Recensione di ‘Macbeth’ al Teatro Sociale di Gemona del Friuli, il 4 dicembre 2025, all’interno della stagione ERT FVG
L’Ert FVG osa molto, moltissimo e propone ai suoi abbonati uno spettacolo di grande teatro classico.
In un tempo di influencer ed Instagram, di sondaggi di gradimento e di post, ci vuole una certa dose di coraggio ad inserire, nel cartellone di un teatro di provincia, un titolo di Shakespeare, messo in scena in modo decisamente classico.
Non era una edizione filologica, ma certo una proposta impegnativa. Il testo, magnificamente tradotto ed adattato da Daniele Pecci, è stato trasformato in un atto unico di cento minuti, coinvolgente ed intenso, tanto per gli attori che gli spettatori.
Innegabile la riuscita del lavoro di pulitura, attenta e calibrata, che riesce a condensare il testo senza perdere la magia della parola shakesperiana, mantenere i ritmi del racconto, creare la giusta suggestione storica. Ne esce un lavoro di grande valore, innegabilmente lontano, forse per alcuni troppo, da un pubblico più giovane, poco avvezzo a questa tipologia di spettacolo, ma che potrebbe trovare una delle sue ragioni proprio in questa considerazione: proporre un caposaldo del teatro, allestito secondo un gusto tradizionale, con ricchezza di mezzi e grande qualità interpretativa, confidando nella possibilità di una vera ‘semina’ di stimoli e di sensazioni, anche presso un pubblico poco abituato a queste proposte.
Una scelta culturale importante, che testimonia anche la disponibilità di Daniele Pecci di mettere la sua popolarità mediatica a servizio di un percorso di politica culturale importante, nel quale la resa interpretativa è solo uno degli obiettivi.
Visivamente lo spettacolo è sontuoso. Le scene di Carmelo Giammello sono di grande effetto, agili nei cambi, sempre veloci e scorrevoli; suggestive nella tavolozza cromatica, declinata in una serie di bruni; appropriate nella scelta stilistica che descrive un Medioevo lineare ed allo stesso tempo simbolico. Ci sono alcuni elementi realmente emozionanti. Uno per tutti, le due quinte laterali, imponenti, che hanno la forma di un libro, con i fogli che diventano spessore delle mura del castello. Un particolare appena suggerito, quasi occultato, che descrive lo stile del lavoro: una splendida macchina scenica che accompagna con efficace il dipanarsi della vicenda, offrendo tanti piani di lettura, quasi che lo spettatore potesse scegliere quale percorrere.
Appropriati i costumi, firmati da Alessandro Lai, che esaltano la fisicità dei vari interpreti grazie ad una sapiente scelta dei materiali unita ad un attento utilizzo di forme e cuciture.
Potenti, nei volumi anche troppo, le musiche di Patrizio Maria D’Artista, che sottolineano con trasporto il dipanarsi emotivo della vicenda.
Insomma un ottimo impianto per un lavoro decisamente ricco ed impegnativo.
Fondamentale il lavoro registico, che ha alcune intuizione autenticamente poetiche: le streghe, ridotte a tre figure velate, cariche di simboli, che compaiono il meno possibile, con voci registrare che sembrano provenire dal Nulla , o forse dall’Infinito; le apparizioni, trasformate in forme che appaiono nell’acqua di un secchio; l’incontro potentissimo fra Macbeth e la sposa, nel quale passione erotica e senso di maternità dialogano in modo intensissimo.
Infallibile la gestione delle entrate, stupefacenti le teste che sembrano vere, di grande forza il lungo duello finale, magnificamente combattuto.
L’idea di sintetizzare la scena del sonnambulismo e di raccontarci una Lady che diventa umile, riesce a commuovere, nonostante tutto.
Alcune citazioni pittoriche sono stupefacenti, dalle streghe di Blake alla testa mozzata di Macbeth, che rimanda all’ultimo dipinto di Caravaggio, richiesta di grazia che la vita non permise mai che si concretizzasse.
Pecci pensiamo sia stato chiamare anche ad adattare il lavoro al palcoscenico, non profondissimo, di Gemona del Friuli, sede della replica cui abbiamo assistito, ma ha saputo farlo con bravura, giocando con la struttura architettonica, facendo entrare gli attori dalla porte di sicurezza, salire dalla platea attraverso una scala mobile ed interagendo con l’ambiente.
Una lezione di come si vede fare del buon teatro e, francamente, un tipo di spettacolo che sulle scene italiane è sempre più difficile vedere.
Importante il contributo offerto da tutti gli attori coinvolti, che recitavano senza amplificazione. Il testo offre a molti di loro momenti solistici, che vengono risolti con bravura ed appropriati mezzi, sia tecnici che espressivi.
Fa piacere osservare che diversi di loro, nonostante la popolarità, anche televisiva, abbiano accettato parti non di primissimo piano, evidentemente consci dell’importanza che questo spettacolo riveste negli attuali cartelloni nazionali.
Giovanni Taddeucci interpreta un Capitano, ma soprattutto è Donalbain, uno dei figli di Duncan. Si muove in modo appropriato, è scenicamente credibile, anche grazie alla bella figura, ma dà la sensazione, probabilmente per apparire più giovane, di sforzare, in alcuni passaggi, l’ottava superiore.
Giorgio Sales, attore dalle tante esperienze nonostante la giovane età, pastella, anche grazie ad un fisico credibile ed un uso sapiente della voce, il ruolo di Lennox
Silvio Laviano tratteggia un Ross dalla marcata personalità, con occhiate parlanti ed una bella intesa scenica con il gruppo dei nobili scozzesi
Pier Paolo De Mejo è un credibile Angus, cui l’attore sa regalare eleganza e fisicità appropriata.
Lorenzo Rossi (Menteth ed uno degli assassini) si è mosso con misura ed adeguata recitazione, come ha fatto anche Tommaso Tampelloni, che ha interpretato con carismatica figura l’altro assassino e Cathness.
Duccio Camerini recita la doppia parte di Dunkan e di Seyward . Scelta registica interessante, cui l’attore risponde con affidabilità e resa vocale in crescita.
Vincenzo De Michele è un Macduff credibile. Interessante nella figura, che rimanda a certa iconografia medioevale anglosassone, ma anche nell’impiego della voce, che a seconda del momento sceglie quale registro utilizzare.
Michele Nani, Seyton, riesce ad essere un divertente caratterista senza scivolare mai nella caricatura, mai nell’effetto sguaiato, mai nell’ovvietà. Attore di lunga esperienza, gioca con le pause, le esitazioni, i toni, facendosi apprezzare dal pubblico pur senza grandi pagine solistiche .
Gabriele Anagni è Malcolm. Il personaggio è nelle sue corde e se nella prima parte del lavoro non emerge, nel monologo finale riesce ad offrire una prova attoriale di buon spessore. Interessante la salita al trono, con una posizione all’inizio curva e poi, man mano che si avvicinava al seggio, sempre più eretta. Forse la consapevolezza di occupare il ruolo che gli spetta e di vendicare il padre, oppure la metafora di come il potere cambi le persone, strappi umiltà e modestia e si vesta di tracotanza ed ostentazione. Una delle tante domande aperte che un lavoro teatrale riuscito come questo deve regalare al pubblico più attento
Mauro Racanati è un ottimo Banquo, che oltretutto appare ancor più suggestivo per la somiglianza fisica che ha con Pecci. Una sorta di alter ego, il simbolo della parte buona di sé che Macbeth decide di uccidere. Pregevole il modo in cui si relaziona con il suo comandante, ma anche la compostezza con cui muore, quasi un’accettazione, una resa alla sorte da tragedia greca.
Sandra Toffolatti è una potente Lady Macbeth, matura ma ancora bella e carismatica. Sicura, determinata, sensuale, cinica, risoluta, prima controllata e calcolatrice ed alla fine scomposta e strisciante, mette in campo una amplissima tavolozza di emozioni, offerta senza autocompiacimento od eccessi. Di opulenta bellezza l’ottava inferiore, che consente all’attrice un uso musicale della voce realmente molto suggestivo.
Daniele Pecci è un Macbeth interessante, sia per la figura che per la recitazione. Visivamente, man mano che la storia avanza, sembra che la vicenda gli pesi sulle spalle, pare che i movimenti siano sempre meno leggeri, quasi che il corpo, all’inizio intravisto, venga coperto dalla menzogna, dal peso delle malefatte, dall’oppressione della consapevolezza del male compiuto. Un uomo bello che perde ogni virtù e rimane, alla fine, prigioniero delle maglie della bramosia del potere. Recita con grande presenza, riuscendo persino a non farsi distrarre da certi attacchi di tosse reiterati provenienti dalla platea che avrebbero messo in difficoltà chiunque.
Dà prova di grandissime doti di primattore, accarezzando colori intensi, giocando con i silenzi, evitando ogni eccesso ed ogni forzatura, ma non allentando mai né la tensione del racconto, né il controllo in scena.
Certamente una prova che lo incorona fra i più grandi interpreti della scena attuale.
Alla fine tanti applausi per tutti, da un pubblico che ha seguito con attenzione e che ha dimostrato di apprezzare la qualità della proposta e di cogliere la fatica, evidente nelle espressioni degli interpreti al proscenio.
Ancora una volta l’ERT FVG ha vinto puntando alla qualità della proposta, ma anche confidando nelle potenzialità del suo pubblico fedele, capace di cogliere la magia ed il valore anche delle proposte più impegnative, se ben allestite.
Gianluca Macovez
5 dicembre 2025
informazioni
Teatro Sociale, Gemona del Friuli, 4 dicembre 2025
MACBETH
di William Shakespeare
tradotto ed adattato da Daniele Pecci
regia di Daniele Pecci
scene di Carmelo Giammello
costumi di Alessandro Lai
musiche originali di Patrizio Maria D’Artista
con:
Daniele Pecci
Sandra Toffolatti
e con:
Duccio Camerini,
Vincenzo De Michele,
Michele Nani,
Gabriele Anagni,
Mauro Racanati
Giovanni Taddeucci,
Giorgio Sales,
Silvio Laviano,
Pier Paolo De Mejo,
Lorenzo Rossi,
Tommaso Tampelloni


