Recensione dello spettacolo di Lehar al Teatro ‘Giovanni da Udine’, inserito nella Stagione Opera, Operetta e Danza
Nell’ultima domenica di Carnevale il ‘Giovanni da Udine’ ha ospitato un riuscito allestimento di ‘La Vedova Allegra’.
Diciamo subito che lo spettacolo è stato una scommessa vinta per la direttrice artistica Fiorenza Cedolins, che ha brillato anche per garbo ed eleganza: normalmente siede al centro della platea, quasi a mettere la faccia per ciascuno degli spettacoli che propone. In questo caso ha optato per dei posti meno evidenti, in maniera da non essere vista, se non negli intervalli: un gesto nobile nei confronti della protagonista, Elizaveta Shuvalova, che debuttava in una parte che aveva visto il soprano friulano trionfare in moltissimi allestimenti, alcuni celeberrimi anche perché trasmessi in televisione.
Nessun paragone, nessun confronto ed è bene così.
Certamente lo sforzo produttivo della Compagnia Artescenica è stato notevole: uno spettacolo piacevolissimo, che nulla ha a che fare con le operette dagli allestimenti raccogliticci che troppo spesso popolano le sale teatrali.
Vero che il genere è oneroso, che servono cantanti, attori, ballerini, costumi, ma quanto visto ad Udine dimostra che si può fare una buona operetta senza dissanguarsi economicamente, senza scivolare nel triviale, senza profumare di miseria.
Efficace l’allestimento scenico: una struttura costruita fissa, ben articolata, firmata da Gabriele Sassi, sulla quale si inserivano dei fondali dipinti, una vetrata, l’insegna di Chez Maxime. Finalmente nessuna proiezione, nessun fondale di plastica, niente palcoscenico vuoto: insomma uno spettacolo che pare raccogliere il testimone del Festival dell’Operetta degli anni d’oro. Funzionali le luci di Marco Ogliosi.
Eleganti, pur con alcuni slanci cromatici che non abbiamo del tutto capito, ricchi nei panneggi e nei ricami e magnificamente costruiti i costumi che portano la firma di Artemio Cabassi. La dimostrazione di come con un bottone messo nel posto giusto si riesca a pastellare il carattere di un personaggio, come accade ad esempio per l’impertinente asola che rende magnificamente goffo, senza farne un pagliaccio, il Niegus di Alessandro Brachetti, capace di recitare da grande caratteristica, cantare con voce appropriata e contemporaneamente firmare l’ottima regia dello spettacolo, ben ritmato, avvincente e ricco di momenti divertenti, mai scontati e mai banali.
Il testo è stato riscritto, meglio dire adattato , da Silvia Felisetti, che oltre a proporre simpatici calembour, garbate attualizzazioni, simpatici equivoci che riescono a far ridere senza essere mai battutacce da avanspettacolo, è una pirotecnica Olga, dall’espressività vivace e brillante, che si muove con perizia e che quando intona i suoi pezzi riesce a dimostrarsi cantante credibile e preparata.
Musicalmente importante sia la presenza di una orchestra e di un coro dal vivo, rispettivamente l’Orchestra Sinfonica delle Terre Verdiane ed il Coro dell’Opera di Parma, che hanno reso merito alla partitura , grazie alla direzione sicura di Stefano Giaroli, deus ex machina di questa storica compagnia che negli anni è andata qualitativamente crescendo e che pare aver assunto il compito importante di mantenere realmente vivo un genere amatissimo, come testimonia il sold out udinese, che premia oltretutto le scelte del teatro del capoluogo friulano.
Il corpo di ballo Novecento esegue con professionalità le coreografie di Silvia Caprini, che devono scontrarsi con gli spazi non sempre agevoli, che certamente non permettono né grandi invenzioni ginniche, né linee ariose.
Francesco Mei interpretava un vecchio Capitano Kromov, con acciacchi di ogni tipo: la mano che trema, la gamba di legno, la voce tremula, lo sguardo nel vuoto. Grandi tempi comici, controllo assoluto del corpo, verve scenica di livello, ha confezionato un bozzetto che diverte e non supera mai il limite del buon gusto. Stefano Orsini è un aristocratico Raul de St- Brioche, dalla voce intonata, soprattutto nella scena della festa a casa della Glavary e dalla figura statuaria. Danilo Formaggia è un tenore che nella caratterizzazione dei personaggi d’operetta sembra aver trovato il suo terreno d’adozione. Il suo Camillo è certamente buffo, ama ‘tenoreggiare’ ma per descrivere il carattere di questo ‘tombeur de femmes’ , mostrando vocalità piena, con un buon centro, acuti che svettano al servizio della costruzione del ruolo, che esce nel suo giusto peso.
Fulvio Massa è artista dalla lunghissima carriera e cesella un Barone Zeta di grande spessore. Una recitazione solida, con un uso del diaframma esemplare anche quando parla; una prestanza scenica importante, che può contare su un fisico elegante ed armonico ed una gestualità attenta; una mimica appropriata, giocata su più registri; una vocalità appropriata e piacevole, lo rendono , giustamente, figura centrale della narrazione.
La Valencienne di Scilla Cristiano è donna decisa, anche grazie ad una voce meno leggera di quella della soubrette cui normalmente viene affidata. Si muove bene scenicamente e musicalmente e supera con abilità le difficoltà del ruolo, confermandosi una autentica esperta del genere.
Rimane la coppia degli innamorati: Antonio Colamorea ed Elizaveta Shuvalova. Entrambi assolvono la parte con buon mezzi vocali e sono molto apprezzati dal pubblico. Lui ogni tanto forza, soprattutto sugli acuti, che non sempre sono inappuntabili, ma è capace di pagine decisamente interessanti, che mostrano una tavolozza ricca ed uno strumento dalle buone potenzialità. Lei dovrebbe lavorare sui filati e calibrare meglio il peso della voce ma in questo non è aiutata dall’amplificazione, che è una delle criticità dello spettacolo.
Esordire un ruolo non è semplice ed ancor più se il personaggio è così complesso. Certamente puntare su Elisaveta Shuvalova è stata un’ottima idea ed il soprano ha superato la prova, grazie ad uno strumento tecnico appropriato, una figura elegante, una dizione perfetta , una voce ricca di sfumature, che certamente la porterà una carriera importante. La sua Hanna a noi, però, è apparsa più una giovane rancorosa che una signora che aveva bisogno di sanare le ferite di una vita ingrata. Troppo giovane e bella, parrebbe, per cogliere la struggente malinconia di ‘Vilja’. Più attenta alle tappe di una vendetta preordinata che riflessiva su cosa sia l’amore. Ci è sembrata una lettura moderna, attuale, ma in questo modo ha perso di allure e suggestione
Non un difetto, ma una scelta interpretativa, probabilmente registica, che noi non abbiamo condiviso.
Ma visto gli applausi copiosi, le chiamate al proscenio, i ‘bravo’ gridati dal pubblico, pensiamo di essere stati fra i pochi a pensarla così.
Gianluca Macovez
17 febbraio 2026
informazioni
Udine, Teatro Giovanni da Udine, 15 febbraio 2026.
LA VEDOVA ALLEGRA
libretto Victor Léon e Leo Stein
musica Franz Lehár
Hanna Glavary Elizaveta Shuvalova
Danilo Danilovich Antonio Colamorea
Niegus Alessandro Brachetti
Valencienne Scilla Cristiano
Camillo de Rossillon Danilo Formaggia
Barone Zeta Fulvio Massa
Olga Kromov Silvia Felisetti
Capitano Kromov Francesco Mei
Raoul de St-Brioche Stefano Orsini
Corpo di Ballo Novecento
coreografie di Salvatore Loritto
Coro dell’Opera di Parma
Orchestra Sinfonica delle Terre Verdiane
direttore Stefano Giaroli
costumi Artemio Cabassi
scenografie Gabriele Sassi
realizzati da Arte Scenica Reggio Emilia
luci Marco Ogliosi
coordinamento musicale Antonio Braidi
regia Alessandro Brachetti
produzione Arte Scenica


