Martedì, 17 Febbraio 2026
$ £

Federica, la chiameremo così, ha 15 anni e frequenta il secondo anno di scuola superiore. Affetta da una rara sindrome che ne compromette udito, linguaggio, comprensione del contesto, motricità globale e fine, ha sempre avuto una famiglia estremamente presente e attenta ai suoi bisogni. Forse, potremmo azzardarci a ipotizzare, un po’ troppo presente e attenta, tanto da sostituirsi a lei in quasi tutto; come se evitarle qualsiasi tipologia di compito o fatica potesse alleviare il carico che la ragazza porta ogni giorno. Atteggiamento del tutto comprensibile e condivisibile, messo in atto da parte di genitori, fratelli maggiori, zii e nonni, esso però opera e risolve le fatiche quotidiane di Federica solo nell’immediato, non a lungo termine.

Incontro la ragazza lo scorso anno. Partecipa a uno dei miei laboratori di logoteatroterapia. Le piace, si diverte, scopre parti di sé insospettate e insospettabili, si sperimenta nell’essere altro da sé, oltre a lavorare su aspetti più tecnici e meno creativi quali la pragmatica, l’organizzazione spazio-temporale, la propriocezione e altro. Però pian piano sorgono difficoltà. E a ben guardare, esse non sono dovute alle problematiche con cui Federica condivide il corpo e la mente da quando è nata bensì all’abitudine, ormai ben strutturata, di affidarsi a un qualsivoglia adulto di riferimento perché quest’ultimo spiani la strada per lei. Infatti, quando non comprende la consegna, Federica non mi chiede di ripetere, né osserva le azioni compiute dai compagni per imitarle e riuscire a portare avanti almeno in parte la richiesta. Aspetta, semplicemente. Rimane in attesa che io o un’altra operatrice si avvicini a lei e le rispieghi il tutto, con dovizia di dettagli ed esempi contestuali. Ancora: se uno dei compagni le fa una domanda, il suo sguardo si rivolge immediatamente all’adulto di riferimento, quasi che la risposta debba scaturire dalla bocca di quest’ultimo e non dalla sua. E tanti altri piccoli, ma significativi, episodi di questo genere.

Add a comment

Giancarlo del Monaco è una figura di rilievo nel teatro contemporaneo, un regista che ha fatto della scena il luogo privilegiato di un’indagine profonda sull’uomo, sul conflitto e sulla parola. Figlio del celebre tenore Mario del Monaco, ha saputo trasformare un’eredità potente e potenzialmente ingombrante in un punto di partenza, scegliendo una strada personale, rigorosa e intellettualmente esigente: quella del teatro di regia, inteso come pensiero prima ancora che come spettacolo.
 
La sua carriera si distingue per una concezione alta e radicale del teatro. Del Monaco affronta i testi — classici o moderni — come strutture vive, da interrogare e ricostruire attraverso una lettura lucida, spesso severa, sempre coerente. Le sue regie non cercano l’effetto né la compiacenza visiva, ma mirano a restituire il nucleo drammatico dell’opera, la tensione morale che la attraversa, la necessità del suo essere rappresentata qui e ora.

Di recente ho visto un video di una persona appena stata a Istanbul. Nella clip appare un gelataio intento a eseguire trucchi di magia mentre prepara i coni per i clienti. Naturalmente una piccola folla è lì assiepata per godersi lo spettacolo. 

Durante le funzioni religiose, non di rado l’officiante realizza piccole scene recitate, con tanto di attori travestiti da pastori o da santi, per veicolare meglio soprattutto ai più giovani i concetti e le parabole del vangelo del giorno. 

All’interno degli istituti scolastici, i docenti più amati dagli studenti sono quelli che utilizzano (più o meno consapevolmente) elementi teatrali atti a drammatizzare la lezione, la quale verrà memorizzata molto più facilmente e in maniera più profonda nella mente degli astanti. E potremmo fare tanti altri esempi, ma ci fermiamo qui.

Il teatro, dunque. Uno dei pochi linguaggi in grado ancora oggi di attirare l’attenzione di chiunque a prescindere dal contesto. Giunto ai nostri occhi addirittura tramite uno smartphone, oppure fortunatamente distogliendoci da quest’ultimo, esso è capace di donare divertimento assoluto ed emozioni forti, mentre pone in relazione le persone più diverse, anche solo per una manciata di secondi. Che sia realizzato in strada, in classe, in un negozio o nel viale di un centro commerciale, in un ospedale o in un’aula di tribunale, è una delle poche attività umane che agisce a mo’ di calamita e  risulta degna di essere ricordata dai suoi spettatori, più o meno improvvisati. 

Add a comment

Una riflessione amara sulle nomine, contestate e mancate, del Ministero della Cultura.

 

Non passa giornata senza leggere qualcosa attorno alla questione Venezi.

Pare che per la maggior parte degli intellettuali italiani la direttrice sia diventata il simulacro del Mal Governo.

Francamente la vicenda ci pare molto più complessa e molto più preoccupante di quanto si voglia far apparire.

Premessa necessaria: chi scrive certo non può essere assimilato alle schiere scese in campo a difendere la direttrice.

Prova indiscutibile la recensione di ‘Flauto Magico’ pubblicata da LaPlatea.it nel dicembre 2023 , nella quale si scriveva: ‘Beatrice Venezi sale sul podio proponendo una lettura personale del titolo  mozartiano. I ritmi sono serrati, al punto tale che le parti recitate appaiono come delle pause fin troppo dilatate, che frammentano ed allentano la narrazione musicale. Forse cercare un ritmo sonoro anche nella parola e nel ritmo delle frasi sarebbe stato necessario. Senza pretendere veri recitativi, ma cercando di non far perdere l’attenzione su quelle parti che erano state inserite proprio per rendere più scorrevole la vicenda. Ma quello che soprattutto connota  la direzione è la visione drammatica, quasi notturna, del titolo, che già dalle prime note pare rinunciare alla componente giocosa,  avventurosa, preferendo  mettere in evidenza gli aspetti melanconici, la morale finale che profuma da subito gli accordi, l’inevitabilità degli eventi e la certezza della punizione dei cattivi. Senza avere  il tempo di domandarsi se in tutto questo ci sia lo spazio per un ripensamento, per una domanda  su chi sia realmente in errore, soprattutto se le persone si dividano realmente in tutti buoni e tutti cattivi’.

Add a comment
Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per scoprire gli sconti sugli spettacoli teatrali riservati ai nostri lettori

Search