Recensione della prima compagnia de ‘Il Trovatore’ al teatro Verdi di Trieste.
Al Verdi di Trieste va in scena ‘Il Trovatore’.
Diciamo subito che è un grande successo di botteghino, tanti stranieri nel pubblico, molti applausi ed anche parecchie ovazioni.
Operazione riuscita se si puntava al consenso e se si voleva attirare l’attenzione nazionale sul teatro giuliano, perché il cast allineato è decisamente importante.
Come tristemente prevedibile anche in questo caso, come nel titolo precedente, la locandina ha subito diversi cambi: sostituito il direttore, cambiato il tenore della seconda compagnia, passato Park in prima compagnia per sostituire il collega che ha dato forfait e chiamato un altro baritono per completare le recite.
Pare che queste situazioni stiano diventando il costume del teatro d’opera contemporaneo.
Parlare di questo allestimento per noi è particolarmente difficile.
Ancora una volta sottolineiamo che il ruolo del recensore è raccontare quello che pensa dello spettacolo, che il suo è un parere, frutto di studi, di conoscenze, anche di scoperte.
Ma ovviamente non è la verità assoluta. Perché in Arte la verità assoluta non esiste.
Diciamo anche che chi scrive ha avuto l’emozione di scoprire in alcune raccolte private molti bozzetti e studi dei Bertoja ( gli scenografi preferiti del compositore di Bussetto, con cui lavoravano fianco a fianco in un continuo scambio di opinioni) e quindi ha una qualche idea di cosa volesse, almeno cromaticamente, il Maestro Verdi per questo lavoro.
Ovviamente rimane un’impressione personale, un parere.
Che non vale più di quello del regista, dello scenografo, del costumista. Anzi.
Quindi apriamo l’articolo al contrario, dicendo che alla fine tutti hanno ricevuto tanti applausi, tanti consensi da una sala sold out. Quindi un trionfo.
Poi chiariamo che tutti avevano le note necessarie , le hanno esibite, alcuni con maggior sicurezza, altri con maggior oculatezza, ma l’aspetto atletico è stato risolto alla grande e questo è già un motivo per andare ad ascoltare una delle recite. A noi verrebbe da consigliare quella di Udine, che chiude le rappresentazioni e forse, per questo, darà a tutti il tempo di un numero congruo di prove ed una maggior tranquillità esecutiva.
Vocalmente tutti i comprimari sono all’altezza: Daniele Cusari rende la parte del vecchio zingaro con mezzi appropriati; Alessandro Di Domenico è un messo dalla figura elegante ed una resa vocale sicura ; Andrea Binetti è un atletico Ruiz ; Erika Zulikha Benato canta bene la parte di Ines, mettendo in evidenza uno strumento dal suono potente, sicuro, in grado di reggere al fianco di Anna Pirozzi.
Prima di andare avanti con la disanima delle voci, vanno fatte delle precisazioni.
‘Il Trovatore’ è opera difficilissima. Perché è una sequenza di brani complessi, su una trama bislacca. Perché le tante arie sono popolarissime, ma spesso vengono eseguite in concerto, estrapolate dal contesto.
Fondamentale quindi lavorare su trama a resa orchestrale per fare in modo che lo spettacolo non sia una compilation di momenti musicali, ma una storia. Che peraltro per Verdi era ricchissima di sfumature, di colori, di spunti.
Riaffermata la premessa che visto il riscontro potrebbe essere che non abbiamo capito lo spettacolo per una nostra mancanza , per una deficienza di metodo, perché non abbiamo la necessaria profondità d’animo, a nostro parere lo spettacolo registicamente ha completamente fallito l’obiettivo ed ha reso ancor più complesso il lavoro degli interpreti.
Una storia ambientata in una dimensione atemporale, sostanzialmente dall’impianto fisso, perché un pannello trasparente incernierato , una specie di parete che scende di taglio e divide in due il palcoscenico oppure un fondalino che sale facendo apparire dei rovi non possiamo chiamarli veri cambi di scena.
Tutto generico. Tanto che certi momenti parevano adatti per il ‘Macbeth’, altri sarebbero stati di grande suggestione per ‘ Norma’.
Quali fossero gli attimi giusti per ‘Il Trovatore’ non sapremmo dire. Ne’ abbiamo avuto aiuto dalle note di regia stampate sul libretto.
La recitazione era piuttosto generica, con alcune eccezioni, come se i cantanti avessero scelto di concentrarsi sulla vocalità.
Oppure avessero avuto poco tempo per assimilare la visione del regista. Sempre che una visione plausibile ci fosse.
Noi non abbiamo trovato il capo per dipanare la vicenda ideata dal regista Luis Desirè.
Tanti simboli, neanche Trovatore fosse diventato Ibsen, ma molti incomprensibili.
Il fuoco è diventato un velo rosso, che avvolge ora uno, ora l’altro personaggio; Azucena chiude l’opera come una donna velata in rosso, visione un po’ mistica, un po’ sacrale. Che per una che vive di vendetta e brucia per sbaglio il figlio, non c’è male.
Nel corso della vicenda ci sono momenti anche sensuali. Solo che non fanno capo all’irruenza giovanile di Manrico, ma a dei nerboruti giovani che si muovono ancheggiando come odalische un po’ sfacciate.
Il coro canta ‘Or co’ dadi, ma fra poco’ vestito in bretelle e cappello a busta. Forse voleva essere una, comunque incomprensibile, citazione della Spagna franchista ma, visto come si muovevano i mimi, faceva più concerto dei Village People.
Ferrando vede ‘illustrata’ ‘ Di due figli vivea padre beato’ da un trio che dovrebbe simboleggiare i due gemelli e la madre, ma sembra un mix fra gli Addams e Frankenstein junior, con un effetto grottesco se non farsesco. Nel frattempo, non certo a chiarire la situazione, un fascinoso mimo dalle chiome fluenti si muoveva sensuale fra i componenti del coro del teatro Verdi, diretto dal Maestro Paolo Longo, che assolve l’onere gravoso di affrontare con i suoi ridotti elementi delle pagine che richiederebbero ben altra compagine.
La povera Leonora è vestita in modo assolutamente troppo imponente, con tanto di boccoli, fuori tempo e fuori luogo. In fin dei conti è una novizia che si prepara ai voti, non una signora per bene che va a fare una passeggiata. Non diciamo nulla sulla corona che ad un certo punto le compare in mano, perché non abbiamo capito il senso e quindi certamente siamo in difetto.
Manrico viaggia con quei cappottoni che paiono irrinunciabili per certa regia, che fanno di lui non un bandito giovane e bello, ma una sorta di comparsa da Gomorra.
Potremmo continuare a lungo, perché né la regia, né i costumi di Diego Mendez Casariego, che firma anche le scene, lesinano gli elementi che appesantiscono la recitazione, la banalizzano, la allontanano , a nostro parere, la volontà verdiana.
Non va meglio con le luci di Patrick Meeus, che hanno la scusante di essere spesso impallate dagli interpreti, che trasformano gli effetti cromatici in ombre incombenti.
Non aiutano la vicenda neanche i tempi imposti ai pur bravi musicisti dell’orchestra del teatro Verdi dal Maestro Jordi Bernacer, che alternano fasi dai ritmi sostenuti ad altre in cui sono molti dilatati e riescono slegare la narrazione.
Carlo Lepore è cantante affidabile, anche se il suo repertorio d’elezione è altro. Consegna un Ferrando adeguato, ma fa caso che le prime arie non raccolgano nessun consenso dalla platea.
Sicuramente la sceneggiata messa su da Desiré non hai aiutato a creare un’atmosfera suggestiva che permettesse la giusta concentrazione.
Daniela Barcellona, che arrivava da un Wagner a Genova, esordiva il ruolo di Azucena. Il mezzosoprano triestino è artista intelligente e riesce a trovare una chiave di lettura per il suo personaggio, madre dolente più che zingara scomposta. Pare l’unica figura realmente sacrale della vicenda. Ci è difficile capire se per scelta del regista o se per merito dell’interprete.
Il dibattito apertosi sulla prova della cantante è interessante, perché il personaggio proposto rinuncia a certi colori cui siamo abituati, all’abisso di certi suoni, a favore di altri più chiari, più belli, più puliti, sostenuti da un lavoro sulla parola ed una misura esecutiva elegante che rendono credibilissima la sua prestazione.
Un debutto importante, che merita di essere ascoltato, sul quale la Barcellona potrà lavorare per valutare se inserire stabilmente questa parte nel suo repertorio.
Azucena è certamente la figura certale della vicenda, ma la primadonna è Leonora, che nella recita cui abbiamo assistito aveva la voce di Anna Pirozzi, che ha cantato con sicurezza la parte. La componente belcantistica del ruolo è risultata meno evidente rispetto all’impeto degli acuti ed a certe lame come il Re bemolle dell’insieme che chiude la prima parte.
‘Tacea la notte placida’ colpisce per fiati e filati, più che per sfumature , ma farla cantare dietro un velario è certamente deleterio per l’ascolto in sala.
Ma d’altra parte anche il gigantesco gradino che alza la scena non aiuta l’intesa palcoscenico e golfo mistico e non premia né l’ascolto né la visibilità dalla sala.
‘Quanto narrasti di turbamento’ consente alla Benato di farsi notare ed alla Pirozzi di inanellare alcuni acuti decisamente rilevanti che entusiasmano la sala.
Nel corso della serata il soprano si appropria sempre di più del personaggio che certamente riflette la personalità e le scelte di repertorio della cantante, che dà il meglio nelle arie e duetti della parte quarta, forse anche perché l’orecchio del pubblico è entrato nell’ottica dei tempi scelti dalla direzione.
Manrico è Yusif Eyvazov. Che è lui qualunque cosa canti: una interpretazione dalle tinte forti, nella quale non vanno cercate la bellezza del suono o l’ampiezza della tavolozza delle sfumature, ma la sontuosa opulenza degli acuti; la facilità del raggiungimento delle note, in questo caso per esempio un ‘Do’ fenomenale per pulizia, potenza, tenuta e fiati a chiudere ‘Di quella pira’; il suono ampio che percorre ogni spazio del teatro.
Artista onesto ed affidabile, perché non promette altro da quello che dà e quello che offre lo distribuisce con generosità.
Che non vuol dire che sia il Manrico ideale. Anzi.
Abbiamo visto cesellare con grande bravura, in tempi recenti, questo ruolo da Spadaccini, tenore che l’Italia ha rimosso dai suoi cartelloni e che in questo momento della carriera ha maturato un colore magnifico; abbiamo letto giudizi molto convincenti su Piero Pretti; ci ha entusiasmato il Trovatore di Matteo Desole, diretto da Metha.
Per dire che c’erano tante alternative per avere un Manrico giocato sulle sfumature, sulla bellezza della voce, sull’interpretazione.
Qui si è scelto di privilegiare l’impeto e l’esuberanza ed Eyvazov è stato all’altezza di quella scelta.
Rimane Youngjun Park. Baritono che a Trieste aveva già lasciato il segno con un applaudito Nabucco ed un indimenticato Rigoletto, ma che i teatri hanno la tendenza a relegare alla seconda compagnia. Così sarebbe stato anche in questo caso, ma la rinuncia del titolare lo ha portato nella compagnine più titolata.
Non ho hanno intimorito né la popolarità né la potenza vocale dei colleghi, cui ha tenuto testa con solidità: ha saputo unire un mezzo potentissimo per volume ad una scelta vastissima di sfumature e colori. Il suo Conte di Luna è stato ineccepibile vocalmente, solidissimo negli acuti, impressionante nei fiati. Impeccabile la dizione, sicura l’interpretazione. Ogni parola pesava per il suo significato, ogni frase aveva il colore appropriato. Le note alte erano raggiunte con sicurezza e senza sforzo; quelle basse erano piene, rotonde, ricche. Il centro solidissimo. Il personaggio , tradizionale nell’impianto, era appropriato, credibile, compiuto. Speriamo di ascoltarlo presto, magari in un ruolo ancora più rilevante. Certamente per un artista di tale sensibilità varrebbe la pena di ripotare alla luce spettacoli che hanno fatto la storia del teatro triestino, come ‘I due Foscari’ con l’indimenticabile Piero Cappuccilli od osare un ’Simon Boccanegra’.
Vedremo come evolveranno le stagioni sotto la guida del nuovo direttore artistico e speriamo in un atto coraggioso.
La nostra sensazione finale, riguardo a questo spettacolo, è che, visto il cartellone messo in campo, non potrà che migliorare nel corso delle repliche e siamo sicuri che quando arriverà al Giovanni da Udine avrà ancora più spessore, maggior intesa e riuscirà ad entusiasmare ancora di più.
Ci proponiamo di raccontarvelo nelle prossime settimane
Gianluca Macovez
3 marzo 2026
informazioni
Trieste, Teatro Giuseppe Verdi, 01 marzo 2026
IL TROVATORE
di Giuseppe Verdi
Dramma in quattro parti su libretto di Salvatore Cammarano dal dramma El trovador di Antonio Garcia Gutiérrez
Maestro Concertatore e Direttore: JORDI BERNÀCER
Regia: LOUIS DÉSIRÉ
Scene e costumi: DIEGO MÉNDEZ CASARIEGO
Luci PATRICK MEEUS
Coproduzione Opéra de Saint-Étienne/ Città di Marsiglia – Opera
Personaggi e interpreti
Manrico: YUSIF EYVAZOV
Leonora: ANNA PIROZZI
Il Conte di Luna: YOUNGJUN PARK
Azucena: DANIELA BARCELLONA
Ferrando: CARLO LEPORE
Ines: ERIKA ZULIKHA BENATO
Ruiz: ANDREA BINETTI
Un messo: ALESSANDRO DI DOMENICO
Un vecchio zingaro: DANIELE CUSARI
Maestro del Coro: PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste


