Martedì, 14 Luglio 2026
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Mezzo secolo di avanguardia: a Fara Sabina il FLIPT 2026 celebra i 50 anni del Teatro Potlach

Dall’11 al 21 giugno, il borgo sabino si trasforma nel centro del teatro antropologico mondiale.

 

​Ci sono luoghi in cui la geografia si arrende all'immaginazione. Per undici giorni, dal 11 al 21 giugno 2026, il borgo medievale di Fara in Sabina ha smesso di essere soltanto uno splendido scorcio del Lazio profondo per tornare a farsi capitale globale del teatro di ricerca. La XXVI edizione del FLIPT (Festival Laboratorio Interculturale di Pratiche Teatrali) non è stata un'edizione come le altre: ha segnato il traguardo storico dei cinquant'anni del Teatro Potlach, fondato qui nel 1976 da Pino Di Buduo e divenuto nel tempo un faro dell'antropologia teatrale. Nato dall'ormai storico sodalizio artistico tra Di Buduo e il maestro Eugenio Barba (fondatore dell'Odin Teatret e dell'I.S.T.A. - International School of Theatre Anthropology), il FLIPT 2026 ha radunato artisti, studiosi e compagnie provenienti da ben 19 Paesi del mondo. Esiste un’ostinazione poetica nel lavoro che il Teatro Potlach porta avanti a Fara Sabina da cinquant'anni. Guardando le performance della XXVI edizione del FLIPT, l'impressione è quella di trovarsi di fronte a un presidio di resistenza culturale che non ha perso un briciolo della fame sperimentale delle origini. Il cuore profondo di questa edizione è risieduto, ancora una volta, nel concetto antropologico di "baratto culturale".

Non si va al Potlach per assistere passivamente a una messinscena, ma per partecipare a un rito di decostruzione e ricostruzione dello spazio urbano e dell'attore. Un melting pot che ha visto dialogare tradizioni apparentemente distanti anni luce: dalle danze tradizionali giapponesi Kamigata-mai con Keiin Yoshimura, fino alle performance della compagnia greca Fabrica Athens o a delegazioni arrivate da ogni parte del mondo. Il festival si è snodato attraverso un fitto calendario di spettacoli, tavole rotonde e masterclass di altissimo livello pedagogico, come quella guidata dallo stesso Eugenio Barba e Julia Varley intitolata "Come un teatro muore e rinasce". Due i momenti cardine che hanno infiammato l'edizione del cinquantenario: il 14 giugno la performance collettiva "Lo Zibaldone d’Oro", dedicata alla memoria storica del Potlach, e la monumentale chiusura del 20 e 21 giugno con "Città Invisibili". Quest'ultimo, storico fiore all'occhiello del Potlach replicato negli anni in decine di metropoli mondiali, ha visto tutti i partecipanti del festival riappropriarsi degli spazi fisici, dei vicoli e delle mura di Fara in Sabina, trasformandoli in un labirinto di luci, proiezioni e tessuti scenici. Ispirato a Italo Calvino, lo spettacolo ha letteralmente "capovolto" (facendo eco alla natura flipped del festival) il borgo di Fara Sabina. Le finestre sono diventate palcoscenici, i vicoli si sono tramutati in quinte, le pareti di pietra sono state ridisegnate dalle nuove tecnologie visive di Stefano Di Buduo. Attori di venti nazionalità diverse hanno teso fili invisibili tra le loro culture, parlando lingue diverse ma muovendosi secondo una partitura fisica universale.

Tra gli spettacoli in programma abbiamo visto:

“Viva la vita” del Teatro Potlach, interpretato da Nathalie Mentha e diretto da Pino Di Buduo,

Lo spettacolo è un omaggio a due straordinarie figure femminili del Novecento: la pittrice Frida Kahlo e la scrittrice Ingeborg Bachmann. Attraverso le loro storie, segnate dal dolore ma anche da una straordinaria capacità di trasformare la sofferenza in creazione artistica, Nathalie Mentha costruisce un percorso personale e universale sul potere salvifico dell'arte. Un viaggio tra memoria, immaginazione e biografia che mette in dialogo due donne lontane tra loro ma accomunate dalla capacità di resistere e reinventarsi.

La forza dell'operazione teatrale risiede proprio nell'accostamento, apparentemente audace, di due anime così distanti per geografia, cultura e linguaggio espressivo. Da un lato il Messico vibrante, sanguigno e viscerale di Frida; dall'altro un'Europa ferita, intellettuale e rigorosa, riflessa nelle parole di Ingeborg. Eppure, sotto la superficie, la drammaturgia svela una radice comune: la ferita esistenziale. Che si tratti del corpo martoriato di Frida o del tormento interiore e politico di Bachmann, il palco annulla le distanze temporali e geografiche per unire le due protagoniste in un unico, potente canto di resistenza.

Nathalie Mentha si muove sulla scena con una sensibilità straordinaria, evitando la trappola dell'imitazione didascalica. La sua recitazione si fa carne e parola, restituendo la dualità di queste icone: la fragilità estrema e, al contempo, una forza d'urto monumentale. 

Questo spettacolo non si limita a raccontare due biografie, ma interroga direttamente il pubblico sul ruolo che la bellezza e la creatività hanno nelle nostre vite. In un'epoca che viaggia spesso in superficie, Viva la vita ricorda che l'arte non è un mero esercizio estetico, ma una necessità vitale, un atto di fede e, soprattutto, uno strumento di salvezza.

E abbiamo avuto la “fortuna” di assistere, è il caso di dirlo ad una delle serate de “Le città invisibili”, spettacolo emblema del Teatro Potlach, inserito nella cornice del FLIPT Festival (Festival Laboratorio Interculturale di Pratiche Teatrali) a Fara in Sabina.

Lo spettatore non siede su una poltrona, ma si trasforma in un viandante, un Marco Polo contemporaneo che attraversa vicoli, piazze e cantine del paese. L'impatto visivo è immediato e potente: grandi teli bianchi fluttuanti, sagome di luce e proiezioni geometriche ridisegnano le architetture medievali di Fara Sabina, trasformandole nelle città della memoria, del desiderio e dei segni descritte da Calvino.

L'allestimento è un trionfo di teatro immersivo di performance simultanee: in ogni angolo del borgo, attori, musicisti e danzatori internazionali (caratteristica storica dello scambio interculturale del Potlach) prendono vita. Mentre lo spazio si dilata in funzione delle performance che accoglie;  finestre che si aprono all'improvviso, scale che diventano palcoscenici verticali e cantine sotterranee che accolgono intimi monologhi poetici. Il vero miracolo delle “Città invisibili” del Potlach, un progetto che la compagnia porta in tutto il mondo da decenni, ma che a Fara Sabina ritrova le sue radici più intime, sta nel coinvolgimento della comunità locale. Accanto agli attori professionisti si muovono spesso artigiani, anziani del paese, associazioni e bambini, ognuno custode di un frammento di memoria collettiva. Il testo di Calvino si fonde così con le storie vere del territorio, ricordandoci che una città non è fatta di mattoni, ma delle relazioni e dei sogni di chi la abita.

Se il compleanno dei 50 anni del Teatro Potlach doveva essere un bilancio, il FLIPT 2026 ha dimostrato che non c’è tempo per nostalgie da museo. Il Potlach è un organismo vivo, una comunità utopica permanente che continua a dimostrare come il teatro, quando è autenticamente interculturale, sia l’unico strumento capace di far vibrare le pietre antiche di un borgo con il battito del mondo intero. Un’esperienza totale, necessaria e commovente. Il FLIPT 2026 si archivia così come la dimostrazione che la provincia italiana, se fecondata dalla visione radicale della ricerca interculturale, può farsi baricentro e crocevia dell'arte internazionale.

"Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra."  

 

 

 

Barbara Chiappa

22 giugno 2026

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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