Recensione di ‘Le Nozze di Figaro’ di Mozart al teatro Verdi di Trieste, il 6 dicembre 2025
La duplice inaugurazione del Verdi di Trieste firmata Pier Luigi Pizzi si completa, dopo l’apertura con ‘ Il Barbiere di Siviglia’, con le mozartiane ‘Le Nozze di Figaro’, allestite sulla medesima base scenica.
Esperimento interessante, che in questo secondo titolo, a nostro parere, presenta luci ed ombre.
Cominciamo subito con un plauso al teatro triestino che ha cercato una strada nuova, ha avuto il coraggio di sperimentare soluzioni inedite ed ha messo in campo nomi importanti.
La presenza di Pizzi, regista, costumista e scenografo, coadiuvato dalla mano affidabile di Massimo Pizzi Gasparon Contarini, autore anche delle luci, è stata una scelta di grande spessore, premiata da un ampio consenso di pubblico e di critica.
In questa occasione la scelta scenografica ci ha convinto meno che nel caso del titolo rossiniano, perché ci sembra che se viene costruito un palazzo con due piani praticabili, non ci sia una ragione per non usare mai quello superiore, disabitato e spoglio.
Un vuoto che pensiamo andasse preso in carico in qualche modo, perché introduce un’idea di decadenza, anche economica, che certamente non apparteneva alla casata degli Almaviva.
Ci sono sembrati un po’ arditi alcuni degli alberi del giardino se confrontati all’eleganza formale dell’allestimento, ma è peccato decisamente veniale e rimangono alcune criticità acustiche di cui già avevamo scritto per il ‘Barbiere’.
Difficile anche interpretare la scelta cromatica di alcuni costumi, magnifici visivamente, ma certamente pregni di una valenza che non abbiamo saputo cogliere. Pensiamo per esempio alla scelta dell’arancione per gli abiti dei due nobili, che non riusciamo ad identificare né iconograficamente, ne’ psicologicamente.
Fatte queste osservazioni, la regia è interessante e per nulla scontata.
Un po’ come nel barbiere, Figaro è chiamato a fare un passo indietro, a tutto favore della figura del Conte, che diviene il centro dell’azione.
Attorno al suo potere, ma anche al suo fascino, si dipana la vicenda.
Non ci sono metafore sociali, letture legate ai tempi che cambiano, simbolismi rivoluzionari: appare, più che altro, come il racconto che nessuno è perfetto ed anche un potente, alle volte fallisce il colpo.
Ma nessuno lo detronizzerà, perché si intuisce chiaramente che è questione di poco tempo e qualche altre fanciulla gli cadrà ai piedi.
Per certi versi nel Conte d’Almaviva si concretizza un Don Giovanni autentico che, a differenza del protagonista mozartiano, riesce nei suo intenti. Non legge l’elenco delle sue conquiste passate, perché come un falco sta adocchiando quelle future.
Un Mozart magicamente spietato, cinico, che guarda al mondo attorno a lui senza paura e senza pregiudizi.
Forse l’unica autentica lezione è che non ci sono vere morali, perché il mondo spesso è immorale.
Perché l’umanità teme la verità e sguazza nella menzogna, nel sotterfugio, nell’inganno.
Figaro riesce a far evitare l’applicazione del ‘jus primae noctis’, ma non per combattere un immondo privilegio, ma solo perché cerca di evitare un abuso personale e forse un confronto. Usa armi come il trucco, l’imbroglio, la bugia, che certo non ne fanno un eroe.
In quest’ottica di rilettura dei ruoli e dei pesi narrativi, il paragone ed il parallelismo fra i due titoli è decisamente interessante ed offre spunti che forse avrebbero meritato un convegno o degli approfondimenti mirati. Non foss’altro per apprezzare appieno il senso della prima parte del titolo del lavoro di Beaumarchais: ‘La folle giornata o il matrimonio di Figaro’ , che da solo potrebbe ribaltare due secoli di messe in scena e che secondo noi è la chiave interpretativa scelta da Pier Luigi Pizzi.
Il Maestro Concertatore e Direttore Enrico Calesso si conferma bacchetta raffinata, dimostrando, ancora una volta, una intesa con l’orchestra del Verdi che consente all’organico orchestrale di brillare, sia nell’insieme che nelle varie sezioni.
Già dall’ Overture cogliamo un equilibrio raffinatissimo ed un suono pulito, che mette in risalto in modo particolare gli archi .
Capiamo immediatamente che il viaggio musicale non è scontato ma, anzi, ricco di spunti, di suggestioni, di rimandi.
Calesso non ostenta mai, non appesantisce, ma non banalizza.
Pulisce, asciuga, non per ridurre ma per esaltare.
Il suo Mozart non è mai lezioso, come non lo è nella regia di Pizzi.
In oltre tre ore di musica non ci sono cedimenti, non abbiamo cali narrativi, non emergono né fatica, né routine.
Anzi le atmosfere musicali diventano sempre più coinvolgenti ed il maestro sa sostenere con bravura le prove dei cantanti ma anche del coro, diretto dal maestro Paolo Longo.
Un organico di ritrovata sintonia, che oltre a cantare bene dà prova di sapersi muovere con garbo e che è particolarmente suggestivo in ‘Giovani liete, fiori spargete’.
Godibili e funzionali il Basilio di Andrea Galli, dalla simpatica figura; l’Antonio divertente di William Corrò; il buffo Don Curzio di Pietro Picone, che bene si inseriscono nella trama della storia.
Paola Gardina è un ottimo mezzosoprano, che ha fatto di Cherubino uno dei suoi ruoli forti. Mozart gli offre due arie intense , sia musicalmente che per quel che concerne i testi: ‘Non so più cosa son, cosa faccio’ e ‘Voi che sapete che cosa è amor’.
La lettura che abbiamo colto ci sembrava privilegiare la componente giovanile, la baldanza, resa con una voce ben impostata, che ci è parsa un po’chiara, ma che molto è piaciuta al pubblico a fine spettacolo.
A noi non sono arrivate, però, la componente dello struggimento, dell’incertezza giovanile. Che forse si è scelto di non sottolineare, anche per scelte narrative.
Ci pare che Mozart sia andato oltre al gioco dei travestimenti, abbia lavorato sull’identità e sulla fuga. In alcuni passaggi anche in modo drammatico.
Non a caso i testi delle arie sono pregni di suggerimenti, motivi di riflessione, spinte ad approfondire.
Questi aspetti, a nostro parere, non erano abbastanza evidenti, o quanto meno non sono riusciti a coinvolgerci.
Senza , ovviamente, nulla togliere al valore dell’interprete.
Barbarina era la giovane Veronica Prando, che ha confermato di essere una voce luminosa, dotata di tecnica sicura , ricca di colori e di buone capacità espressive. Piacevole ed applaudita la sua esecuzione di ‘L’ho perduta... me meschina’. Pur nella brevità del ruolo, ancora una volta ha saputo passare tutt’altro che inosservata.
Nel ruolo di Bartolo la lussuosa presenza di Andrea Concetti , che non delude le attese, regalando una caratterizzazione garbata, elegante, cantata con sicurezza, fiati notevoli ed ampia estensione.
Decisamente riuscita la sua aria d’entrata : ‘La vendetta, oh la vendetta!’ che mette in evidenza un’estensione ampia, una solidità notevole nell’ottava superiore, acuti sicuri e fiati di grande impatto.
Godibile la Marcellina di Anna Maria Chiuri, che mette a disposizione del personaggio una vocalità amplissima, per volume ed estensione ed una verve scenica pirotecnica.
Nel duetto iniziale ‘Via resti servita, madama brillante’ la sua voce possente prevarica quella più esile di Susanna, con un effetto teatrale riuscito e divertente.
Arriviamo alle due coppie. Da una parte Figaro e Susanna e dall’altra il conte e la contessa.
Figaro di Simone Alberghini ha esperienza e molto mestiere, anche se la voce sente il tempo che passa, soprattutto per quel che concerne il peso, che non sempre ha l’autorevolezza richiesta. In definitiva un Figaro ben costruito, funzionale alla storia, ma subalterno alla figura del Conte.
Al brio cui tanti interpreti ci hanno abituato, Alberghini sostituisce un velo di malinconia, quasi la consapevolezza cinica del tempo che vive.
La Cavatina iniziale, per esempio, è cantata con un garbo ed una misura che paiono imprigionare il furbo servitore. Ci veniva da pensare che sarebbe potuto essere l’incipit di un percorso di rivolta, ma invece si è rivelata la linea interpretativa scelta della serata , confermata sicuramente nel celebre ‘Non più andrai’, eseguita con garbo ed eleganza, ma senza il pathos che ci aspettavamo.
Importante, sicura e sempre centrata, a dimostrazione dello spessore dell’interprete, la partecipazione ai tanti pezzi d’insieme, che hanno trovato in Figaro un riferimento affidabile, che ascolti con piacere, ma che fa fatica a coinvolgerti, come accade anche per la Susanna di Carolina Lippo che vanta una bella figura, buona capacità sceniche, ma la cui voce risulta esile ed in alcuni suoni un po’ asprigna.
La sua Susanna ci è apparsa più calcolatrice che sensuale, più cinica che vittima.
Riuscita la partecipazione ai tantissimi pezzi d’insieme, nei quali dimostra grande professionalità e buon gusto.
Meno suggestiva la resa nelle arie solistiche, dove non commette errori, ma non mette in gioco quella autorevolezza vocale e quel garbo che dovrebbero essere la cifra del suo personaggio, che non è né banale, né sempliciotto.
Arriviamo quindi a quella che, nei fatti, è la coppia centrale dello spettacolo, in pieno rispetto alle indicazioni di Beaumarchais.
Ekaterina Bakanova è una riuscita Contessa. Elegante, dolentissima, attenta nei movimenti e sicura nella vocalità, canta con eleganza ‘Porgi amor qualche ristoro’, mettendo in risalto una interessante ottava superiore. Quando arriva la complessa ‘Dove sono i bei momenti’, cesella una magnifica prova, superando indenne le varie difficoltà tecniche e regalando una pagina che commuove, festeggiata con convinti applausi.
A chiudere, quello che secondo noi è stato il vero protagonista: il Conte di Almaviva .
Che Caoduro sia stato un grande Figaro è noto. Da artista intelligente si è posto in ascolto del suo strumento e sta spostando, saggiamente, il repertorio verso quello da bass-baritone. Lentamente, senza forzature ed evitando gli eccessi vocali.
Il risultato è stato un personaggio convincente, autentico, autoritario scenicamente e suggestivo vocalmente.
Il Conte che abbiamo visto è figlio del suo tempo. Un uomo giovane e bello, ricco, autoritario, che non è abituato a perdere.
Carico di carisma, ma anche palesemente sgarbato. Un cacciatore seriale di gonnelle, le cui mani viaggiano con avidità sui corpi femminili e la cui ugola sbeffeggia, con altrettanta facilità, le difficoltà della partitura.
Una parte non facile da portare in scena, che richiedeva certamente l’appoggio di un uomo di teatro come Pizzi, che ha attraversato da protagonista l’ultimo mezzo secolo e di un direttore dotto ed illuminato come Calesso.
Perché era necessario svellere consuetudini rappresentative e riequilibrare i pesi musicali, ritornando a Mozart e non alle esecuzioni di tradizione.
Caoduro veste il personaggio con consapevolezza ed abilità. Dal punto di vista espressivo, qualche volta l’espressione del volto gli sfugge e pare un killer pronto alla strage, più che un nobile che pianifica l’amplesso, ma sono attimi, frammenti irrilevanti un una narrazione che coinvolge e sorprende.
La postura, il gesto, l’atteggiamento, amplificano il peso nei pezzi d’insieme, dove riesce ad essere protagonista senza prevaricare, anche grazie alla bellezza dei colori che mette in campo ed ad uno strumento dalla tecnica inossidabile.
Non a caso Caoduro è stato allievo delle troppo poco ricordata Cecilia Fusco, depositaria di quelle ‘vecchia scuola’ che tanto bene ancora oggi fa alle scene liriche mondiali.
Già da ‘Cosa sento! tosto andate’ ci rendiamo conto della centralità di Almaviva, di come la voce svetti potente sulle altre, non solo per volume, ma per carisma.
Una sensazione che cresce, che in ‘Susanna or via sortite’ trova il giusto parallelismo nell’eleganza della Contessa, con cui il rapporto, pur fra tradimenti e gelosie, appare continuo ed a suo modo solido.
Quando arriva ‘Hai già vinta la causa’, è un trionfo di colori e di note, quasi che il nobiluomo volesse ricordare alla platea, comunque vadano le cose, che il maschio alfa della situazione è lui, mai banale, mai scontato, anche se alle volte prevedibile.
D’altra parte Susanna lo sa bene. Non a caso nel duettino con Almaviva ripete le stesse pose che aveva avuto con Figaro in apertura e non ha nessuna ritrosia a far percorrere il corpo dalle mani golose del nobile.
Il finale consacra in qualche modo la vittoria di Figaro nella battaglia contro lo ‘jus primae noctis’, ma regala anche la consapevolezza che sarà solo questione di tempo perché la guerra di Almaviva issi un nuovo trofeo, con le varie voci che regalano una pagina d’insieme di grandissima suggestione a chiudere uno spettacolo che il pubblico saluta con copiosissimi applausi per tutti .
Una doppia apertura salutata da un doppio consenso. Un buon auspicio per una stagione dalla partenza sofferta, certo non per ragioni artistiche!
Gianluca Macovez
9 dicembre 2025
informazioni
Trieste, Teatro Verdi, 6 dicembre 2025
LE NOZZE DI FIGARO
di Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto di Lorenzo da Ponte, tratto da La folle giornata o il matrimonio di Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Maestro Concertatore e Direttore ENRICO CALESSO
Regia, scene e costumi PIER LUIGI PIZZI
Regista assistente e Lighting designer MASSIMO PIZZI GASPARON CONTARINI
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Personaggi e interpreti
Figaro SIMONE ALBERGHINI
Susanna CAROLINA LIPPO
Contessa di Almaviva EKATERINA BAKANOVA
Conte di Almaviva GIORGIO CAODURO
Cherubino PAOLA GARDINA
Bartolo ANDREA CONCETTI
Basilio ANDREA GALLI
Barbarina VERONICA PRANDO
Marcellina ANNA MARIA CHIURI
Antonio WILLIAM CORRÒ
Don Curzio PIETRO PICONE
Maestro del Coro PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste


