Sabato, 18 Aprile 2026
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LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE: l’amore incondizionato non ci salva da noi stessi

Recensione dello spettacolo Lungo viaggio verso la notte al Teatro Argentina di Roma dal 04 al 15 febbraio 2026

 

Tre ore di recitazione, con un solo intervallo, impegnano, quasi in un patto di fiducia, attori e pubblico in sala. Gabriele Lavia, regista e insieme protagonista nel ruolo di James Tyrone, porta in scena al Teatro Argentina di Roma Lungo Viaggio verso la Notte, il capolavoro del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill, a cui rende omaggio mettendosi al completo servizio delle parole, che ininterrottamente occupano lo spazio scenico, elette da Lavia come vere protagoniste della sua trasposizione scenica. La scenografia imponente e fissa, un colpo d’occhio eloquente e schiacciante, non lascia scampo a fraintendimenti: tanto i personaggi quanto la platea sono ingabbiati, intrappolati, all’interno della narrazione, in un’atmosfera austera e stantia, un salotto dalle pareti altissime, dove una biblioteca ricca è l’unico elemento di abbondanza in una casa che ha perso il senso del focolare e che racconta una storia familiare decadente, disfunzionale, piena di rimproveri, litigi, rivendicazioni, rimorsi e di tormenti. Tutto si svolge negli ambienti interni, nell’arco di una giornata, dalla mattina all’imbrunire, attraverso un lungo viaggio verso la notte: fuori la nebbia è densa, la luce del sole è apparsa, filtrando dalla grande vetrata, solamente al mattino presto, e all’interno la penombra delle poche lampade accese, ordine dell’avaro Tyrone, sembra schernirsi di quei poveri prigionieri, James, Mary, Jamie ed Edmund, avviluppati nelle loro stesse gabbie.

James, patriarca della famiglia Tyrone, tirchio e anziano, tra i più ricchi proprietari terrieri della zona, veste ancora i panni di un attore di successo (quello che fu), declamando ad ogni occasione, con voce pomposa e sollevandosi in piedi, i grandi classici, che impone come forieri di verità assolute e incontrovertibili, mostrando solamente nei confronti del figlio più piccolo e della moglie, appena rientrata da una clinica, compassione e benevolenza, pietà. Mary, Federica Di Martino, moglie e madre affettuosa, sfuggita per amore alla nitidezza della giovinezza, è una donna sola e fragile, dai colori sbiaditi, che ha rinunciato alla realtà e si è astratta dal mondo, alternando momenti di lucidità a stati di narcosi, vagando, assuefatta alla morfina, sempre più assente e remissiva, tra la sala da pranzo e la stanza degli ospiti, dove nasconde persino a se stessa ogni dolore, ogni insostenibile verità; Jamie, Jacopo Venturiero, l’indolente e dissipatore figlio maggiore dalle sembianze paterne, che affoga nell’alcol vuoti incolmabili, non ha realizzato nulla nella vita, soggiogato dall’impeto di un padre giudicante e severo, che addossa colpe e pretende reverenza; Edmund, infine, interpretato da Ian Gualdani, il più piccolo, il più delicato e portentoso al tempo stesso, più simile alla madre nei tratti e nei comportamenti, scoprirà di essere tisico, proprio come il nonno materno, gettando ancora di più la famiglia nella disperazione e sollevando, in ognuno dei familiari, il rigurgito dell’io più profondo, quello che ama egoisticamente e ha paura della perdita, quello che prova l’invidia persino nei confronti di un fratello e teme il fallimento, quello che preferisce aggredire gli altri pur di redimere se stesso.  Beatrice Ceccherini, nei panni della domestica, è l’unico elemento estraniante, una nota di colore che spezza, con il suo canto gioioso e la sua giovane freschezza, l’aria greve che si respira in casa, tra battibecchi, intese, litigi, carezze, abbracci, manifestazioni di affetto e bisogno di accudimento, risate di compagnia e pianti di sconfitta.

In un’epoca in cui il livello di attenzione e di comprensione è sempre più compresso e compromesso, in cui il valore della parola ha perso la potenza del significato, Lavia, avvalendosi di una regia puntuale ed evocativa, fa una scelta ardita e torna a un “teatro di parole”, che crea disagio nella mancanza di vie di fuga, che infastidisce nella ripetizione delle battute, che affatica persino la vista, costretta a una costante semioscurità e a intravedere gli attori attraverso enormi sbarre oblique che invadono il proscenio. Il pubblico assiste a una messa in scena che è una fotografia dai toni esasperati di una tipica giornata famigliare, dove due fratelli un momento si adorano, complici e divertiti, e l’attimo dopo si detestano: “ti amo più di quanto ti odio”, grida disperato Jamie a Edmund, dopo avergli confessato di aver sempre agito per fare di lui “un buono a nulla”; dove un marito e una moglie provano a essere bravi amanti e scoprono di aver rinunciato a loro stessi ormai da tempo; dove due genitori confidano di aver donato il meglio e raccolgono sopraffatti le miserie della vita. Rimanendo completamente fedele al testo originale di O’Neill, che, in una trasposizione autobiografica, mette a confronto confessioni e paure, gelosie e fallimenti che deflagrano, nella apparente normalità di rapporti di amore incondizionato, ecco il patto di fiducia che Lavia stringe con il suo pubblico: “il teatro non vuole simulare la realtà, ma vorrebbe, attraverso la finzione, coinvolgere (il pubblico) in una verità”, senza edulcorare la realtà, senza necessariamente un lieto fine.

 

Francesca Sposaro

9 febbraio 2026

 

informazioni

Durata: durata 2 ore e 50′ compreso intervallo

 

di Eugene O’Neill
traduzione Bruno Fonzi
adattamento Chiara De Marchi
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia e Federica Di Martino
e con Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini

scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Andrea Nicolini
luci Giuseppe Filipponio
suono Riccardo Benassi

foto Tomasso Lepera

produzione Effimera – Fondazione Teatro della Toscana

 

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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