Sabato, 18 Aprile 2026
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Il teatro Verdi vince la scommessa di ‘Mahagonny’

Recensione della prima compagnia di ‘Aufstieg und fall der stadt Mahagonny’ al Teatro Verdi di Trieste.

 

Nei giorni scorsi abbiamo recensito su questa pagina il cast della compagnia alternativa di  ‘Aufstieg und fall der stadt Mahagonny’ in scena al teatro Verdi di Trieste per sei  repliche. In questa occasione parleremo del cast dei primi titolari, in forma quasi completa, perché per un gioco di alternanze di ruoli non abbiamo mai ascoltato Santiago Martinez, del quale, per dovere di cronaca, abbiamo sentito dire cose buone.

Confermiamo prima di tutto il giudizio ampliamente positivo sull’allestimento e l’esecuzione. Alla seconda visione la regia di Henning Brockhaus appare ancora più ricca di riferimenti, scorre con grande efficacia, sa essere grottesca dove serve, senza risultare mai grossolana; regala frammenti di autentica commozione; coglie con sensibilità le caratteristiche di voci ed interpreti e riesce a cucire loro addosso i personaggi esaltando le potenzialità dei cantanti.

Preziosa l’interazione fra platea e palcoscenico, con i cantanti cha cantano in sala  ad abbattere ogni distanza e rendendo ancora più drammaticamente contemporanea la storia raccontata.

Siamo di fronte ad un autentico uomo di teatro, sicuro, preparatissimo, dalla forte identità.

Il suo spettacolo può piacere o non piacere, ma certo non lascia indifferenti ed anche coloro che non lo hanno apprezzato, francamente pochi ad ascoltare il foyer, non possono negare  il grande lavoro svolto ed il fatto che la messa in scena abbia un’idea portante chiara e motivata.

Importante il supporto fornito dai riusciti costumi firmati da Giancarlo Colis, peraltro magnificamente supportati dal trucco delle bravissime addette del teatro Verdi, che da sempre può contare su maestranze interne di grandissima professionalità.

 

Di grande efficacia le luci di Pasquale Mari, che rendono merito all’impianto scenico essenziale ma ricchissimo di spunti e citazioni di un’altra colonna del teatro italiano del secondo Novecento:

Margherita Palli , che inventa  una struttura fissa lignea, quasi un rimando shakesperiano, sulla quale con teli, fondali, sagome, proiezioni, si connotano i vari momenti del racconto.

Impossibile elencare l’infinita tavolozza di rimandi, dai caratteri goticheggianti alla Leni Riefenstahl alle strade che profumano di ‘Koyaanisqatsi’, dalle maschere di Ensor ai sacchi di Burri, da Andy Warhol  a Magritte, in un gioco di piani interpretativi che affascina chi ha la fortuna di coglierli.

Rivedendo lo spettacolo ,emerge potentemente  l’enorme lavoro fatto dalla coreografa Valentina Escobar.

L’apporto delle danze alla riuscita della serata è fondamentale, non solo dal punto di vista visivo, ma come strumento narrativo. Tratteggiano il clima, raccontano le tensioni, l’atteggiamento superficiale di chi non vuole vedere, suggeriscono il senso della prigionia degli animi, trovano nei movimenti il modo per parlare di cinismo, spietatezza, routine e mancanza di sensibilità.

La simbiosi con il lavoro del regista è magica e la coerenza dell’insieme visivo narrativo da solo vale il biglietto dello spettacolo.

Poi ci sono gli aspetti musicali.

Certamente sotto la lente d’ingrandimento il lavoro del direttore Beatrice Venezi.

Diciamo subito che non abbiamo nessuna intensione di entrare nelle polemiche preventive, nello schieramento dei pro e dei contro a priori.

Su questo abbiamo già scritto. Riassumendo per noi la Venezi è una musicista che va ascoltata; il suo lavoro, ma non la sua persona, va valutato; se secondo noi dirige bene bisogna avere il coraggio di scriverlo anche se arriveranno gli improperi dei suoi detrattori, che forse non l’hanno neanche mai assistito ad una sua direzione; se ci pare che diriga male  dobbiamo scriverlo e rischiare l’insulto dai fan. Anche di quelli che in teatro si fanno sentire troppo e fuori tempo, suscitando un inevitabile fastidio negli altri, come è accaduto domenica scorsa al Verdi.

Ma parliamo di musica. Non di altro. Perché noi siamo pubblico. Che paga un biglietto e che vuole ascoltare  uno spettacolo. Siamo entrati in platea, non in una cabina elettorale. Non amiamo il giudizio preventivo. Condanniamo  la censura. Detestiamo i cartelloni fatti  senza tener conto dei pareri di chi va a teatro. Non ci piacciono né le lapidazioni, né i peana. 

A noi la direzione della Venezi ha convinto.

La partitura non è semplice, i ritmi sono impegnativi, l’apparato compositivo corre veloce nella storia della musica ed il cambio di registri è frequente. Tutti ostacoli superati .

Non bastasse ci sono state moltissime modifiche di cast ed anche la soluzione trovata, di fatto, consegna tre soluzioni differenti di compagnini di cantanti, fatto sicuramente non semplice da gestire.

Il suono era preciso, asciutto, come doveva essere.

Alcune atmosfere apparivano giustamente taglienti, in altre c’era una trasporto emozionale intenso.

Qualcuno ha trovato il volume sovrabbondante, ma non rientrano in questa cerchia, soprattutto dopo aver ascoltato l’ultima replica, nella quale nessuna voce è stata mai coperta, a differenza di quella con il secondo cast nella quale alcuni passaggi di specifici cantanti si sono persi. Ma non credo che si vogliano imputare alla direzione anche i cali di voce, probabilmente legati all’emozione del debutto oppure al clima gelido della bellissima Trieste.

Ci sono stati momenti che abbiamo trovato risolti musicalmente con autentica bravura: pensiamo ai pezzi d’insieme ad all’ottetto in particolare; all’asciutta eleganza dell’arrivo dell’uragano, nel quale pareva che l’intera orchestra trattenesse il fiato, affidando la tensione dell’attesa alle note purissime; alle grandi pagine corali, dal respiro sinfonico, sontuose e mai sopra le righe, nonostante l’opulenza del suono.

Ci piace anche sottolineare che non abbiamo registrato cedimenti narrativi, sfasamenti strumentali, cali di tensione.

Abbiamo seguito con attenzione sia il gesto che gli attacchi. Il primo era certamente funzionale. Un po’ legnoso , ma attento. I secondi erano puntuali. I cantanti seguivano con continuità il direttore, che era attento ad ogni entrata e li sapeva sostenere  con mano sicura.

Detto questo non possiamo non rimarcare che queste due osservazioni, in particolare la prima,  sono un eccesso, nel senso che pensiamo che ogni Maestro abbia diritto al gesto che lo rappresenta, se il risultato finale è riuscito. 

Che senso ha confrontare i modi di uno con quelli dell’altro? Per quel che abbiamo visto in mezzo secolo di teatro, nessuno  dei direttori aveva  nel gesto della mano la magia di Gavazzeni, capace di accarezzare le note prima che prendessero forma; nessuno gli eccessi di Oren; molti erano sbrigativi nei modi come, secondo noi, Nello Santi; altri ferini e stiamo pensando a de Fabritiis. Nessuno di questi nomi ci pare sia stato posto alla graticola come la Signora Venezi, né ci auguriamo che se ne vogliano occultare i meriti.

A noi, siccome non parliamo di  coreuti, è sempre importato quello che sentivamo. Nel caso specifico un’opera ben diretta.

Tutto il resto, ci pare, è altro dalla Musica.

Oltretutto abbiamo respirato un bel clima, una evidente intesa fra podio e palcoscenico, con il direttore che alla fine cede la scena  ad un musicista che suonava l’ultima replica prima di andare in pensione.

L’educazione e l’empatia non sono doti musicali, ma ci piace registrare entrambe. Anche perché non sono comuni e certamente sono state spesso assenti  in questo accalorato scontro, che avrebbe dovuto essere un dialogo ed invece non lo è stato, ma non a causa della Venezi, ma di chi ha gestito malissimo tutta la vicenda.

Molto buona la prova dell’Orchestra e del Coro del Teatro Verdi, in forma smagliante e decisamente convincente l’apporto del  coro, diretto da Paolo Longo.

Passiamo quindi agli interpreti, cominciando da due nomi che sono sfuggiti al manifesto: Francesca Palmentieri ed Adele d’Aronzo.

La prima, componente del coro, interpretava Eine Frauenstimme . una particina minima, con una entrata  mentre si svolgeva il combattimento di boxe, che prevedeva, però, un do sovracuto a freddo che è stato magnificamente eseguito. 

La seconda ha accompagnato al piano, sul palcoscenico, un momento dello spettacolo, dimostrando ancora una volta il suo già riconosciuto talento.

Giacomo Segulia è stato un corretto narratore. La voce, amplificata dall’uso di un megafono era centrata e l’uso dell’italiano un vero dono per seguire la storia.

Sempre in ruolo le cantanti  della nutrita schiera delle ragazze: Tatiana Previati, Atefeh Kadkhodazedeh, Veronica Foia, Federica Giansanti, Elena Serra e Stefania Seculin.

Joe era Niall Anderson, che ci ha colpito soprattutto dal punto di vista interpretativo.

Bill è Marcello Rosiello, che ha offerto una prova vocale sicura, grazie ad uno strumento solido, ricco per colori e potenza. Scenicamente l’interprete è sicuro ed affidabile, ma queste doti sono sue da sempre.

Si conferma appropriato nel ruolo, sia scenicamente che vocalmente, Nicola Pamio.

Tutti questi interpreti hanno cantato in tutte le sei repliche.

Maria Belen Rivarola, soprano emergente dell’opera argentina, era al suo debutto europeo. Ha  cantato correttamente la non semplice parte di  Jenny, che a noi, comunque, non è sembrato il repertorio più adatto per la sua voce, ricca di sfumature e  dal suono elegante. 

Ivan Tursic e Zoltan Nagy  sono funzionali ai ruoli di Fatty e Moses.

Uomini vissuti, cinici, calcolatori. Ci era piaciuta di più, per il ruolo di Fatty, la lettura vocalmente esuberante del giovane Nicolas Resinelli, ma l’esperienza di Tursic consegna una figura completa e plausibile.

Rimangono due colonne dello spettacolo: Alisa Kosolova e Cristiano Olivieri.

La Kosolova ha una voce sontuosa, per colori, accenti, volume.

La sua Begbick è l’autentico centro della partitura ed il suo strumento  , così ricco e così importante,  riscrive gli equilibri sonori dell’intero cast.

Una prova vocalmente  maiuscola, impreziosita da toni bruni di grande bellezza, acuti possenti senza essere mai esibizione compiaciuta ed una interpretazione personale, potente, cattiva, volutamente priva di umanità.

Una grande interprete che speriamo di poter riascoltare presto e che è stato un regalo avere in questo ruolo.

 

Di  Cristiano Olivieri, Jim, avevamo scritto in occasione dello scorso spettacolo, ma non possiamo sottrarci dallo scrivere anche di questa seconda occasione di ascolto, che secondo noi è stata addirittura superiore sia per gli aspetti musicali che per quelli interpretativi.

Il tenore ha tenuto perfettamente testa alla grande prova della Kosolova, ha cantato con sicurezza una parte decisamente ardita, giocata spesso sull’ottava superiore, ma soprattutto ha trovato accenti preziosi, potenti, mai scontati, per narrare la storia del boscaiolo attorno cui si dipana la storia.

Il canto, pur complesso, è solo una parte e non la determinante nella costruzione di questo ruolo ed Olivieri ha cesellato ogni passaggio, trovato nella tavolozza della vita i giusti toni, le espressioni più autentiche. Ha saputo spesso sottrarsi alla confusione della città del godimento, per regalarci grumi di sofferenza interiore cuciti con il filo della delusione, emozionandoci con lo sguardo che vagava nel nulla, con suoni graffiati di vita, con una estensione sontuosamente al servizio del racconto.

Ci pare che i teatri  abbiano etichettato questo cantante, che come lussuosa presenza fra i comprimari, qualifica che pesa come una categorizzazione dalla quale in Italia pare non si riesca più ad uscire.

Noi abbiamo avuto la sensazione di aver ascoltato un autentico Artista, capace di un canto pregno di poesia e che meriterebbe maggior attenzione, soprattutto nel repertorio contemporaneo, nel quale il canto non basta. Naturalmente l’opinione entusiastica a qualcuno sembrerà eccessiva. Perché non tutti, quando di parla di interpretazione, di immedesimazione, di capacità di lettura di un ruolo, hanno le stesse visioni.  Ma per fortuna le parole del recensore sono il racconto di sensazioni, non giudizi universali.

Alla fine tanti applausi per tutti dalla sala gremita anche da moltissimi giovani, con grandi ovazioni per Kosolova e Venezi.

Decisamente un successo, non così facilmente prevedibile e certamente non scontato

 

Gianluca Macovez

9 febbraio 2026

 

informazioni

Trieste, Teatro Verdi, 8 febbraio 2026

 

 

 

AUFSTIEG UND FALL DER STADT MAHAGONNY

(Ascesa e caduta della città di Mahagonny)

 

Musica di Kurt Weill

Libretto di Bertold Brecht

 

Maestro Concertatore e Direttore BEATRICE VENEZI

Regia HENNING BROCKHAUS

Scene MARGHERITA PALLI

Costumi GIANCARLO COLIS

Luci PASQUALE MARI

Coreografia VALENTINA ESCOBAR

Allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Regio di Parma e Fondazione i Teatri di Reggio Emilia

 

Personaggi e interpreti

Leokadja Begbick ALISA KOLOSOVA

Fatty, der “Prokurist” IVAN TURSIC

Dreieinigkeitsmoses ZOLTAN NAGY

Jenny Hill MARIA BELEN RIVAROLA

Jim Mahoney CRISTIANO OLIVIERI

Jack O’Brien / Tobby Higgins NICOLA PAMIO

Bill, detto Sparbüchsenbill MARCELLO ROSIELLO

Joe, detto Alaskawolfjoe NIALL ANDERSON

Il narratore GIACOMO SEGULIA

Ragazze di Mahagonny TATIANA PREVIATI

ATEFEH KADKHODAZADEH

VERONIKA FOIA

FEDERICA GIANSANTI

ELENA SERRA

STEFANIA SECULIN

 

 

Maestro del Coro PAOLO LONGO

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

 

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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