Martedì, 14 Luglio 2026
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“Ginesio Fest”2025, una manifestazione all’insegna del FURORE

Dal 20 al 25 agosto 2025, la sesta edizione del Festival della arti teatrali di San Ginesio

 

"Forse non ci sono né peccati né buone azioni, ma soltanto delle azioni.”

John Steinbeck, “Furore”

 

“Ginesio fest”, festival delle arti teatrali 2025, si inaugura il 20 agosto alle 18.00 nel Chiostro di Sant’Agostino, un festival alla sua sesta edizione che sta crescendo in una manciata di anni in modo esponenziale, accreditandosi come uno degli eventi teatrali più blasonati in Italia. Il sapiente lavoro della direzione, ma anche la complicità della politica in questo caso, che ha dato priorità in un periodo di “ricostruzione”, visto il territorio in cui ci troviamo, colpito dal violento terremoto del 2016, a “ri-costruire” non solo edifici, ma anche una coscienza artistica e una cura del bello, che attingono alla ricostruzione “morale” di un territorio, che forse aveva bisogno anche di questo. Ecco perché quando Leonardo Lidi, direttore artistico del festival motiva il tema di quest’anno in “FURORE”, come un omaggio al romanzo di Steinbeck, la scelta ci pare assai centrata. Per chi ha amato profondamente questo testo, sa che non è esattamente un testo di vinti, ma è un romanzo dei resilienti; di quelli che nonostante ogni tipo di avversità continuano a perseguire il sogno. Il furore in questo caso non è la foga della passione, ma il giusto perseguire di un intento nonostante le “macerie”. San Ginesio ci accoglie così, ancora con i puntelli agganciati ai palazzi, simbolo di una resistenza tenace, anche dove la terra trema incessantemente. Un omaggio non solo a  un luogo, ma al teatro stesso, sempre più svilito e denutrito da una politica che lo contrasta, ma la sua strada prosegue incessantemente, come quella dei Joad del libro di Steinbeck.

 

Qui il report di alcuni degli spettacoli del Festival.

 

“Pinocchio”, 20 agosto, ore 21.30, Chiostro di Sant’Agostino

Un Festival che ha come tema il FURORE della resistenza non poteva che esordire con questo spettacolo storico che la “Compagnia del carretto” ha messo in scena già quasi vent’anni or sono. Chi meglio del burattino di legno voluto da Collodi è simbolo della tenacia di chi seppure continuando a perpetuare nell’errore, non demorde nei confronti dell’esistenza. L’incoscienza del bambino che prova e sbaglia e cade e risale; in questa messa in scena assume le forme più cupe dell’errore, quella del dolore, del pentimento, della prigionia, della paura di “farsi grandi”. Le scene e i costumi di Graziano Gregori sono la giusta “casa” dell’annientamento e della successiva rinascita (che spesso dura uno battito di ciglia. I fondali neri e graffiati dal tempo, i mille pertugi da cui sporgono mani, o cose, o mani che sorreggono cose, gli abiti stracciati; tutto uno spazio costruito a favore del senso di “paura” che abita chi sta attraversando un rito di passaggio. Giandomenico Capaiulo, esordisce sul palco, nell’esatto modo in cui chiuderà la scena, avvinto nel giogo di un domatore che si impone sul burattino a furia di schiocchi di frusta che blandiscono sul palco colpi che inevitabilmente segnano anche lo spettatore. A essere colpita è la nostra libertà mancata, la nostra incapacità di farci grandi, le offese ai noi bambini che perdurano inevitabilmente nell’adultità. Capaiulo è esattamente questo, lo incarna, forse anche perché possiede il personaggio da quasi un ventennio, il suo straziante invocare il suo “Babbino”, lo sguardo che spesso si assenta, la gioia fin troppo salata di cadere sovente nelle tentazioni e la successiva tristezza di sprofondare nell’abisso dei peccati sommessi, sono esattamente nel corpo dell’attore; forse divenuto maschera perenne del burattino, come Antonio Petito in Pulcinella.  Pinocchio appartiene al teatro fin dalla sua nascita“, dice Maria Grazia Cipriani, che firma regia e drammaturgia, nell’intento della riviviscenza perenne di un personaggio che fa parte del tessuto della storia del nostro paese. Ma seppure è una storia ad ognuno di noi nota, non si perde la possibilità di darne nuove letture. La fatina, una meravigliosa Elsa Bossi, non accompagna condiscendente le cadute del burattino, ma lo rimbrotta, spesso lo lascia cadere fin a che lui stesso possa capire cosa è giusto fare, vedi la scena della somministrazione della medicina, sulla quale si potrebbe scrivere un trattato pedagogico. Il gatto e la volpe si moltiplicano reiterando le tentazioni verso il peccato; Lucignolo, la lumaca, Mangiafuoco, in loro Giacomo PecchiaGiacomo VezzaniNicolò BellitiCarlo GambaroIan GualdaniFilippo Beltrami contribuiscono a un affiatamento della Compagnia che si vede che perdura da anni come nelle migliori tradizioni delle compagnie shakespeariane. Ecco, se dovessimo immaginare la forma esatta del “teatro” sarebbe esattamente questo spettacolo, un trattato di messa in scena teatrale da cui far partire tutte la moltitudine di ipotetiche derivazioni. 

 

“Katzelmacher”, 21 agosto, ore 18.00. Auditorium S. Agostino

Debutto nazionale di Katzelmacher” di Rainer Werner Fassbinder, con la regia di Leonardo Lidi, direttore artistico del “Ginesio Fest”, per una produzione del Teatro Stabile di Torino. Gli attori giovani dello Stabile anticipano l’ingresso del pubblico facendosi trovare già in scena nello svolgimento classico dell’esercizio di laboratorio delle camminate. Il pubblico quasi non se ne accorge, interviene lo stesso Lidi che spiega l’intento dello spettacolo e introduce il debutto dei giovani attori, alcuni di loro veramente molto interessanti. Appena tutto il pubblico è seduto, nell’esatto momento in cui la platea è pronta, lo sono anche gli attori, che iniziano le loro interazioni in un flusso di coscienza che snocciola le vicende di un gruppo di uomini e donne della piccola borghesia bavarese, che si frequentano, dialogano, hanno rapporti sessuali, tipico plot di un humus medio borghese. Questo equilibrio precario si interrompe quando si aggiunge al gruppo Jorgos, greco, che ha molto successo con le donne e altrettanto insuccesso con gli uomini che ne invidiano la prestanza. Dopotutto lo stesso Fassbinder aveva pensato a questo testo, tradotto in italiano come “Il fabbricante di gattini”, come un banco di prova per giovani attori, per mettere in  mostra le competenze acquisite. I ragazzi nella totalità sono bravi, c’è poco da dire, alcuni di loro fanno la differenza per la bella presenza scenica che li contraddistingue, ma il livello generale è sicuramente alto. Merito di Lidi di aver intercettato, come un buon pedagogo deve fare, le peculiarità di ognuno di loro e in base a queste avergli assegnato la giusta parte. Lo spettacolo inaugura un dittico firmato da Lidi e interamente interpretato dalle allieve e dagli allievi del nuovo triennio della Scuola dello Stabile di Torino,  composto anche da Un anno con tredici lune, che sarà messo il scena il 22 agosto. 

 

“Altri libertini”, 21 agosto, ore 21.30, Auditorium S. Agostino

A gennaio del 1980 esce “Altri libertini”, un mese dopo Pier Vittorio Tondelli si laurea al DAMS di Bologna con una tesi sul romanzo epistolare del Settecento. Un arco temporale troppo corto per non pensare a quanto sulla scrittura di Tondelli abbia inciso questo genere letterario, che Eco definirà come “la forma che riflette nella sua immediatezza la dimensione più autentica e intima dell’io, quella dei sentimenti”. Ecco, abbiamo avuto la sensazione nell’accostarci alla visione di “Altri libertini”, adattato, diretto e interpretato da Licia Lanera, che la dimensione dei sentimenti non solo sia stata attraversata, ma addirittura squarciata e quando questo accade nello spettatore, credo si sia adempiuto all’unico intendimento che dovrebbe avere chi fa teatro. Lo spettacolo è stato spostato in extremis all’auditorium S.Agostino, visto la poca grazia del tempo, uno spazio più costretto rispetto all’ipotizzato Chiostro che ha sicuramente obbligato la messe in scena a delle restrizioni, fratture che dal nostro punto di vista invece che depotenziarla ne hanno valorizzato l’aspetto della recitazione che ha raggiunto dei picchi davvero alti in alcuni punti. Scossoni emotivi “incensurati”, che proprio per questo Pier Vittorio avrebbe sicuramente apprezzato. Uno “spazio teatrale” che si restringe provoca inevitabilmente un avvicinamento degli attori, degli oggetti, amplificando la percezione sensoriale; sicuramente difficile da gestire, ma che in questo caso ha messo in luce il potenziale degli attori in scena, tutti estremamente coinvolti.  Uno dei brani recitato da Roberto Magnani, complice sicuramente la potenza del testo, ha inciso una parte emotiva profonda in chi vi scrive, anche solo per quei pochi minuti di recitato avrebbe avuto senso tutto lo spettacolo. Giandomenico Cupaiolo, reduce dal giorno prima dalla performance di “Pinocchio”, che gli ha conferito una menzione di merito anche solo per un cambio di registro così imminente, senza far rimpiangere allo spettatore neanche per un minuto le prodezze del burattino. Danilo Giuva, forse il più flessibile, cambia registro con una facilità tale, dalla maschera della lascivia, al serrato duetto con Cupaiolo, forse il “più libertino” di tutti. Si vede che la Lanera conosce il materiale umano che ha a disposizione, compreso se stessa e lo spalma sulla scena regalandoci tratti di reale di ognuno degli attori, che sfondano completamente il ruolo, ci sono i corpi, le anime, tutte, piene. La scelta di lavorare solo su tre dei racconti di Tondelli (“Viaggio”, “Altri libertini” e “Autobahn”), seppure l’autore non amerà vengano trattati come racconti, bensì come sequenze di un unico scritto; a nostro parere non evira il testo, una scelta stilistica a favore della sceneggiatura che in questo modo consegue con linearità, senza lasciare assenze.  Gli effetti in scena contribuiscono alla costruzione della performance; le luci sparate, il fumo, la musica (quella di “Siamo solo noi”) stimolano sinesteticamente lo spettatore, i sensi pulsano, manca il tatto forse; anzi no, non manca, per qualche strano miracolo si attiva anch’esso, lo spettatore li sente talmente vicini quei corpi che non gli si risparmia neanche il senso più primordiale, anch’esso risulta appagato. Anche in questo caso ci sembra che la Lanera abbia reso omaggio a Tondelli, alla sua attenzione alle descrizioni dettagliate, alla creazioni di atmosfere, l’utilizzo di vocaboli che lavorano sull’attivazione dei sensi, sono tutte cifre stilistiche dell’autore; che probabilmente la regista non ha voluto solo omaggiare, ma penetrare fino in fondo. 

“Altri libertini”, esce pochi mesi prima della strage di Bologna, ma il declino del terrorismo è già cominciato. Sta per iniziare quello che fu definito  il “trionfo del privato”. Il bar della stazione di Reggio Emilia è il  baricentro in cui Tondelli raccoglie i suoi personaggi,  giovani abbandonati a se stessi, senza alcuna prospettiva né di “passato, né di futuro”, in un drammatico sodalizio con il presente che concentra inevitabilmente tutto in uno spazio forzatamente ristretto, esattamente come quello di questa messa in scena. Un giovane D’Alema, attivo nel Partito Comunista di allora, scriverà che “Altri libertini” è un libro profondamente politico,  “perché l’esperienza giovanile che racconta svela una mancanza di politica, o se si preferisce, di crisi della politica”.

Che sia anche questo un monito contemporaneo su cui la regista ci ha voluto far riflettere? Per ora, “…mettiamo giù le lacrime in silenzio”, come direbbe Tondelli, grati per questa serata.

 

“Stuporosa”, 22 agosto ore 21.30, Chiostro di S. Agostino

Cesare Cases, amico di Ernesto De Martino padre dell’antropologia italiana, lo seguì nei suoi ultimi giorni di vita e dopo la sua morte raccolse nei “Quaderni piacentini” tutte le suggestioni che  gli avevano lasciato quegli incontri, ma soprattutto il lascito che De Martino fece alla sinistra di non smettere mai di considerare la potenza e il valore delle tradizioni e dei riti. Lo spettacolo “Stuporosa” fortemente ispirato al “Morte e pianto rituale nel mondo antico” di Ernesto De Martino, pare abbia assorbito violentemente il lascito dell’antropologo.  Francesco Marilungo,  coreografo dello spettacolo si vede quanto abbia cercato nelle tradizioni “sul pianto” soprattutto del sud Italia, gestendo la tematica del lutto come dimensione collettiva. Le cinque danzatrici dello spettacolo esplorano il pianto in tutte le sue sfaccettature, un pianto che esplode circolarmente dinanzi ad un microfono che lo registra e lo amplifica, spesso forzato e privo di autenticità. Le danzatrici divengono quindi in un termine che De Martino rilevò da Walburg le pathosformeln, portatrici di pathos, incarnazione di dolore, che sviluppa immediata empatia. Molte le immagini che sono venute alla mente di chi vi scrive, le statue di argilla del “Compianto sul cristo morto “ di Dell’Arca, o alcune Maddalene di epoca rinascimentale, ai piedi del Cristo appena deposto. Un lavoro davvero ben cucito addosso a delle danzatrici eccezionali, Alice Raffaelli, Barbara Novati, Roberta Racis, Francesca Linnea Ugolini e alla musicista e performer Vera Di Lecce, in alcune di loro l’attenzione al dettaglio dei micromovimenti è sicuramente frutto di un lavoro estremamente capillare sulle azioni del corpo. C’è l’elasticità di alcune danze della Bausch, ma c’è soprattutto il senso dei corpi messi a disposizione di un messaggio, spesso in azioni di trance che ricordano le immagini delle mistiche studiate sempre da De Martino. Insomma davvero un prodotto ben riuscito, non a caso premiato nel 2024 dall’UBU come miglior spettacolo di danza.

 

 

Barbara Chiappa

24 agosto 2025

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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