Giovedì, 14 Dicembre 2017
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Un viaggio d’attore lungo trent’anni. Intervista a Maximilian Nisi

Maximilian Nisi è un attore dalla grande sensibilità artistica, la cui carriera – cominciata sotto l’egida di Strehler e Ronconi – ha attraversato un lungo arco di tempo che gli permette uno sguardo più acuto di altri su ciò che sta accadendo al teatro e una riflessione sincera sul mestiere dell’attore in tempo di crisi. Ecco il frutto di una nostra conversazione.

 

Il tuo percorso professionale è cominciato all’inizio degli anni ’90, studiando con dei maestri assoluti come Giorgio Strehler e Luca Ronconi: quando hai capito di voler fare l’attore e quando hai compreso di esserlo diventato davvero?

Strehler e Ronconi sono stati, appunto, maestri assoluti, artisti illuminati. Ho avuto il privilegio, autentico, di conoscerli, di vederli lavorare in modo infaticabile e di apprezzare il loro immenso e, al momento, insuperato teatro.

Ho conosciuto la poesia universale del primo e sono rimasto strabiliato dalla scintillante ironia del secondo. Ho trascorso intere giornate e non poche nottate ad assistere, spinto da curiosità quasi bulimica, a prove, fortunatamente, interminabili dove la loro straordinaria intelligenza riusciva a tirar fuori dai testi, a getto continuo, significati inattesi e la loro profonda sensibilità scenica sapeva sollazzarmi l'intelletto e straziarmi l'anima. Il loro genio già manca al teatro e alla cultura del nostro paese. Personalità del loro calibro non dovrebbero morire mai. 

Ho cominciato a fare teatro dopo essere entrato casualmente in una scuola di recitazione. Ho iniziato a frequentarne i corsi per curiosità, forse spinto da vanità e da un incontenibile spirito di evasione. 

Inizialmente non amavo il teatro, solo in seguito ho cominciato ad amarlo e a non poterne più fare a meno. C'è chi parla di vocazione. Ma può veramente esistere una vocazione teatrale? Io credo che la vocazione sia un punto di arrivo, non un punto di partenza. Ritengo che sia il risultato di un lavoro quotidiano, di una pratica costante ed attenta. Inizialmente ci può essere predisposizione, attitudine, propensione ma non vocazione.

E dopo tanti anni di studio e di duro lavoro sono ancora qui a domandarmi se io sia realmente un uomo di teatro oppure no. Non credo che troverò mai una risposta.

 

Una carriera così lunga ti ha permesso di avere un punto di vista privilegiato sull’evolversi del teatro e del mondo della recitazione in generale. Quali sono stati cambiamenti positivi e quali quelli negativi?

 

- È veramente molto difficile parlare di evoluzione ed ancora più difficile individuare, in un simile caos, degli aspetti positivi. Il teatro ha sempre alternato momenti di splendore a momenti di buio, ma credo che oggi il problema sia più consistente. Le risorse che i nostri governi, da troppo tempo, prevedono per l'istruzione e per la cultura in genere sono irrisorie. L'Italia è al penultimo posto in Europa per investimenti in istruzione e all'ultimo per quelli in cultura: in trent'anni i fondi pubblici per lo spettacolo sono stati ridotti in modo considerevole.

Questo fa sì che le nuove generazioni siano meno istruite e difficilmente sentano la mancanza del teatro, del cinema e dell'arte in genere. Si producono con grandi difficoltà spettacoli che vengono visti da un pubblico costituito prevalentemente da persone anziane. I giovani snobbano i teatri, semplicemente perché in profondità non ne sentono spiritualmente o intellettualmente il bisogno e il naturale ricambio di pubblico, per questo motivo, non avverrà mai. È un problema grandissimo, principalmente educativo, di non facile soluzione.

È molto difficile continuare ad operare in simili condizioni, cercando di eludere restrizioni tanto grandi. Il mestiere dell'attore e quello del regista, malgrado il nostro paese abbia un'immensa tradizione teatrale, sono ormai considerati dei passatempi per ricchi e il più delle volte necessitano di un secondo lavoro che garantisca a chi li svolge una dignitosa sopravvivenza. Io ho sempre avuto fiducia nell'operare quotidiano ma sinceramente negli ultimi tempi non so più se questa pratica potrà essere sufficiente e risolutiva.

Resta il fatto che la cultura è un bene fondamentale in una società e come tale dovrebbe essere salvaguardato. Folle e disonesto è predicare il contrario.

 

Alla chiusura di molti spazi storici corrisponde l’apertura di tante realtà alternative: ciò lascia immaginare che la crisi che il teatro, come molti altri settori, sta attraversando sia anche l’occasione per ripensarne le dinamiche e trovare nuove forme per ribadire il suo ruolo culturale. Secondo te cosa deve offrire oggi il teatro al suo pubblico?

I momenti di crisi sono naturali, a volte si abbattono con la violenza di un terremoto. Ma per quanta distruzione un terremoto può portare, sarà sempre la prova che la terra è stabile solo apparentemente ed essendo viva non può che essere predisposta ad un continuo cambiamento. Così è per il teatro: anch'esso, come la terra, è destinato al cambiamento ed è naturale, giusto e stimolante che questo avvenga.

Ma per sopravvivere alla crisi è importante comprendere profondamente le ragioni che l'hanno generata ed operare in modo costruttivo partendo principalmente da quelle. Solo così è possibile "ripensare alle dinamiche del teatro e trovare nuove forme per ribadire il suo ruolo culturale".

Le nostre esperienze, tuttavia, ci insegnano che purtroppo in casi di emergenza e di crisi, come appunto un terremoto, l'uomo raramente ha voglia di ricostruire e vuole soprattutto approfittare. 

Ma il teatro è forte ed io credo che sopravvivrà; ha origini antiche e le sue radici sono profondissime, sebbene in questo momento avrebbe bisogno, più che mai, di interventi onesti e consapevoli.

Cosa deve offrire oggi il teatro al suo pubblico? Il pubblico va amato, rispettato, intrattenuto, emozionato, coinvolto, divertito ma vuole anche essere  stimolato, istruito ed elevato. Desidera essere condotto, con amorosa cura, anche in luoghi a lui sconosciuti. Inorridisco quando un regista o un produttore preferisce mettere in scena un testo, o sceglie una musica o scrittura un attore soltanto perché il pubblico 'li conosce' e per questo motivo 'si sentirà rinfrancato'. Il pubblico ama le novità e desidera progredire. È vero, adesso sembra addormentato ed è visibilmente annoiato e privo di stimoli ma questo perché per troppi anni è stato sottovalutato e malamente educato. Andrebbe destabilizzato con scelte che oggi a livello produttivo sono ritenute impensabili. Questo gli darebbe certamente nuova linfa vitale. 

Sarebbe un processo lento, che richiederebbe tempo e non garantirebbe immediati guadagni ma è necessario, per il bene di tutti, attuarlo al più presto.

 

Hai qualche nuovo progetto di cui vuoi parlarci in tal senso?

Ho parecchi progetti in ballo, anche se devo confessare che la scelta è veramente molto ardua. Le realtà produttive rassicuranti sono pochissime e i registi che operano hanno troppo poco da raccontare o perché sono poveri di spirito o perché semplicemente sono distratti da dinamiche gestionali ed organizzative che nulla hanno a che fare con l'arte. Da un po' di tempo, allora, scelgo solo i progetti che mi possono dar modo di interpretare personaggi stimolanti: quando mi innamoro di un personaggio abbraccio il progetto che lo contiene. Il mio metro di valutazione e di scelta oggi è questo. È capitato ch'io sia stato criticato per questo mio modo di stabilire le collaborazioni ma sinceramente la cosa poco m'importa: il mio unico obiettivo è quello di dare continuità, in modo creativo, ad un lavoro che ho scelto trent'anni fa. Poter lavorare su un bel ruolo oggi mi rende ancora felice e mi dona le motivazioni e gli stimoli per continuare.

 

Che consiglio daresti a un giovane autore, regista, attore o compagnia che si affaccia adesso al mondo dello spettacolo?

Consiglierei loro di equipaggiarsi per bene, di prepararsi a lottare e di essere anche disposti a sporcarsi le mani. 

Consiglierei loro di evitare l'equivoco: molto spesso si equivocano le ragioni che ci spingono a scegliere un percorso artistico. 

Consiglierei loro di essere onesti con se stessi per mettersi completamente a servizio di qualcosa di più grande della loro stessa persona. L'adesione dovrà essere totale, soltanto così potranno raggiungere quello stato ricettivo di completo abbandono altamente creativo.

Li esorterei ad approfondire lo studio dei Classici, perché le risposte sono tutte lì dentro. I Classici sono un punto di riferimento reale, soprattutto in momenti di transizione come quelli che stiamo vivendo. In un'epoca di disgregazione e di perdita di valori i Classici, come lontane stelle polari, sanno orientare il nostro cammino e salvarci.

L'approfondimento dei Classici però non deve negare loro la percezione del mondo esterno. Nessuna chiusura e nessuna emarginazione. I più socialmente deboli non dovranno sentirsi autorizzati a sottrarsi alla realtà, anzi, proprio grazie ai Classici potranno interfacciarsi con questa ed affrontarla con maggiore forza e consapevole e rinnovato spirito critico.

 

 

Cristian Pandolfino

28 novembre 2017

Pubblicità La Platea

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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