Giovedì, 14 Dicembre 2017
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Roberto Di Costanzo ed Ettore Greco, due forme di arte diverse: il primo disegna, l’altro scolpisce. Stili quasi paralleli, ma che si intersecano lungo il sentiero che conduce alla verità. China, gesso, bronzo e terracotta: non è il materiale ad essere importante, quanto la ricerca e la voglia di indagare il vero, anche nell’imperfezione. Perché l’arte è bellezza, e la vera bellezza, secondo gli artisti, si nasconde nel difetto.
Doppio senso è il nome della nuova mostra di Galleria SpazioCima, sita in via Ombrone 9, Roma, che inaugurerà venerdì 1 dicembre, vernissage ore 18:30, e proseguirà sino a venerdì 22 dicembre. La mostra, curata da Roberta Cima e organizzata con Giuliano Graziani e Laura Piangiamore, è a ingresso libero, dal lunedì al venerdì h 10-13 e 14-19, sabato e domenica h 15-19.

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Marco Lodola, artista fra i più innovativi e apprezzati a livello nazionale e internazionale, attraverso i propri lavori, “illuminerà” la città di Foggia con una fantastica personale.  Oltre ad essere un artista apprezzato e conosciuto, che ha collaborato a progetti per importanti aziende – Swatch, Coca Cola, Vini Ferrari, Harley Davidson, Ducati, Illy, Valentino, Coveri, Fabbri, Air One, Fiat, Juventus –, con musicisti e scrittori riconosciuti e come scenografo di diverse produzioni televisive – Festival di Sanremo, X Factor, Roxy Bar – è stato anche ospite della 53a Biennale di Venezia.

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Recensione delle mostre Altro Rinascimento. Il giovane Filippo Lippi e la Madonna di Tarquinia e Giovanni da Rimini. Passato e presente di un’opera, ospitate presso le Gallerie Nazionali d’Arte Antica Barberini Corsini dal 17 novembre 2017 al 18 febbraio 2018

 

Le Gallerie Nazionali d’Arte Antica Barberini Corsini inaugurano due mostre che permetteranno al visitatore di approfondire alcuni autori e capolavori sicuramente meno noti di Giuditta e Oloferne di Caravaggio, de La Fornarina di Raffaello o del presunto Ritratto di Beatrice Cenci attribuito a Guido Reni ma di grande interesse e sicuro fascino.

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Recensione delle mostra Treasures from the wreck of the unbelievable ospitata presso Palazzo Grassi – Punta delle Dogana, Venezia dal 9 aprile al 3 dicembre 2017

 

Da qualche parte tra menzogne ​​e verità sta la verità.

È questa la frase che accoglie i visitatori a Punta della Dogana, appena entrati nella nuova esposizione dell’artista inglese Damien Hirst. Estesa fino alla sede di Palazzo Grassi, la mostra è un evento senza precedenti che occupa 5.000 metri quadrati ed espone oltre 180 oggetti.

Un percorso di tale portata non si era mai visto: dieci anni di gestazione, quattro mesi di allestimento, costi di produzione milionari. Il tutto per narrare la storia dell’antico naufragio della grande nave ‘Unbelievable’ (Apistos il nome originale in greco antico) ed esibire il prezioso carico riscoperto nel 2008 sulle coste orientali dell’Africa: l’imponente collezione sembra sia appartenuta al liberto Aulus Calidius Amotan, conosciuto come Cif Amotan II. O, almeno, questo è ciò che ci racconta Hirst. E in effetti visitando le due sedi ci si trova di fronte a centinaia di oggetti chiaramente ritrovati in fondo al mare. A palazzo Grassi si è accolti dalla statua gigante di un demone senza testa alta quasi 4 metri e il viaggio continua tra presunti reperti, più o meno antichi: monete perfettamente catalogate, bronzi, teste di medusa, enormi statue che rappresentano miti greci, un’intera stanza con disegni “leonardeschi” che illustrano molti degli oggetti, ci sono tra gli altri anche Topolino, l’orso Balù, e i Tranformers. Sì, non avete letto male!

Perché la vera storia della mostra è un’altra: tutto è un enorme fake, dal ritrovamento al singolo oggetto, ogni cosa è stata pensata e inventata da quel geniaccio che è Damien Hirst. L’artista di Bristol ha ricreato il sogno di qualsiasi artista: ritrovare a 2000 anni di distanza un tesoro nascosto nel relitto di una nave.

L’idea sottolinea ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, come Hirst conosca a menadito le strategie della comunicazione che guidano adesso il mondo dell’arte. Così come postulato ormai da tempo da due grandi filosofi, Arthur Danto e George Dicky.

La mostra ha letteralmente diviso critica e stampa, innescando dibattiti e aspre critiche. L’unico ad averla  accolta in maniera entusiastica è il pubblico, che non è mai mancato anzi è sempre in crescita: anche in questo il buon Damien sembra aver imparato la lezione di Benjamin sull’aura. Il progetto è sicuramente innovativo e di impatto, divertente e pieno di spunti, ma alla lunga un po’ noioso: sembra quasi di essere in una piccola Gardaland, dove il visitatore vaga tra enormi giocattoli che puntano soprattutto a destare meraviglia per la loro mole. L’opulenza e il gigantismo però non sono necessariamente sinonimo di qualità, infatti molte opere sembrano poco curate nei dettagli. Questo fa cadere la base da cui parte la mostra: il falso ritrovamento viene facilmente scoperto. Un’esposizione, quindi, che sicuramente rimarrà nella storia: forse non per la sua vera genesi, quella di parlare della morte e della caducità dell’uomo, ma più per essere una sorta di parco giochi per adulti.

 

Marco Baldari

9 novembre 2017

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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