Giovedì, 12 Febbraio 2026
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‘CARMEN’ SI IMPONE AL TEATRO M. Del Monaco DI TREVISO

Recensione di ‘Carmen’, al Teatro ‘M. Del Monaco’ di Treviso

 

Il teatro Comunale ‘Mario Del Monaco’ di Treviso ha messo in scena, come secondo titolo della Stagione, un’opera quanto mai impegnativa: ‘Carmen’ di Bizet.

Scelta coraggiosa. Oltretutto elegantemente proposta in chiusura del centocinquantesimo anno dalla prima e dalla morte del compositore. Anniversario che sembra sfuggito alla maggioranza dei teatri italiani. Elemento quanto mai curioso in un  paese in cui si commemora qualsiasi cosa.

Per un teatro di tradizione non è facile affrontare una simile messa inscena: ci vogliono grandi voci, tante masse corali, figuranti, ballerini, scenografie importanti.

Va sempre ricordato, però,  che il teatro di Treviso sta vivendo un momento magico.

Non tanto e non solo per quello che propone, ma per come lo propone: un clima appassionato, con un coinvolgimento che prende tutti.

Scoprire che gli addetti alla biglietteria, finito il lavoro, si tuffano a guardare l’opera da un palchetto laterale; essere accolti sempre da personale sorridente, pronto a rispondere ad ogni domanda; vedere il direttore artistico che va a sostenere i cantanti, poi corre in platea a salutare gli abbonati storici, accompagna i recensori, verifica che tutto sia in ordine ovunque; sentirsi negare, per autentiche ragioni di sicurezza, un passaggio in  un corridoio  ed essere colmati di spiegazioni e scuse, sono tutti elementi che fanno la differenza.

Perché è vero che poi lo spettacolo si fa in scena, ma francamente il pubblico ha diritto a sentirsi considerato, rispettato, almeno trattato bene . 

Sappiamo benissimo che non accade ovunque e quando succede è una gioia poterlo rimarcare.

Detto questo, rimane il fatto che ‘Carmen’ è opera complessa, sulla quale sono inciampati in tanti e quindi le aspettative, come anche i timori, erano elevate.

Sgomberiamo subito il campo da esitazioni: scommessa vinta. 

Uno spettacolo riuscito, che avrebbe fatto una magnifica figura nella stagione di una qualsiasi delle più prestigiose Fondazioni liriche italiane e che speriamo che altri teatri riprendano, perché sarebbe un peccato che tanta energia creativa positiva andasse dispersa.

Una grossa parte del merito va riconosciuto all’allestimento, firmato come regia e parte dei costumi (condivisi con Carla Galleri) da Filippo Tonon.

Un impianto costruito, impegnativo, con delle strutture metalliche che paiono raccogliere l’eredità di quelle lignee di Ronconi in Arena,  ma  al tempo stesso duttile alle trasformazioni.

Il sipario si apre su una claustrofobica fabbrica di sigarette; poi una suggestiva parete di casse di legno, un po’ Mondrian, un po’ Ceroli, regala una ambientazione più intima, che le luci trasformano nella vivace Osteria di Lilas Pastia. 

Si alza una parete, si apre uno spazio ed ecco che siamo in una miniera, rifugio dei contrabbandieri. Un’agile discesa del muro di legno, ingemmato di manifesti e siamo di nuovo a Siviglia, in attesa dei toreri che ci accompagnino in Arena.

Una magnifica macchina scenica, bene illuminata da Fiammetta Baldiserri  e Silvia Vacca, che supporta anche  la resa acustica.

Certamente Tonon è ottimo uomo di teatro, che meriterebbe anche ribalte più ampie.

La narrazione scorre veloce ed interessante.

La Carmen proposta è molto simile a certe influencer nostrane: antipatica, piena di sé, ostenta strafottenza ed atteggiamenti da bulla di periferia.

Sicura di uscire sempre vincente, ignora le regole sociali ed usa le persone, umiliando Don Josè che risulta il suo zerbino.

Quando sulla sua strada incrocia qualcuno più forte di lei, come Escamillo, va in crisi. Perde un po’ il controllo della situazione e tutto precipita: il torero brilla, lei pare innamorarsi, Don Josè impazzisce perché si sente buttato via ed uccide la zingara, mentre il mondo va avanti, incurante di lei e di tutti.

Questa lettura si adatta perfettamente alla partitura di Bizet, ma riesce a reggere in presenza di interpreti di valore, che alla recita cui abbiamo assistito abbiamo trovato.

Ma andiamo con ordine.

 Innanzitutto se Tonon vince per gli aspetti visivi, va sottolineato che Marco Angius, che dirige l’ Orchestra di Padova e del Veneto, offre una lettura attenta, vivace ma equilibrata, mettendo in evidenza le potenzialità positive di un organico brillante.

Non forza mai ed in ‘Carmen’ è dote preziosissima, perché l’effetto caos è sempre in agguato. Regala un suono pulito, ben articolato, mettendo in evidenza le varie sezioni orchestrali.

Sostiene con bravura i cantanti e garantisce l’esito trionfale della serata anche dal punto di vista musicale.

‘Carmen’ prevede una partecipazione sontuosa dei cori. Scenicamente sono  tutti bravissimi. Appassionati ed in parte. Si vede un impegno che è quasi commovente e sicuramente entusiasmate. Dal punto di vista della resa vocale, la sezione femminile del Coro Lirico Veneto, diretto da Alberto Pelosin, riesce ad essere più convincente  di quella maschile.

I ragazzi del Coro di voci bianche del teatro di Rovigo , sotto la guida di Francesco Toso,  sono calati nel loro ruolo e perfettamente padroni del palcoscenico.

Riuscite le coreografie di  Maria José Leon Soto, eseguite da un affiatato sestetto di ballerini.

Passando ai cantanti, necessario sottolineare l’apprezzatissima aderenza alla narrazione voluta da Tonon.

Ogni personaggio ha un’identità precisa, una sua personalità  e di fatto la maggior parte degli interpreti risponde decisamente bene alle aspettative.

Said Gobechiya regala la sua figura elegante, ma anche una voce interessante per colori e peso,  a Moralès.

Riuscito lo Zuniga di Alessandro Ravasio, scenicamente credibile e musicalmente appropriato.

In continua crescita William Hernandez, che ha cesellato un interessante  Dancairo, mostrando uno strumento vocale solido, ricco di colori ed una notevole capacità attoriale. Notevole la sintonia con Roberto Covatta, piacevole Remendado, dalla voce chiara e le spiccate capacità sceniche.

Il quartetto dei contrabbandieri è completato da Frasquita e Mercedes.

La prima è interpretata da Angelica Disanto, che si muove con garbo e misura e pastella una zingara dalla voce decisa, alle volte perfino stentorea.

Eleonora Filipponi, Mercedes, continua il suo convincente percorso vocale, mostrando delle note basse piene, rotonde, a tratti solfuree, acuti solidi ed un centro pieno. La sua zingara è sostanzialmente una creatura notturna dalla prorompente personalità e come una pantera si muove, senza risultare, però, mai macchiettistica.

Paolo Fanale è chiamato a dare corpo ad un Don Josè debole. La regia non vuole l’uomo avvenente che ci ha consegnato Del Monaco, neanche quello vincente di Domingo, ma un soldato fragile, che si innamora, entra in crisi prima con sé stesso, poi con la fidanzata, che non riesce a non essere un bravo figlio, neanche un buon soldato, neppure un amante appassionante.

Certamente per tre quarti dell’opera è una vittima di Carmen ed alla fine, prima di pugnalare la sigaraia, sceglie di uccidere il suo mondo. Pare quasi che non voglia rientrare in quei ranghi dai quali è faticosamente uscito.

La prova vocale è corretta, funzionale agli obiettivi e l’aria del fiore raccoglie il plauso del pubblico.

Francesca Dotto racconta una Micaela severa. Più arrabbiata che ancora innamorata, affronta le due arie con toni decisi. Nel primo duetto con Don Josè, ‘Parle-moi de ma mère!,’ emergono più le doti vocali di ciascuno degli interpreti che l’intesa e questo è un interessante modo di guardare alla vicenda. 

Nel terzo atto  appare più evidente la chiave del rimprovero che quella della malinconia e della speranza del ritrovato amore.

Claudio Sgura è un credibile Escamillo. Carismatico, aitante, sicuro di sé, è l’opposto di Don Josè e la differenza fra  i due caratteri viene sublimata nel duetto del terzo atto, nel quale la voce sicura e ricca del baritono troneggia sul canto sofferto e struggente del tenore.

Sgura è artista dalle grandi potenzialità, che vanno ben oltre  il riuscito Scarpia che viene chiamato ad interpretare in tutto il mondo. Interprete attento, non stereotipato neanche quando il ruolo lo suggerirebbe, sensibile e preparato, trova per il torero una vocalità piena, ricchissima, sicura in ogni passaggio e dai colori suadenti. Il suo Escamillo è il muro contro cui si infrangono le sicurezze di Carmen. Lui sa che è più forte di lei, che ce l’ha in pugno e, quando ritorna a Siviglia, viene a riprendersela. E lo fa prima con una entrata deflagrante,  potentissima, affascinante, dai fiati mirabolanti e dalla vastissima tavolozza di sfumature; poi mantenendo una solidità ed una intensità narrativa che danno finalmente il giusto spessore a questo personaggio, che non è un atleta belloccio, ma un uomo sicuro di sé e ricco di carisma.

Caterina Piva è Carmen. Risponde bene alle richieste della regia, regalando  una interpretazione decisamente non oleografica e superando con bravura  le difficoltà vocali del ruolo.

E’ donna più sicura che sensuale, più determinata che accattivante. A tratti verrebbe da dire monolitica, ma sempre musicalmente appropriata.

Quando canta ‘L'amour est un oiseau rebelle’ pare lanciare un proclama. Una sorta di creatura che si pone in modo ostentatamente sensuale, che crede di far capitolare il mondo con uno sguardo, con un gesto.

La voce è sicura, i colori interessanti, i fiati ampi. Solidi gli acuti.

Man mano che la storia prosegue, Carmen si fa sempre più ferina, conscia che la sua sicurezza è l’arma seduttiva vincente. Almeno finchè non troverà sulla sua strada qualcuno più forte di lei.

Una vera apoteosi il volo a bordo del tavolo a Lilas Bastia: nel caos più totale, lei ha tutto sotto controllo, perché ha in mano la vita di tutti i presenti.

Una donna così determinata non può avere cedimenti e di questo risente un po’ l’espressività, in particolare nella scena delle carte, nella quale la Piva sfoggia, però,  grande sicurezza negli acuti. 

Suggestiva  la resa del finale, con lei potente e lui dolce, fino al momento dell’omicidio, avvolto nella luce drammatica di un occhio di bue che scava  nella violenza del femminicidio ed evidenzia la pochezza dell’assassino.

Alla fine, un meritato trionfo di applausi, con innumerevoli chiamate al proscenio per tutti.

Ancora una volta una sfida alla grande dal teatro ‘Mario Del Monaco’.

 

Gianluca Macovez

10 dicembre 2025

 

informazioni

CARMEN

Opéra-comique in quattro atti di Georges Bizet
Libretto Henri Meilhac
Orchestra OPV Orchestra di Padova e del Veneto
Direttore d'Orchestra Marco Angius
Coro Coro Lirico Veneto
Coro di Voci Bianche Teatro Sociale di Rovigo
Regia e scene Filippo Tonon
Costumi Filippo Tonon e Carla Galleri
Assistente alla regia Veronica Bolognani
Luci Fiammetta Baldiserri
Coreografie Maria José Leon Soto

Personaggi e interpreti

Carmen Caterina Piva

Don José Paolo Fanale 

Micaëla Francesca Dotto

Escamillo Claudio Sgura

Frasquita Angelica Disanto

Mercédès Eleonora Filipponi

Dancairo William Hernandez

Remendado Roberto Covatta

Zuniga Alessandro Ravasio

Moralès Said Gobechiya

Produzione Comune di Treviso - Teatro Mario Del Monaco, Comune di Padova - Teatro Verdi, Comune di Rovigo - Teatro Sociale
Allestimento Comune di Treviso - Teatro Mario Del Monaco, Comune di Padova - Teatro Verdi, Comune di Rovigo - Teatro Sociale, Fondazione Teatro di Pisa, Fondazione Rete Lirica delle Marche
organizzatore Comune di Treviso

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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