Domenica, 15 Marzo 2026
$ £

Elisaveta Shuvalova esordisce ad Udine in ‘La Vedova Allegra’

Recensione dello spettacolo di Lehar al  Teatro ‘Giovanni da Udine’, inserito nella Stagione Opera, Operetta e Danza

 

Nell’ultima domenica di Carnevale il ‘Giovanni da Udine’ ha ospitato un riuscito allestimento di ‘La Vedova Allegra’.

Diciamo subito che lo spettacolo è stato una scommessa vinta per la direttrice artistica Fiorenza Cedolins, che ha brillato anche per garbo ed eleganza: normalmente siede al centro della platea, quasi a mettere la faccia per ciascuno degli spettacoli che propone. In questo caso ha optato per dei posti meno evidenti, in maniera da non essere vista, se non negli intervalli: un gesto nobile nei confronti della protagonista, Elizaveta Shuvalova, che debuttava in una parte che aveva visto il soprano friulano trionfare in moltissimi allestimenti, alcuni celeberrimi anche perché trasmessi in televisione.

Nessun paragone, nessun confronto ed è bene così.

Certamente lo sforzo produttivo della Compagnia Artescenica è stato notevole: uno spettacolo piacevolissimo, che nulla ha a che fare con le operette dagli allestimenti raccogliticci che troppo spesso popolano le sale teatrali.

Vero che il genere è oneroso, che servono cantanti, attori, ballerini, costumi, ma quanto visto ad Udine dimostra che si può fare una buona operetta senza dissanguarsi economicamente, senza scivolare nel triviale, senza profumare di miseria.

Efficace l’allestimento scenico: una struttura costruita fissa, ben articolata, firmata da Gabriele Sassi, sulla quale si inserivano dei fondali dipinti, una vetrata, l’insegna di Chez Maxime. Finalmente nessuna proiezione, nessun fondale di  plastica, niente palcoscenico vuoto: insomma uno spettacolo che pare raccogliere il testimone del Festival dell’Operetta degli anni d’oro. Funzionali le luci di Marco Ogliosi.

Eleganti,  pur con alcuni slanci cromatici che non abbiamo del tutto capito, ricchi nei panneggi e nei ricami e magnificamente costruiti i costumi che portano la firma di Artemio Cabassi. La dimostrazione di come con un bottone messo nel posto giusto si riesca a pastellare il carattere di un personaggio, come  accade  ad esempio per l’impertinente asola che  rende magnificamente goffo, senza farne un pagliaccio, il Niegus di Alessandro Brachetti, capace di recitare da grande caratteristica, cantare con voce appropriata e contemporaneamente firmare l’ottima regia dello spettacolo, ben ritmato, avvincente e ricco di momenti divertenti, mai scontati e mai banali.

Il testo è stato riscritto, meglio dire adattato , da Silvia Felisetti, che oltre a proporre simpatici calembour, garbate attualizzazioni, simpatici equivoci che riescono a far ridere senza essere mai battutacce da avanspettacolo, è una pirotecnica Olga, dall’espressività vivace  e brillante, che si muove con perizia e che quando intona i suoi pezzi riesce a dimostrarsi cantante credibile e preparata.

Musicalmente importante sia la presenza di una orchestra e di un coro dal vivo, rispettivamente  l’Orchestra Sinfonica delle Terre Verdiane ed il Coro dell’Opera di Parma, che hanno reso merito alla partitura , grazie alla direzione sicura di Stefano Giaroli, deus ex machina di questa storica compagnia che negli anni è andata qualitativamente crescendo e che pare aver assunto il compito importante di mantenere realmente vivo un genere amatissimo, come testimonia il sold out udinese, che premia oltretutto le scelte del teatro del capoluogo friulano.

Il corpo di ballo Novecento esegue con professionalità le coreografie di Silvia Caprini, che devono scontrarsi con gli spazi non sempre agevoli, che certamente non permettono né grandi invenzioni ginniche, né linee ariose.

Francesco Mei interpretava un vecchio Capitano Kromov, con acciacchi di ogni tipo: la mano che trema, la gamba di legno, la voce tremula, lo sguardo nel vuoto. Grandi tempi comici, controllo assoluto del corpo, verve scenica di livello, ha confezionato  un bozzetto che diverte e non supera mai il limite del buon gusto. Stefano Orsini è un aristocratico Raul de St- Brioche, dalla voce intonata, soprattutto nella scena della festa a casa della Glavary e dalla figura statuaria. Danilo Formaggia è un tenore che nella caratterizzazione dei personaggi d’operetta sembra aver trovato il suo terreno d’adozione. Il suo Camillo è certamente buffo, ama ‘tenoreggiare’ ma per descrivere il carattere di questo ‘tombeur de femmes’ , mostrando vocalità  piena,  con un buon centro,  acuti che  svettano al servizio della costruzione del ruolo, che esce nel suo giusto peso.

Fulvio Massa è artista dalla lunghissima carriera e cesella un Barone Zeta di grande spessore. Una recitazione solida, con un uso del diaframma esemplare anche quando parla; una prestanza scenica importante,  che può contare su un fisico elegante ed armonico ed una gestualità attenta; una mimica appropriata, giocata su più registri; una vocalità appropriata e piacevole,  lo rendono , giustamente, figura centrale della narrazione.

La Valencienne di Scilla Cristiano è donna decisa, anche grazie ad una voce meno leggera di quella della soubrette cui normalmente viene affidata. Si muove bene scenicamente e musicalmente e supera con abilità le difficoltà del ruolo, confermandosi una autentica esperta del genere.

Rimane la coppia degli innamorati: Antonio Colamorea ed Elizaveta Shuvalova. Entrambi assolvono la parte con buon mezzi vocali e sono molto apprezzati dal pubblico. Lui ogni tanto forza, soprattutto sugli acuti, che non sempre sono inappuntabili, ma è capace di pagine decisamente interessanti, che mostrano una tavolozza ricca ed uno strumento dalle buone potenzialità. Lei dovrebbe lavorare sui filati e calibrare meglio il peso della voce ma in questo non è aiutata dall’amplificazione, che è una delle criticità dello spettacolo.

Esordire un ruolo non è semplice ed ancor più se il personaggio è così complesso. Certamente puntare su Elisaveta Shuvalova è stata un’ottima idea ed il soprano ha superato la prova, grazie ad uno strumento tecnico appropriato, una figura elegante, una dizione perfetta , una voce ricca  di sfumature, che certamente la porterà una carriera importante. La sua Hanna a noi, però, è apparsa più una giovane rancorosa che una signora che aveva  bisogno di sanare le ferite di una vita ingrata. Troppo giovane e bella, parrebbe, per cogliere la struggente malinconia di ‘Vilja’. Più attenta alle tappe di una vendetta preordinata che riflessiva su cosa sia l’amore. Ci è sembrata una lettura moderna, attuale, ma in questo modo ha perso di allure e suggestione

Non un difetto, ma una scelta interpretativa, probabilmente registica, che noi non abbiamo condiviso.

Ma visto gli applausi copiosi, le chiamate al proscenio, i ‘bravo’ gridati dal pubblico,  pensiamo di essere stati fra i pochi a pensarla così.

 

Gianluca Macovez

17 febbraio 2026

 

informazioni

Udine, Teatro Giovanni da Udine, 15 febbraio 2026.

LA VEDOVA ALLEGRA

libretto Victor Léon e Leo Stein

musica Franz Lehár

Hanna Glavary   Elizaveta Shuvalova

Danilo Danilovich  Antonio Colamorea

Niegus  Alessandro Brachetti

Valencienne  Scilla Cristiano

Camillo de Rossillon  Danilo Formaggia

Barone Zeta   Fulvio Massa

Olga Kromov  Silvia Felisetti

Capitano Kromov  Francesco Mei

Raoul de St-Brioche  Stefano Orsini

Corpo di Ballo Novecento

coreografie di Salvatore Loritto

Coro dell’Opera di Parma

Orchestra Sinfonica delle Terre Verdiane

direttore Stefano Giaroli

costumi Artemio Cabassi

scenografie Gabriele Sassi

realizzati da Arte Scenica Reggio Emilia

luci Marco Ogliosi

coordinamento musicale Antonio Braidi

regia Alessandro Brachetti

produzione Arte Scenica

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per scoprire gli sconti sugli spettacoli teatrali riservati ai nostri lettori

Search