Venerdì, 26 Aprile 2019
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Conversation piece | Part V. Il contemporaneo dialoga alla Fondazione Memmo

Recensione della mostra Conversation piece | Part V presso la Fondazione Memmo dal 16 dicembre 2018 al 24 marzo 2019

 

Sin dalla sua nascita, nel 1990, la Fondazione Memmo punta ad avvicinare all’Arte il più vasto pubblico possibile attraverso opere e artisti di tutti i tempi e delle più diverse civiltà. Dal 2012 in poi si concentra sul panorama contemporaneo allargando il dialogo tra creatori e istituzioni, favorendone l’interazione e l’internazionalizzazione. In questo senso è da leggere Conversation piece | Part V (Giant steps are what you take) il nuovo ciclo di mostre curato da Marcello Smarrelli e dedicato a Yto Barrada (Mary Miss Artist in Residence presso l’American Academy in Rome per l’autunno 2017), Eric Baudelaire (borsista presso l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici), Rossella Biscotti, Jörg Herold (borsista presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo), Christoph Keller (borsista presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo) e Jakub Woynarowski: artisti italiani e stranieri temporaneamente presenti a Roma o particolarmente legati alla Capitale.

Il titolo della mostra è un chiaro riferimento al film del 1974 Gruppo di famiglia in un interno (Conversation piece) di Luchino Visconti, un significativo confronto tra generazioni in cui odio e amore tra antico e moderno sono inevitabili. Ma non solo: con Conversation piece si intende anche un genere pittorico diffuso tra XVII e XVIII sec., contraddistinto da ritratti di gruppi di persone in conversazione tra loro o fermati in atteggiamenti di vita decisamente familiare. Infine l’evento ha un sottotitolo da non sottovalutare: Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Passaggio estrapolato dal Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato nel 1909 su Le Figaro, unifica nell’espressione artistica la necessità di una libertà di pensiero politico e intellettuale che può sfociare nella sfera civile alla manifestazione del sé legata a quella più intima e personale.

Tutto ciò è espresso dalle opere presentate al pubblico, realizzate appositamente o riadattate per l’occasione: Marinella Senatore propone un corpus di lavori che toccano i punti salienti della sua produzione, animata da un vivace attivismo politico. Stendardi da processione rivisitati in chiave contemporanea, striscioni che invitano alla lotta, riflessioni poetiche su rivoluzione e partecipazione come poster, una luminaria tipica delle feste patronali che disegna di luce la frase Renn lieber, renn e una bicicletta presentata come mezzo di trasporto ideale per un corteo perché dotata di megafoni e pannelli luminosi a led su cui scorrono slogan. Julian Rosefeldt, solitamente noto per le sue notevoli installazioni video, per l’inaugurazione ha scelto di indagare il concetto di autorità espresso dai monumenti equestri. E così ha condotto in quelle che un tempo erano le Scuderie di Palazzo Ruspoli quattro cavalli, le cui gualdrappe recavano ricamati alcuni articoli della Costituzione Italiana aventi come oggetto il concetto di uguaglianza e pari dignità della persona. Valori apparentemente scontati per la civiltà occidentale ma oggi messi in discussione dai movimenti populistici. Invernomuto ha, invece, optato per la distruzione di una fanzine che riporta le tavole di un anziano Rasta giamaicano: una graphic novel volutamente frammentaria per raccontare una storia alternativa del culto Rastafari. Mentre Rebecca Digne presenta il video Tracer le vide: immagini a colori e in bianco e nero di persone alle prese con il gesto ciclico di annodare delle corde lungo la costa che va da Napoli a Marsiglia, connettendo mentalmente e fisicamente due città a cui l’artista è particolarmente legata. Sempre sua è la serie di undici sculture A perdere: costellazione di figure architettoniche astratte che toccano i temi della trasformazione e della precarietà realizzate tramite la fusione a cera persa, una tecnica alle origini della scultura. L’idea è quella di intendere la perdita della forma originale, con il passaggio da cera a metallo, come metafora del carattere transitorio e precario dell’esistenza di ognuno.

La mostra sarà visitabile fino al 24 marzo 2019 e si inserisce nel tentativo di rimettere Roma al centro del discorso artistico, aprendola a una contemporaneità da cui latita da troppo tempo.


Cristian Pandolfino

21 dicembre 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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