Recensione dell’Opera Musical 55 secondi in prima mondiale al Giovanni da Udine
Il Friuli mezzo secolo fa è stato devastato da un terribile terremoto. Una regione distrutta, letteralmente rasa a terra, paesi cancellati, quasi mille morti, una ricostruzione motivata e motivante, un sistema di solidarietà capillare, vasto; una ripartenza sicura, organizzata, che ha portato la regione a diventare un modello per la gestione delle emergenze.
Dopo 50 anni le case sono state ricostruite, i paesi hanno ripreso a vivere, pur con alcune criticità legate forse più ai cambiamenti sociali che al sisma, la protezione civile è diventata realtà nazionale e si continua a sbandierare il ‘ modello Friuli’ ogni volta che succede qualche sciagura.
Il 6 maggio 2026 ci sono state tante manifestazioni ufficiali: addirittura la presenza a Gemona del Friuli del Presidente della Repubblica e della Presidente del Consiglio, a commemorare vivi e morti.
Un anniversario che andava ricordato, celebrato e che in qualche momento è sembrato perfino festeggiato, quasi che la soddisfazione per essere ripartiti avesse cancellato il dolore che aveva costretto a fermarsi.
Francamente alcune manifestazioni ci lasciano perplessi, primo fra tutti un mega concerto di Andrea Boccelli, che non capiamo che affinità possa avere con il terremoto, con il Friuli, con la ricostruzione .
Perché il rischio della spettacolarizzazione a tutti i costi, della sacralizzazione della tragedia sono dietro l’angolo e rischiano di far perdere la genuinità dell’evento.
Il Friuli è rinato anche perché ha saputo credere in se stesso, perché ha scelto di epicizzare il proprio passato di fatica e di sacrifici e di trasformare la criticità in identità.
Era, per certi versi lo è ancora, terra di sforzi , di impegno, di senso del dovere e di concretezza. Valori che cozzano con l’apparenza, il clamore, l’ostentazione e l’egoreferenzialità.
Si trattava di trovare il giusto equilibrio, la chiave per essere presenti senza prevaricare; per ricordare tutto, ma anche tutti; fare in modo che i trascorsi tragici siano una fiammella che illumina le vie del presente per trovare le giuste strade di domani; per ricordare che l’identità non è una prigione ma una ricchezza, non è essere di meno ma essere sé stessi, alle volte anche facendo un passo indietro.
Su questa lunghezza d’onda lo spettacolo voluto, ideato, scritto da Fiorenza Cedolins: ’55 secondi’, in prima mondiale, al ‘Giovanni da Udine’ proprio la sera del 6 maggio.
Premessa importante: la Cedolins è cantante di fama internazionale. Sta per festeggiare i quarant’anni di carriera con un debutto: Amneris a Barcellona. Ma soprattutto ha trionfato sui principali palcoscenici internazionali. Ha inaugurato la Scala, ha dominato le estati veronesi degli anni d’oro, insegna in mezzo mondo, dalla Spagna alla Cina.
Certamente modello di riferimento per le attuali interpreti di ‘Adriana Lecouvreur’ e di ‘Madama Butterfly’, parti nelle quali rimane insuperata.
Qualche anno fa ha accettato l’incarico di Direttrice Artistica, per opera, balletto ed operetta, al teatro udinese. Percorso irto di insidie, che si è risolto qualche mese fa.
Peraltro, pochi giorni dopo la presentazione ufficiale alla stampa di questo progetto: un’Opera Musical dedicato al 50° anniversario del terremoto.
Nonostante tutto e tutti la Cedolins ha portato avanti l’idea, coinvolgendo alcune eccellenze del territorio, dal compositore Cristian Carrara al regista Ivan Stefanutti; dal direttore d’orchestra Paolo Paroni al Coro del Friuli Venezia Giulia diretto da Cristiano Dell’Oste; dal soprano Annamaria Dell’Oste, con i ‘Pueri Cantores del Duomo di Udine’ alla coreografa Federica Comello.
Alla fine lo spettacolo è andato in scena, in un teatro stipatissimo, da giorni in sold out.
Inspiegabilmente solo una replica, alla quale , peraltro, ci sembra che pochissime autorità abbiano presenziato in forma ufficiale.
Fatto strano. Un po’ perché comunque non è che ad Udine le prime mondiali siano comuni come i funghi e quindi era già per questo occasione importante. Ma ancora di più perché essendo, in questo caso, la città il simbolo dell’intera regione ferita e martoriata dal terremoto , a noi che quei giorni li abbiamo vissuti in prima persona, avrebbe fatto piacere che qualcuno dei governanti attuali avesse, con la sua presenza, reso omaggio ai governanti di ieri, quelli che sapevano scavare a mani nude fra le rovine, ma anche firmare le strategie giuste e spesso lungimiranti per assicurare che chi si era salvato avesse un domani.
Quelli che hanno fatto sentire a chi viveva nelle tende che lo Stato c’era, come c’è stato anche a Gemona del Friuli nel pomeriggio del 6 maggio 2026, che c’erano le istituzioni e che c’era un referente, una persona vera ed autentica, in grado di ascoltare e capire i loro bisogni, indipendentemente dal colore politico e dal censo. Perché il terremoto aveva reso tutti uguali. Tutti poveri di cose e ricchi di speranze.
Questa è stata una chiave determinante perché nessuno si perdesse.
La Cedolins lo ha capito perfettamente ed ha reso omaggio con incondizionato amore alla sua regione, è riuscita a citare comuni, nomi, avvenimenti. Non è mai scivolata nel pietismo, nella commiserazione. Ma ha ricordato, difeso, celebrato, anche con un testo attento, non troppo cervellotico ma mai banale, che ha lavorato sulle parole con una attenzione mirata, a suggerire livelli di lettura e di interpretazione differenti, ma sempre appropriati.
Apprezzatissima anche per questo la presenza dell’Assessore Regionale alla cultura Mario Anzil, che ha colto la valenza del progetto ed ha saputo sostenerlo con determinazione ed introdurlo con le giuste parole.
Ma certe altre assenze hanno ferito. La platea, non il palcoscenico.
Lo spettacolo è strutturato in tre atti: la sera del 6 maggio 1976, una sera d’estate del 1996, un giorno del 2026.
Il racconto si dipana attorno ad una nonna e sua nipote, che vivono in un paese senza nome, in cui ciascuno dei presenti, se veniva da quelle zone, poteva riconoscere tratti del proprio. La scena è funzionale: alcuni elementi costruiti ai lati, un fondale che ospita delle proiezioni suggestive ed eleganti, firmate da Stefano Bergomas, un congruo numero di arredi che appaiono per pennellare i vari momenti narrativi.
Stefanutti firma tutto questo, i costumi e soprattutto una regia attenta, mai prevedile, con alcuni paesaggi di intensissima suggestione e struggente poesia. La scossa, con i crolli degli edifici, è un momento che mette i brividi, agghiacciante ma né scontato, né eccessivo. Ma anche la soluzione del festival cinematografico, con un video che abbraccia tutti i territori feriti, mostrando come la vita abbia saputo rinascere fra i calcinacci ed impreziosito dalla voce della Cedolins, che in alcuni frangenti pare accarezzare l’Infinito, è un momento di grande teatro.
Musicalmente la partitura di Cristian Carrara è interessante. Si sentono echi pucciniani ed il profumo di Trovajoli, ma con il giusto garbo e la misura di un musicista sicuro, dalla precisa identità stilistica e dalla sicura personalità, che raggiunge i momenti migliori nelle grandi pagine corali, grazie anche all’apporto importante del Coro del Friuli Venezia Giulia, diretto con sicurezza da Cristiano Dell’Oste e dei bravissimi componenti dei coro dei ‘Pueri Cantores del Duomo di Udine’, preparati alla perfezione da Annamaria Dell’Oste, altro grande soprano friulano che ha speso la sua professionalità per la riuscita della serata.
La FVG Orchestra, diretta da Paolo Paroni, riesce a rendere le giuste atmosfere ed esalta la bellezza di diverse pagine musicali.
Tantissimi gli interpreti.
Cominciando dai sei ballerini della Axis Danza, che bene si muovono sulle efficaci coreografie di Federica Comello.
La struttura dell’Opera Musical prevede la presenza di attori , cantanti e soprattutto di interpreti che riescano ad essere l’una cosa e l’altra.
Due i camei: Giovanni Nistri, ironico e centratissimo nella parte del Sindaco e Fiorenza Cedolins che, come dicevamo, offre la sua voce sempre preziosa e molto suggestiva, per la colonna sonora di un video che vola su un Friuli rinato.
Andrea Binetti era Don Andrea, il sacerdote che fa da trait d’union ai tre episodi. Una figura divertente, alle volte un po’ bozzettistica, determinante per la storia.
Meni aveva la voce e l’esperienza di Federico Lepre, che ha tratteggiato un marito arrendevole ma anche un nonno determinato a sostenere i talenti dei giovani nipoti.
Accanto a lui la vulcanica Margherita di Stefania Seculin, che unisce alla caratterizzazione una buona prova vocale. Decisamente divertente il tango dei due attempati sposi, che alleggerisce la commozione del terzo atto.
Askar Lashkin è il presidente della Proloco, un ruolo ben costruito e che è il dovuto tributo all’azione del volontariato in terra friulana, che spesso è l’ultimo baluardo della identità culturale del territorio.
Il baritono Andrea Piazza è Pieri, con una figura appropriata ed un colore interessante descrive la ‘generazione di mezzo’, nata con il terremoto e cresciuta nella ricostruzione.
Accanto a lui l’amata Maria del soprano Licia Piermatteo, che nel primo atto interpreta Rosa. Cantante dalla voce interessante, riesce a delineare sia la tragicità di certi passaggi, spingendo la vocalità verso l’ottava superiore, sfiorando l’urlo ma senza mai perdere il controllo del mezzo , sia la passione dei sentimenti, declinata con una tavolozza di colori ampia ed appropriata. Intensi i momenti solistici, ma anche i duetti, sia con Piazza che, nel primo atto, con il bravo Francesco Bossi, che canta la parte dell’emigrante Bepi, che ritorna in Friuli per conoscere la figlia ed invece trova la morte. Bossi brilla per potenza del suono, bellezza della pasta vocale e per intensità interpretativa e la sua partecipazione, pur se limitata al primo atto, si fa notare.
Buone le prove di Marianna Acito ed Amina Sandrini, tanto nelle parte di carattere (Anziana e vicina per la Acito e la maestra di catechismo per Sandrini) che nei ruoli, importanti, di Samantha e Kevin, che introducono nella trama musicali il pop ed il rap, con due pezzi che convincono per passione ed intensità.
Figura centrale, per narrazione e per resa vocale, Cati, che negli anni è madre, nonna e bisnonna. Il soprano Iolanda Massimo ha saputo costruire il ruolo con bravura, superando le non poche difficoltà della parte e riuscendo a dare uno spessore poetico al ruolo, unendo dramma, affetto, malinconia, resilienza., fino alla suggestiva’ Ho visto tante cose’, che dissemina lacrime commosse nella platea, coinvolta e rapita.
Una prova convincente che ci fa sperare di riascoltarla presto in altri ruoli.
In Cati si riassume un po’ la morale del lavoro: andare avanti, guardando con fiducia al futuro, senza dimenticare cosa ci ha fatto stare male, ma senza fermarci a leccare le ferite, preferendo suturarle a colpi di fiducia nella vita, perché ‘chi ha buono il cuore trova sempre il modo di fare solo il bene.’
Lo spettacolo, con la ripartenza del terzo atto a causa di un black out, è stato un successo per tutti, con applausi a non finire, chiamate alla ribalta, acclamazioni e grida di approvazione.
Speriamo che venga presto ripreso. Perché sarebbe un modo per dire che la ricostruzione non è solo delle case, ma anche dei valori.
Gianluca Macovez
9 maggio 2026
informazioni
Udine Teatro ‘Giovanni da Udine’, 6 maggio 2026
55 SECONDI
50° anniversario del terremoto in Friuli
Opera musical in tre quadri
ideazione e libretto Fiorenza Cedolins
musiche Cristian Carrara
Don Andrea Andrea Binetti
Cati Iolanda Massimo
Rosa / Maria Licia Piermatteo
Bepi Francesco Bossi
Pieri Andrea Piazza
Margherita / Lùzia Stefania Seculin
Meni / Garzone della bottega Federico Lepre
Samantha / Anziana vicina / Amica di Maria Marianna Acito
Kevin / Maestra del catechismo Amina Sandrini
Il presidente della Proloco / Un operaio Askar Lashkin
Il sindaco Giovanni Nistri
Una voce Fiorenza Cedolins
FVG Orchestra
Coro del Friuli Venezia Giulia
Coro Pueri Cantores del Duomo di Udine
Axis Danza
Maestro concertatore e direttore Paolo Paroni
Maestro del Coro Cristiano Dell’Oste
Maestro del Coro di voci bianche Annamaria Dell’Oste
regia, scene e costumi Ivan Stefanutti
coreografia Federica Comello
ideazione e realizzazione video Stefano Bergomas
luci Claudio Schmid
assistente alla regia e scenografia Filippo Tadolini
costumi Nicolao Atelier
direttore degli allestimenti Stefano Laudato
direttore di produzione Anna Bellini
direttore musicale di palcoscenico Francesco Castellana
produzione Istituzione Musicale e Sinfonica del Friuli Venezia Giulia
con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia


