena del Duca di Mantova con la patta dei pantaloni gonfia e d’oro: una pagina di cattivo gusto che resterà nella memoria dei presenti.
La sensazione è che si volesse un allestimento tradizionale, che non infastidisse il pubblico più tradizionalista. Una scelta che di fatto ha affidato il successo della serata agli aspetti musicali.
Che sono stati pregevoli.
Cominciamo dalla direzione sicura di Daniel Oren, che ha rinnovato il successo della recente ‘Lucia di Lammermoor’.
Beniamino da sempre del pubblico triestino, dirige l’orchestra del teatro con mano sicura, offrendo una lettura asciutta, intensa, che rifugge da effetti pirotecnici a tutto vantaggio della narrazione emozionale, che risulta intensa e raffinata.
Certamente sarebbe stato importante che alle suggestioni musicali ci fosse un maggior riscontro teatrale , che si venisse a creare un pathos narrativo unitario che facesse sentire gli spettatori dentro la vicenda. ma questa considerazione non ha impedito il trionfo finale del direttore.
Buona la resa del coro, diretto dal Maestro Longo, che, ha ritrovato quell’unità di suono che , in tempi recenti alle volte sembrava vacillare.
Per quel che concerne le voci, va sottolineato che Oren da sempre guida con bravura i cantanti, li sostiene, li valorizza e probabilmente riesce a creare una sintonia musicale.
Lussuose le parti minori. Fabio Previati è un Marullo di rilevante vigore vocale.
Dario Giorgelè ci offre un Conte di Ceprano di grande resa scenica e di sicuro impatto vocale. Nonostante la parte sia esigua, la sua figura emerge potente e centrale nella storia e ci piace sottolineare la capacità di essere credibile e carismatico da parte di questo artista, che ci piacerebbe vedere più valorizzato.
Enzo Peroni era un adeguato Matteo Borsa. Nel ruolo dell’uscere si fa notare Daniele Cusari, mentre è più efficace nella parte della appariscente contessa che in quella del paggio Mirian Artico.
Di grande resa, scenicamente e vocalmente il suggestivo Monterone di Gabriele Sagona, che pare in un momento particolarmente felice della sua carriera; centrata e ben interpretata la Giovanna di Carlotta Vichi, artista giovane e brava, decisamente interessante .
Carlo Striuli è cantante dalla carriera quarantennale, che propone uno Sparafucile che il pubblico dimostra di apprezzare.
Dalla sua un bel lavoro sulla parola , una misura ed una eleganza scenica apprezzate, ma certamente lo strumento vocale risente del tempo che è passato e mancano anche i colori solfurei di un personaggio così infernale.
Maddalena in questo spettacolo sembra più Esmeralda del ‘Gobbo di Notre Dame’ che la sorella disinibita di un sicario. Certo la figura flessuosa di Martina Belli aiuta questa interpretazione, ma il personaggio è ben più complesso ed articolato e l’interprete, brava e dotata di note dal colore solfureo di notevole rilevanza, avrebbe guadagnato da un lavoro di regia più mirato a mettere in evidenza le sfaccettature di queste donna.
La terna dei protagonisti esce vincente, ma non immune da osservazioni.
Galeano Salas vanta una figura accattivante che ne fa un credibile Duca. Possiede le note necessarie, ha acuti potenti e fiati generosi. Canta bene il ruolo del conquistatore, ma a nostro parere gli manca quell’enfasi tronfia che è condizione necessaria per il tratteggiare efficacemente il personaggio.
Le celebri arie sono interpretate con sicurezza, ma non sempre con l’auspicata immedesimazione. Per esempio ‘Ella mi fu rapita’ è eseguita con bravura , fiati generosi ed acuti solidi, ma pare che la narrazione musicale vada avanti indipendentemente dal significato delle parole cantate. Oppure il duetto nel cortile della casa di Rigoletto è brillante vocalmente, ma il fatto che per gran parte dell’episodio i due innamorati non si guardino, appare scelta di difficile comprensione e rende difficile l’immedesimazione per chi ascolta.
Convincente ‘ La donna è mobile’, applauditissima dal pubblico, giocata sulla bellezza dello strumento vocale e sulla facilità degli acuti, ma la sensazione è che , visti gli interessanti mezzi, il personaggio meriti una riflessione ulteriore da parte del tenore messicano. Suggestivo il quartetto dell’ultimo atto , nel quale emerge la figura di Gilda, interpretata da Sabina Puertolas.
Certamente la sua Gilda, pur non immune da qualche accettabile cedimento, è ricca di spunti: non siamo davanti alla classica figura angelicata, eterea, ma ad una donna autentica, con una voce dal colore interessante, adulta, che affronta con solidità le richieste complesse della partitura ma rinuncia agli aspetti metafisici, tanto cari a Verdi e ben sviluppati da Oren.
La gestualità del soprano è spesso di maniera, pare più accompagnare i suoni che la vicenda, come in ‘Tutte le sere al tempio’ ed ancor più in ‘Si Vendetta, tremenda vendetta’ che risulta più intensa e suggestiva nel bis a sipario chiuso che in scena. Probabilmente il soprano, che comunque ha superato a pieni voti la prova, potrebbe sublimare la bellezza del suo strumento in ruolo come ‘Anna Bolena’ o ‘Lucrezia Borgia’, nei quali far valere la ricchezza dei colori e la sua interessante personalità.
Arriviamo al protagonista Amartuvshin Enkhbat. Il baritono mongolo ha plasmato un magnifico buffone, grazie ad una tecnica solidissima, un volume possente, ma non prevaricante, acuti sicuri, fiati lunghissimi, ma soprattutto ad una pronuncia precisa, un lavoro encomiabile sulla parola, una attenzione rara sulle sfumature del testo.
Il personaggio che costruisce è probabilmente frutto di un lungo lavoro di studio, che lo ha condotto ad essere considerato un ‘Rigoletto’ di riferimento a livello internazionale .
Sprezzante all’inizio, persino antipatico; poi protettivo e tenero con la figlia; terrorizzato davanti ai cortigiani; furioso contro il duca; cinico e determinato con Sparafucile; dilaniato dal rimorso sulle rive del Mincio, per ogni situazione trova la giusta sfumatura, il colore più adatto, dimostrandosi artista carismatico e di grande sensibilità.
Alla fine un’autentica apoteosi di acclamazioni ed applausi, per tutti ed in particolare per Oren e la Puertolas, con boati da stadio che non finivano più per il protagonista . Basti dire che la conclusione prevista dello spettacolo era alle 18.40 ma il sipario si è chiuso abbondantemente dopo le 19.00.
Un successo che fa ben sperare per il futuro del teatro, che ha da poco presentato la nuova stagione .
Gianluca Macovez
21 maggio 2025
informazioni
Trieste, Teatro Verdi, 18 maggio 2025
Teatro Giuseppe Verdi, Trieste
Stagione Lirica e di balletto 2024-2025
RIGOLETTO
Musica di Giuseppe Verdi
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma Le Roi s’amuse di Victor Hugo
Maestro Concertatore e Direttore DANIEL OREN
Regia VIVIEN HEWITT
Maestro del Coro PAOLO LONGO
Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Personaggi e interpreti
Rigoletto AMARTUVSHIN ENKHBAT
Gilda SABINA PUÉRTOLAS
Il Duca di Mantova GALEANO SALAS
Maddalena MARTINA BELLI
Sparafucile CARLO STRIULI
Giovanna CARLOTTA VICHI
Monterone GABRIELE SAGONA
La Contessa di Ceprano / Un paggio della Duchessa MIRIAM ARTIACO
Matteo Borsa ENZO PERONI
Marullo FABIO PREVIATI
Il Conte di Ceprano DARIO GIORGELÈ
Un usciere di corte DANIELE CUSARI
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste


