Domenica, 18 Febbraio 2018
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Un gabbiano che continua a volare

Recensione dello spettacolo “Il Gabbiano”, in scena al Teatro Vascello dal 1 al 18 Febbraio 2018

 

Il teatro, materia sempre viva, si rigenera continuamente in nuove forme, grazie all’amorevole dedizione di sperimentatori, che coltivano il loro culto ricercando per questa forma d’arte nuove forme di espressione e rigenerando con diverse letture il patrimonio universale dei grandi testi.

Lo spettacolo ora in cartello al Teatro Vascello ha innanzitutto il significato di un omaggio a uno di questi innovatori, Giancarlo Nanni, prematuramente scomparso, a 20 anni dalla prima, fortunatissima, rappresentazione di “Il gabbiano” e a 50 dalla fondazione della Compagnia La Fabbrica dell'Attore. Un’operazione filologica curata come un gesto d’amore da Manuela Kustermann, compagna d’arte e di vita del compianto regista, che fa rivivere il fortunato allestimento ideato da Nanni, richiamando in scena gli attori originali (tranne, per ovvie ragioni anagrafiche, gli interpreti di Nina e Kostya).

Giancarlo Nanni introdusse quello che definì “teatro immagine”. Influenzato dalla sua precedente attività di pittore, concepì l’opera ed il palcoscenico come un quadro da riempire, rettangolo dove far convergere parola, luce, suono, movimento, in una composizione ecletticamente stratificata, ma unificata dai limiti dello spazio teatrale.

“Il gabbiano” da lui riletto presenta una netta cesura fra le due parti in cui è divisa la rappresentazione, che condensano i 4 atti del testo di Anton Cechov.

Nella prima la sua personale visione drammaturgica si manifesta a pieno: gli attori, sempre presenti nella coralità del dramma, accompagnano la recitazione con movimenti coreutici; la luce disegna macchie di colore sulla scena; il sottofondo sonoro (purtroppo mal gestito da un’amplificazione non adeguata) crea vibrazioni.

Nella seconda l’allestimento si mette invece al servizio del testo. Gli elementi scenografici, ancora presenti, non più protagonisti, accompagnano, sottolineano, enfatizzano la parola. Il ponderoso testo cechoviano, ampiamente sfrondato, è concentrato in momenti essenziali, nei quali i personaggi hanno spazio per raccontare la loro personale evoluzione del dramma. 

È in questa seconda parte che il lavoro di Nanni e di Kustermann appare più efficace.

Se nella prima si apprezza la suggestione dei quadri creati dalla regia, se ne rileva altresì la preponderanza sul testo, relegato quasi a pretesto per una rappresentazione che rischia di peccare di autoreferenzialità. La sua stessa forza espressiva appare peraltro penalizzata da una carenza di dinamismo di interpreti provenienti da una messa in scena ormai lontana nel tempo.

La fusione è invece perfetta nella seconda parte. Gli elementi scenografici prediletti da Nanni, minimi, poveri, come i grandi teli in plastica che ondeggiando avvolgono la scena, pur mantenendo il loro forte impatto visivo, pur affrancandosi per eloquenza dal ruolo di semplice fondale, sono complementari alla recitazione, con cui parlano all’unisono. È qui che gli attori riescono a dare ciò che hanno di meglio.

“Il gabbiano” è l’opera dei sogni senza speranza, degli amori irrealizzati, dell’ineluttabile delusione, a cui i personaggi si adeguano diversamente. La rielaborazione sintetica del testo, pur evolvendo (molto) velocemente verso il climax, li mette ad uno ad uno sotto i riflettori, diventando così una galleria delle diverse sfaccettature dell’infelicità umana.

Così Sara Borsarelli può tratteggiare l’amaro disincanto di Masha, che si piega ad una vita senza stimoli; Paolo Lorimer, impeccabile nella misura, ostenta l’algido cinismo in cui si racchiude Trigorin; Lorenzo Frediani accentua con l’intensità la disperazione senza cura di Kostya, non lenita dal realizzarsi delle sue ambizioni come scrittore.

Ma fra tanto consolidato mestiere, è l’interprete più giovane, Eleonora De Luca, a toccare le corde più profonde del pubblico con il suo lungo, passionale monologo finale. D’altronde lei è Nina, in lei vive il gabbiano (che suggestivamente viene personificato dal candido alter ego interpretato da Anna Sozzani), lei sola può volare verso una possibile speranza nel futuro.

Ed è giusto che sia così, che una nuova Nina possa portare in alto e lontano l’opera di Giancarlo Nanni assieme all’anima immortale del teatro.

 

Valter Chiappa

03 febbraio 2018

 

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