Martedì, 12 Maggio 2026
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Todi festival 2025: uno “storyboard” lungo quasi quarant’anni

Torna alla direzione del “Todi Festival” Silvano Spada, primo direttore del festival dal 1987

 

Nel primo “meeting place” del Todi Festival, Francesca Molteni, tra i video, presenta un documentario inedito su un ritrovamento eccezionale; un rotolo lungo venticinque metri su cui Giò Ponti aveva disegnato e dettagliato lo storyboard per il progetto di un “Enrico IV” mai andato in scena. Se vi dovessimo raccontare la suggestione di questo quarantanovesimo Todi Festival, ritornato alla direzione di Silvano Spada, probabilmente utilizzeremo la stessa metafora, un lungo e dettagliato storyboard di eventi che si incastrano uno dopo l’altro costruendo una solida messa in scena totale. Ed è esattamente la totalità la cifra di questo festival che non può essere descritto tagliando fuori anche solo un evento, come accade in un grande varietà del sabato sera. Sarà per questo che l’incipit del festival è stato affidato a “The Festival Show”, un varietà a tutti gli effetti, con la regia firmata proprio dal direttore artistico, Silvano Spada e che ha visto in scena come interpreti principali: Pino Strabioli, Giulia Di Quilio, Pierfrancesco Poggi e Santino Fiorillo, protagonisti sul palco insieme al corpo di ballo con le coreografie di Francesco Spizzirri. Un festival ricchissimo quindi, che ha rimesso le paillettes sulla città di Todi, che lo ha accolto con grande entusiasmo. Oltre 50 eventi e più di 70 artisti in scena, tanti spazi occupati e illuminati dalla cultura per più di una settimana, da sabato 30 agosto fino a domenica 7 settembre, in cui si ha modo di incontrare personaggi della società, della politica e dello spettacolo.

 

Qui il report di alcuni spettacoli e incontri che abbiamo seguito per voi.

Domenica 31 agosto, ore 12.00, meeting place. “Su il sipario”.

Un incontro toccante con la regista Francesca Molteni, intervistata proprio dal direttore Silvano Spada; toccante per i contributi video che la Molteni ci ha presentato, una selezione di documentari su la storia del Teatro alla Scala, su Maria Callas, su Franco Zeffirelli e su un progetto di Giò Ponti mai realizzato. La visione di questi documenti, che a nostro parere andrebbero divulgati il più possibili, ci ha dato la sicurezza, a volte chissà perché rimossa dalla cultura contemporanea,  che il teatro giace su delle fondamenta di sapere così solido e colto, da non poterci essere scossa che lo fa vacillare. La Molteni in questi documentari ha eseguito un lavoro di montaggio fortemente emotivo tale da farci smarrire spesso il processo didascalico del prodotto documentaristico. La stessa regista ci dirà che averli visti così in sequenza ha provocato in lei stessa  una commozione inaspettata. Crediamo che l’operazione di raccolta storica sul teatro sia spesso trascurata, anche in ambito universitario, ecco perché abbiamo fortemente apprezzato questo progetto e la volontà di riproporlo all’interno di un festival così variegato.

 

Domenica 31 agosto, ore 18.30, chiostro san Fortunato, “Alda Merini, parole al vento”.

Lo spettacolo è messo in piedi dalla compagnia teatrale CETEC Dentro/Fuori San Vittore, fondata dalla regista e drammaturga romana Donatella Massimilla che ha realizzato spettacoli di teatro in carcere per circa trenta anni. Il luogo che accoglie la rappresentazione, il chiostro san Fortunato è un piccolo gioiello, tra i tanti di Todi a dire il vero, le sedie disposte intorno alla scena porta lo spettatore ad una partecipazione da subito profonda, l’emozione dello spettacolo farà il resto. Un omaggio ad Alda Merini attraverso le sue poesie e la sua storia, messo in scena dalla compagnia che da anni si impegna in un teatro d’arte sociale, un racconto non a caso inclusivo e poetico. La Massimilla, che tra l’altro in alcuni espressioni è estremamente somigliante alla Merini, ricorda attraverso lo stratagemma delle sigarette chieste, prese, spezzate, quando la Merini visitava San Vittore insieme al suo amico Alberto Casiraghy, e fu ispirata in una poesia che scrisse come dedica ad un libro di versi delle detenute (“…ci sono fiori bellissimi avvinghiati ad una sbarra”). Nella messa in scena, la storia di Alda, ispirata all’autobiografia “Alda Merini, mia madre” della primogenita Emanuela Carniti, si intreccia alle storie delle detenute, a quella di Sabine trans operata, a quella di Mariangela che da oltre quindici anni lavora con il CETEC e che da quando è libera traduce le poesie di Alda Merini in milanese. Ci colpisce l’autenticità dello spettacolo, la cruda poesia che non cerca artifici, il contatto con gli oggetti, con le parole, con le parole in musica, che diventano anch’esse parte della scenografia. Un racconto concreto della storia di una donna, ma anche un messaggio sociale che ci sollecita a non dimenticare la realtà delle carceri italiane, non a caso come epilogo vengono citati anche alcuni testi di Franca Rame che tanto si è battuta per i diritti dei detenuti e per la chiusura degli ospedali psichiatrici. Si nota il grande lavoro di teatro sociale che la  Massimilla conduce oramai da anni all’interno delle carceri, affiancata in questo caso dell’attrice cantante Gilberta Crispino, dell’ex-detenuta Mariangela Ginetti e della pianista cubana Yousi Fortun y Perez; si nota attraverso la struttura di un racconto che si dipana fino nel profondo dell’essere umano, non fa sconti, esiste per ciò che è. A fine spettacolo a rendere omaggio allo spettacolo, anche la nipote della Merini, che ricorda fiera la nonna.

 

Lunedì 1 settembre, ore 21.00, teatro comunale, “Milena, ovvero Émilie du Châtelet

La scena si apre con le voci della Vukotic e del regista che discutono se indossare, o meno, il costume. In molti del pubblico credono ad un errore, il sipario si richiude per poi riaprirsi con l’ingresso sul palco di Milena Vukotic che con l’abito in mano, cerca un gancio dove appenderlo e lì resterà per tutta la durata dello spettacolo, in bella vista e parte fondamentale della scenografia. Il senso profondo di tutto lo spettacolo probabilmente è tutto in questo incipit di dissenso e insubordinazione dell’attrice dinanzi alla volontà di farle indossare un abito, che è vero che contribuisce alla credibilità del personaggio, ma in qualche modo snatura l’essenza e il talento dell’attore. L’incipit del rifiuto è uno stratagemma azzeccatissimo per raccontare il personaggio di Émilie du Châtelet, che la Vukotic pare aver assorbito fino nel profondo della sua essenza. Matematica e fisica del diciottesimo secolo dalle qualità strabilianti, ribelle, libertina, dotata di raffinata intelligenza e immancabile umorismo, si vede quanto l’attrice la ami e la sua dichiarazione di stima fa di questo racconto che a tutti gli effetti è un monologo, una conversazione tra donne, dove l’attrice lascia il passo al personaggio, ma anche viceversa. La regia di Maurizio Nichetti in questo senso funziona perfettamente e per qualche strano e magico incanto abbiamo spesso la percezione che sulla scena ci siano sia Milena che Émilie. Nobildonna francese vissuta nella prima metà del XVIII secolo e consegnata alla storia per lo straordinario intelletto e per la relazione amorosa con Voltaire, è stimolata sin dalla tenera età a sviluppare interessi linguistici e scientifici, all’epoca privilegio solo dei rampolli di sesso maschile. Ed è proprio la vivacità del suo intelletto che le permette di non esimersi da esperienze frivole e spesso trasgressive, anche attraverso rapporti fuori dal letto coniugale. Milena Vukotic racconta con travolgente passione le vicende biografiche di Émilie, cercando di puntare l’attenzione su quello che crediamo sia il messaggio fondante dello spettacolo, ossia  l’abbattimento delle barriere di genere, lo sfaldamento di ogni pregiudizio, l’inno ad una libertà non solo di facciata. Siamo rapiti dalla Vukotic, dalla sua eleganza, la grazia di una femmina, ma anche la sicurezza e la protervia di un maschio, non esiste il genere in questa interpretazione, bensì la persona, l’essere umano nel più profondo. Abbiamo avuto la fortuna di seguire la Vukotic anche nel “meeting place” del giorno dopo; una delle belle novità di questo festival, una sorta di “post scena” raccontato direttamente dai protagonisti degli spettacoli e ne siamo rimasti profondamente conquistati. Banale pensare alla lunga esperienza di carriera e vita dell’attrice, non è quella che ci tocca, ma la bellezza di un approcciarsi alla vita con grande buonsenso. Verrà chiesto a Milena Vukotic un segreto per non invecchiare. Risponderà; “Essere sempre convinti di fare ciò che si ama!”

 

Martedi 2 settembre, ore 18.30, nido dell’ aquila, “ Hikikomori” e intervista a Bruno Petrosino

Prima dello spettacolo “Hikikomori” di Antonio Mocciola, ci ritagliamo un piccolo spazio per intervistare l’attore Bruno Petrosino, un intervista informale, al bar sulla piazza di Todi, una delle piazze più belle d’Italia. Petrosino ci appare un giovane uomo timido e delicatissimo, la sensazione è che lo spettacolo, visto il tema sia stato cucito su di lui. Glielo chiediamo. Ci risponde che in realtà non è così, il regista aveva pensato a questo testo tempo prima anche dell’isolamento forzato dovuto al Covid e che quando si sono conosciuti è stato sicuramente ripreso e limato e ritagliato su di lui. Per tutta la durata dello spettacolo Petrosino è completamente nudo in scena, un ossimoro che lui stesso afferma tale vista la sua grande timidezza, ma ci dice; “Il nudo mi permette un movimento più naturale a livello interiore, non mi sento in difficoltà, anzi, valorizza il mio essere in scena”. Non ha problemi rispetto la gestione del corpo, visto la sua formazione sia di attore, che di cantante, che di danzatore. Gli chiediamo come è iniziato il suo amore per il teatro, ci risponde; “In realtà abbastanza casualmente, ho  scoperto il teatro a 16 anni, ho collaborato ad alcuni spettacoli con  Giampiero Cicciò e da lì è nata la passione”. Abbiamo la sensazione che il teatro per Petrosino sia stato quasi terapeutico, glielo chiediamo. “Non solo il teatro, ma soprattutto questo spettacolo che mi ha aiutato a conoscermi nelle fragilità, le cicatrici e anche su una parte di follia, quella che probabilmente tutti ci portiamo un po’ dentro”. La messa in scena ed il testo di Antonio Mocciola sono estremamente intensi, già dall’esordio. Lo spettatore entra in teatro, il sipario è aperto sulla scena si intravede un corpo coperto da un lenzuolo che sarà lo stesso regista a scoprire, da quel momento in poi Petrosino per più di un’ora rappresenterà un corpo nudo, forgiato dal racconto, che è esso stesso personaggio, uscendo quasi fuori dall’attore. In alcuni momenti le luci colpiscono la schiena e emerge una cassa toracica viva e pulsante, è l’intensità di queste immagini che dà forza allo spettacolo. Il tutto si muove all'interno di un quadrato immaginario disegnato sul terreno come un come un confine flebile, ma che in realtà è una  gabbia tenacissima da abbattere. Petrosino porta in scena questo spettacolo da sei anni e lui stesso afferma di dovere tanto a “Hikikomori”; “…tocca corde che mi appartengono profondamente. Sono cresciuto insieme a questo spettacolo e ad ogni rappresentazione scopro cose nuove di me”. Non passa inosservato l’aspetto sociale del testo che ancora l’attore ci dice essere “…una critica alla società, alla famiglia, alla religione. L'isolamento è ovviamente un pretesto per scardinare altri termini”. Gli chiediamo di cosa ha paura; “Dell’aggressività della società” ci risponde, con estremo candore. E quella paura c’è tutta, evidente nella rappresentazione, che esce anche fuori dal tema raccontato, andando a sfiorare con molto dolore anche scenari più drammatici e intimi,  quale l’abuso, su cui riflettere profondamente. Ringraziamo Bruno Petrosino della grande onestà con cui si è raccontato e di cui riportiamo solo tralci, poiché ci è parso che il vero racconto, mai come ora fosse la rappresentazione.

 

Il nostro report sul Todi Festival si chiude qui, in realtà ci sarebbe molto altro su cui dire, gli incontri con la politica, gli autori di libri, gli attori, la piazza di Todi affollata, il video mapping con l’arte di Ian Davemport che inaugura la mostra al Festival, che scorre su uno dei muri della piazza appena si spengono le luci; ma ci lasciamo con le parole di Silvano Spada e della sua volontà rispetto a questo festival che ci pare ampiamente rispettata.

 “Todi Festival vuole essere un evento di libertà, creatività e fantasia, intergenerazionale e interculturale, sofisticato e popolare allo stesso tempo e motore di energie diverse in rapporto diretto e ravvicinato con il pubblico”.

 

 

Barbara Chiappa

5 settembre 2025

 

 

 

 

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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