Recensione dello spettacolo La vedova scaltra in scena al Teatro Quirino di Roma dal 25 novembre al 7 dicembre 2025 in prima nazionale dopo il debutto parigino
È il 1748 quando va in scena la prima rappresentazione di La vedova scaltra, che dà vita a un bel po’ di polemiche: Goldoni osa, primo fra tutti, fare un passo in più verso l’emancipazione dalla commedia dell’arte. Il drammaturgo veneziano intende allontanarsi da quello che definisce il “cattivo Teatro” per dar vita a qualcosa di nuovo. La vedova scaltra segna proprio il punto di svolta tra la commedia dell’arte e quella di carattere ed è il testo con cui si afferma la riforma del teatro goldoniano.
La vedova scaltra, una commedia moderna
La trama è nota: Rosaura, bella e ricca vedova veneziana, desidera risposarsi. A bussare alla sua porta per corteggiarla sono ben quattro pretendenti: Milord Runebif, Monsieur Le Bleau, don Àlvaro di Castiglia e il Conte di Bosco Nero. Ognuno di loro è deciso a conquistarne il cuore: l’inglese le dona come pegno un diamante, il francese un suo ritratto, lo spagnolo l'albero genealogico della sua famiglia, e l'italiano le invia un’appassionata lettera d'amore. A far da tramite per tutti è Arlecchino, creando equivoci e fraintendimenti vari. Indecisa su chi scegliere, con l'astuzia che le è propria e l'aiuto della fidata Marionnette, la protagonista orchestra un gioco di travestimenti e inganni per mettere alla prova i suoi corteggiatori e scegliere chi sia davvero degno del suo cuore.
L'apparato scenico e i suoi protagonisti
Caterina Murino veste i panni di una Rosaura che fin da subito si dimostra non solo furba e intelligente, ma anche profondamente consapevole del proprio ruolo, di ciò che può osare e non osare fare. È una donna disincantata della Venezia del Settecento, conosce i limiti del proprio status, negozia quotidianamente la propria libertà e riesce a farlo con leggerezza ma anche con determinazione. Il carattere vivace, pudico e intraprendente è qui ben delineato dalla Murino: la sua Rosaura è moderna non perché strizza l'occhio al presente con anacronismi o forzature, ma perché restituisce la complessità psicologica che Goldoni aveva già anticipato quale caratteristica della donna contemporanea.
Sottolineare questo aspetto riesce ancora più semplice grazie alla regia di Giancarlo Marinelli che rispetta quella macchina comica perfetta che è il testo originale, con tutte le sue implicazioni umane, senza arrogarsi la prerogativa di piegarlo al gusto moderno o, peggio, spiegarlo al pubblico contemporaneo. Marinelli osserva i movimenti dei personaggi, lascia che si sfiorino, che si allontanino, senza mai costringerli all’interno di schemi simbolici.
Nel cast, accanto alla Murino, troviamo Enrico Bonavera nel ruolo di Arlecchino, Giorgio Borghetti in quello di un severo e passionale don Àlvaro, Patrizio Cigliano è un seducente Monsieur Le Bleau, Mino Manni è un composto Milord Runebif, mentre Lorenzo Volpe incarna pregi e difetti dell’innamorato geloso nei panni del Conte di Bosco Nero. A fare da spalla a Rosaura è la sua cara Marionette, qui interpretata da Serena Marinelli che è anche aiuto regia, e che sa ben districarsi tra i due compiti. La voce dello zio di Rosaura, che appare così familiare nel suo italiano con accento francese, è dell’attore Jean Reno. Si tratta di un cast ben affiatato che ha lavorato con precisione millimetrica e ha saputo costruire quella coralità che è essenziale per far funzionare una commedia di intrighi e travestimenti.
La scenografia di Fabiana Di Marco, i costumi dello storico Nicolao Atelier di Venezia e le proiezioni video di Francesco Lopergolo definiscono uno spazio scenico che dialoga con la tradizione senza rimanerne prigioniero. Le proiezioni plasmano una dimensione ulteriore, che contribuisce ad aggiungere ora un alone di mistero ora un’atmosfera romantica e da sogno, senza appesantire le scene ma regalando un tocco quasi cinematografico. I costumi si sposano perfettamente con le personalità e i vezzi di ogni personaggio, donando allo spettacolo una certa autenticità storica; d’altronde non ci si poteva aspettare di meno dall’atelier veneziano che da decenni veste il Carnevale di Venezia nonché le grandi produzioni cinematografiche.
Goldoni anticipa l'emancipazione femminile
La vedova scaltra immerge lo spettatore in un mondo altro, che sembra lontano come un sogno, eppure nella sua essenza e nei suoi valori non appare così distanze; anzi, sembra parlare della odierna realtà e delle relazioni di oggi. In un'epoca in cui l'identità è diventata fluida, negoziabile, spesso performativa, il gioco degli inganni e dei travestimenti di Rosaura assume una valenza quasi profetica.
Così come profetico è il tema dell'emancipazione femminile, che si rivedrà ne La Locandiera e che qui viene affrontato con delicatezza ma con coraggio. Il personaggio di Rosaura non è una paladina femminista ante litteram, né una donna in rivolta contro il patriarcato. È una semplice donna che desidera scegliere da sola il proprio marito, che si rifiuta di essere scelta e usa l'intelligenza come strumento di libertà in un mondo che gliela negherebbe.
È questa la modernità di Goldoni: ha intuito che l'emancipazione di una persona passa prima di tutto attraverso la consapevolezza di sé e la capacità di guardare gli altri senza lasciarsi definire dal loro sguardo. I due personaggi femminili hanno la capacità di restituire proprio questa complessità senza tradire la leggerezza comica del testo, senza trasformare la commedia in un attacco ideologico.
In definitiva, La vedova scaltra di Marinelli è uno spettacolo molto ben riuscito: brillante, leggero, sorprendentemente attuale. Scorre con garbo e ritmo andante, il cast è ben affiatato e non manca un tempo. Insomma, il testo goldoniano, ancora una volta, si rivela quello che è sempre stato: un intreccio comico che nasconde, sotto la superficie brillante, una riflessione profonda sulla natura umana, sull'amore e sulla libertà.
Diana Della Mura
28 novembre 2025


