Sabato, 15 Dicembre 2018
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DESTRUTTURARE DOSTOEVSKIJ

Recensione dello spettacolo “Delitto e Castigo”, in scena al Teatro Argentina dal 03 al 15 Aprile 2018

 

"Sono convinto che bisogna accostarsi a Dostoesvkij con leggerezza, lui è stato un autore che non ha avuto paura di essere radicale…" dice Konstantin Bogomolov nelle note di regia.

In effetti, come per pochi altri classici della letteratura, intorno a “Delitto e castigo” si è creata una vera e propria aura di sacralità, rafforzata dal saccheggio delle sue tematiche operato nella cultura moderna: si pensi ai continui richiami nell’opera di Woody Allen o in altre opere di culto, come il “Taxi Driver” di Scorsese.

Bogomolov, regista moscovita che ha già frequentato Dostoevskij, con gli allestimenti di “I fratelli Karamazov” (2013) e “L’idiota” (2016), intende invece demolire ogni enfasi romantica al racconto originale ed estrarre il cinismo che lui ravvede nell'opera del grande romanziere russo.

Ecco allora che il protagonista (Leonardo Lidi) diventa un immigrato di colore corpulento e trasandato, l'ispettore Porfiriy Petrovich (Paolo Musio) un malato terminale che si innamora di Rodja, l'imbianchino Nicolka (Marco Cacciola) un povero scemo. Si invertono i ruoli: Renata Palminiello è chiamata ad interpretare Svidrigailov, Enzo Vetrano si districa fra i ruoli di Marmeladov e di Lizaveta, la sorella dell’usuraia. Ogni elemento dell’allestimento è provocatorio: il trucco da avanspettacolo di Dunja e Pulheria, completato da ricce parrucche anni ’70 e attillate tute da cubista; canzoni da spiaggia latino-americane che inframezzano la recitazione; continui richiami ad una sessualità esplicita, fatta di simboli fallici, gemiti pornografici e fellatio sonoramente raccontate. L’effetto straniante è amplificato dal contrasto con una trasposizione fedele del testo e con la misura classica, richiesta alla recitazione di parte dei protagonisti (fra essi da menzionare l’ottimo Marmeladov di Enzo Vetrano), mentre altri sono chiamati all’utilizzo di toni caricaturali. Bogomolov demolisce poi il Sacro, altro elemento fondamentale della poetica dostoevskijana, calando sulla scena un crocifisso androgino Ma soprattutto ridicolizza l'atto supremo, il perno della vicenda: l'assassinio, rappresentato in maniera grottesca, con fumettistici suoni onomatopeici.

Ma quella di Bogomolov non è, almeno nelle intenzioni, un'operazione iconoclasta. Il regista, con la brutalità insita nella provocazione, ci pone una domanda di stringente attualità: cos'è il delitto oggi?

Il Raskòl'nikov di Dostoevskij va, secondo il regista russo, revisionato ed aggiornato. Se il protagonista ottocentesco uccideva non per fame di denaro, ma per dare un senso alla sua esistenza, il suo emigrante si preoccupa solo di sperperare il malloppo per scarpe di marca e per consentire lo shopping alla madre e alla sorella. Nessun afflato romantico, nessun ideale superomistico: il delitto affonda le sue radici in un desolante vuoto di valori, quello della nostra società, così distante da quella dell’ambientazione originale. Nel percorso di questo Raskòl'nikov manca infine una tappa fondamentale: il castigo (e la conseguente redenzione). Rimane solo il delitto, atto vacuo e insensato, consumato nell’inedia e nell’inerzia, per cui sembra non esserci pena, ma nemmeno consapevolezza (significativo il rilievo dato al racconto dell’uccisione della cavallina, che diventa una scena madre della rappresentazione).

Un messaggio disturbante quello di Bogomolov, o meglio un acuto grido di allarme. E tanto più è surrealmente cinica la sua rappresentazione, tanto più è provocatoria la sua dissacrazione, tanto più angoscianti sono le risposte che, a quella domanda, si affollano nella mente dello spettatore.

Allo spettatore del “Delitto e castigo” di Konstantin Bogomolov viene richiesto un impegno notevole: non facile accettare di veder irriso un classico che, come detto, è divenuto una testata d’angolo della nostra collettiva formazione culturale. Il sospetto del pubblico viene poi alimentato dal palpabile autocompiacimento dell’autore, che sembra si lasci prendere la mano da un narcisistico divertimento nel suo lavoro di decostruzione. A questo si deve aggiungere un’osservazione sui limiti della scrittura nel mantenere connesso il filo narrativo, fino a rendere la rappresentazione una serie di scene di cui si fatica a cogliere la consequenzialità.

Comprensibili quindi i tiepidi applausi della platea del Teatro Argentina. Dispiace però che i propositi del regista russo si fermino a metà. Konstantin Bogomolov aveva da dirci qualcosa di urgente e drammatico. Ma la provocazione supera il messaggio: anche questo è un segno dei tempi.

 

Valter Chiappa

14 aprile 2018

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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