Federica, la chiameremo così, ha 15 anni e frequenta il secondo anno di scuola superiore. Affetta da una rara sindrome che ne compromette udito, linguaggio, comprensione del contesto, motricità globale e fine, ha sempre avuto una famiglia estremamente presente e attenta ai suoi bisogni. Forse, potremmo azzardarci a ipotizzare, un po’ troppo presente e attenta, tanto da sostituirsi a lei in quasi tutto; come se evitarle qualsiasi tipologia di compito o fatica potesse alleviare il carico che la ragazza porta ogni giorno. Atteggiamento del tutto comprensibile e condivisibile, messo in atto da parte di genitori, fratelli maggiori, zii e nonni, esso però opera e risolve le fatiche quotidiane di Federica solo nell’immediato, non a lungo termine.
Incontro la ragazza lo scorso anno. Partecipa a uno dei miei laboratori di logoteatroterapia. Le piace, si diverte, scopre parti di sé insospettate e insospettabili, si sperimenta nell’essere altro da sé, oltre a lavorare su aspetti più tecnici e meno creativi quali la pragmatica, l’organizzazione spazio-temporale, la propriocezione e altro. Però pian piano sorgono difficoltà. E a ben guardare, esse non sono dovute alle problematiche con cui Federica condivide il corpo e la mente da quando è nata bensì all’abitudine, ormai ben strutturata, di affidarsi a un qualsivoglia adulto di riferimento perché quest’ultimo spiani la strada per lei. Infatti, quando non comprende la consegna, Federica non mi chiede di ripetere, né osserva le azioni compiute dai compagni per imitarle e riuscire a portare avanti almeno in parte la richiesta. Aspetta, semplicemente. Rimane in attesa che io o un’altra operatrice si avvicini a lei e le rispieghi il tutto, con dovizia di dettagli ed esempi contestuali. Ancora: se uno dei compagni le fa una domanda, il suo sguardo si rivolge immediatamente all’adulto di riferimento, quasi che la risposta debba scaturire dalla bocca di quest’ultimo e non dalla sua. E tanti altri piccoli, ma significativi, episodi di questo genere.
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