Recensione dello Spettacolo Titoli di Testa presso il Teatro Vittoria di Roma dal 17 al 22 febbraio 2026
Un leggio, un grande schermo, una sedia: tanto basta a Francesca Reggiani che, sul palco del Teatro Vittoria di Roma, porta tutto il resto. Con verve e indiscussa capacità comica, la Reggiani intrattiene il pubblico per circa due ore, lo diverte (e si diverte), fa ridere “fino alle lacrime”. Titoli di testa, in scena tutte le sere dal 17 al 22 febbraio, è la fotografia iperrealistica di uno spaccato storico, culturale, politico, economico e sociale contemporaneo che viene rappresentato con lucida e amara ironia, passando in rassegna con chiave comica le storpiature, i difetti, i vizi, le contraddizioni di un’epoca che, da destra a sinistra, dal privato al pubblico, dal nazionale al globale “mai come in questo momento supera, surclassa e doppia la più sfrenata fantasia”.
Una stand up comedy in cui Francesca Reggiani si destreggia come una mattatrice tra monologhi e imitazioni, vestendo di ogni situazione e di ogni personalità, in maniera credibile e divertente, i caratteri più caricaturali e clamorosamente dissonanti: da Giorgia Meloni, che, con il caschetto biondo platino e il tipico accento romano, introduce lo spettacolo avvolta nella luce di uno psichedelico tricolore proiettato alle sue spalle e torna più volte in scena come cavallo di battaglia (una tra tutte la dissacrante ed esilarante parodia della proclamazione di Giuli e del suo discorso di insediamento come Ministro della Cultura); a Bianca Berlinguer, cresciuta a pane e comunismo eppure ormai immersa nella luce folgorante dei “nuovi” studi Mediaset, perché in fin dei conti “sin da bambina sognava il Gabibbo e le veline”; a Federica Sciarelli, a cui Francesca Reggiani affida le cronache, gli intrecci e gli intrighi di “’Ndo L’hai Visto?”; a Elli Schlein, che appare in una esilarante doppia intervista con la Presidente del Consiglio; alla sbiascicante Patti Pravo e al suo rapporto con il lifting, che offre il pretesto per approfondire il trend inarrestabile della chirurgia plastica (soprattutto quella femminile, perché, nel mercato dei prodotti usa e getta, il corpo della donna, oggettificato e ipersessualizzato ancora oggi, “ha una scadenza ben precisa”); e finanche ad Alessandro Borghese, lo chef mediatico del “lusso della semplicità in cucina”.
Con la complicità del pubblico, che la Reggiani dirige come un’esperta direttrice d’orchestra, lo spettacolo va avanti, per ossimori e dualismi: l’era dell’”all you can eat”, dei cooking shows, dell’impiattamento perfetto e dell’uso di ingredienti sofisticati ed esotici come elisir di lunga vita (primi tra tutti gli indispensabili zenzero e curcuma), che ha fatto di Borghese uno dei conduttori televisivi più seguiti e di Cannavacciuolo un eroe, è anche l’epoca in cui oltre l’80% della popolazione mondiale soffre la fame, una delle armi di guerra più subdole e letali; l’epoca della ricerca spasmodica del piacere personale è anche quella della morbosa assuefazione al dolore degli altri, della spettacolarizzazione della morte, dell’infotainment della cronaca nera e delle tragedie; l’epoca dove l’immagine è tutto eppure uno dei programmi televisivi più longevi si basa proprio sulle sparizioni; l’era del capitalismo dove però i soldi sono scomparsi, della soddisfazione di bisogni indotti e dell’acquisto frenetico e immediato dell’oggetto del desiderio, dove però fioccano triscount e ipertriscount e il numero di negozi fisici e botteghe che chiudono è sempre più alto, mentre il passatempo preferito diventa una passeggiata in un centro commerciale, dove tutto è funzionale all’acquisto e il tempo libero è condizionato e incanalato; l’epoca dell’inverno demografico, con un livello di natalità ai minimi storici e un elevato indice di vecchiaia, eppure anche della società dell’edonismo, ossessionata dall’antiaging, dall’happyaging, dal biohacking, dal mito dell’eterna giovinezza, che confonde e sdogana, soprattutto nell’uomo, il desiderio e il diritto alla rinascita, a qualsiasi età; l’epoca in cui l’autoaffermazione di un uomo ancora entra in conflitto con l’affermazione femminile, sociale e personale, e l’intelligenza dialettica e la perspicacia di una donna possono generare disagio mentre l’interesse e il dialogo sono immediatamente catalogabili come reati di stalking: “amiche single, rimanete zitte, almeno per il primo mese di frequentazione. Voi annuite, mugolate al massimo”; dove il livello di istruzione della classe politica si ferma, a volte, addirittura al diploma, mentre dietro un bancone di un bar è possibile e probabile incontrare un laureato in biologia o archeologia o ingegneria o lettere; l’era dell’intelligenza artificiale e della deficienza naturale, dove l’informazione diventa notizia e la fruizione è sempre più veloce e superficiale, il tempo di un tweet o di un reel, e non si arriva a leggere oltre “i titoli di testa”, persino nei rapporti umani. La comicità di Francesca Reggiani è diretta, dissacrante e graffiante perché è allo stesso tempo un atto civile, un’azione politica, una possibilità di redenzione, attraverso l’ironia, che offre al pubblico. Ridere significa, in fin dei conti, avere ancora la sensibilità di una coscienza, riconoscere la fallibilità del sistema e quindi, forse, poter contare ancora sulla speranza del cambiamento verso un mondo migliore: finché c’è satira, c’è speranza.
Francesca Sposaro
20 febbraio 2026
informazioni
Titoli di testa
con Francesca Reggiani
scritto da Gianluca Giugliarelli, Valter Lupo, Francesca Reggiani con Nicola Capogna e Enrica Accascina
trucchi speciali Adriano Carboni
foto di Andrea Sabatello
produzione LML GROUP