Lunedì, 22 Aprile 2019
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Qualche settimana fa mi sono imbattuto, consapevolmente, in uno spettacolo di stand up comedy tutto made in Italy. Il teatro era il “Manhattan” di Monti, un gioiellino per chi è cresciuto a pane, microfono e mattonato rosso alle spalle, illuminato da un singolo “occhio di bue” che ti da in pasto al pubblico curioso e sempre un po’ scettico. Lei, Maria Beatrice Alonzi, ha portato una ventata di sfacciata originalità che ha acceso in me la curiosità di approfondire e il gusto di capirne di più. Il suo “Stand up baby” era veloce e frizzante, ironico e diretto, come un treno ad alta velocità che non conosce ritardi e rallentamenti: per questo è così poco italiano.

“Stand up comedy è quando un comico sale sul palco e parla delle sue esperienze personali. È una forma di performance più anglosassone che italiana. La tradizione della Commedia dell’arte italiana ci ha sempre fatto prediligere i personaggi e il tormentone”. Così, nel 2014, il romano Edoardo Ferrario, uno dei più noti stand up comedian italiani, spiegava in maniera lineare questo modo di fare teatro.

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#riflessioni

 

La modalità di finanziamento dello spettacolo dal vivo è piuttosto macchinosa, ma procediamo con ordine. Il Fondo Unico per lo Spettacolo - FUS, istituito con la Legge n. 163/1985, ha lo scopo di sostenere finanziariamente enti, istituzioni, associazioni, organismi ed imprese operanti nei settori delle attività cinematografiche, musicali, di danza, teatrali, circensi e dello spettacolo viaggiante; e inoltre promuove e sostiene manifestazioni ed iniziative di rilevanza nazionali da svolgere in Italia o all'estero. Il Dm 27 luglio 2017 definisce modalità e requisiti per accedere al Fondo per i settori teatro, musica, danza e attività circensi. I contributi vengono concessi a progetti, triennali e annuali, su istanza di un soggetto e su iniziativa della Direzione Generale dello Spettacolo (Amministrazione).

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#riflessione

Partiamo dal commento di una nostra lettrice, che sulla pagina facebook de La Platea, ha mosso un dissenso su una recensione affermando che questa non invogliava lo spettatore ad andare a vedere lo spettacolo: “infatti è una recensione, non un comunicato stampa”, la risposta.

È sì, sembrano essere poche le persone, interessate più o meno al teatro che hanno chiara questa differenza e questo per diverse, buone, ragioni che ora vi andiamo a spiegare. La prima sta nella mancanza di recensioni vere, volete sapere il perché? Semplice, il web pullula di piccole e medie realtà (blog e siti di pseudo informazione) che pur di andare a teatro gratis, mediante i famosi due accrediti (da bon ton è usanza lasciare un accredito per il giornalista e uno per l'accompagnatore/rice) concessi dagli uffici stampa alle “testate”, si limitano a parlare solo bene, il più delle volte scopiazzando proprio il comunicato stampa. Comunicato stampa che lo ricordiamo deve invogliare le persone ad andare a teatro mettendone in risalto le peculiarità.

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Sempre più spesso, nell’attesa che si alzi il sipario che decreta l’inizio dello spettacolo, ci si trova ad avere di fronte, o accanto, la signora intenta a farsi un selfie con l’iPhone, a truccarsi in poltrona, a scorrere le foto sul cellulare o a chattare su whatsapp. A nulla valgono le raccomandazioni della voce al microfono che avvisa gli spettatori in sala di spegnere i telefonini per non disturbare chi è seduto vicino e il divieto di riprese video e audio della rappresentazione. Per non parlare di coloro che prendono posto a spettacolo già cominciato.
Qual è il pubblico che va a teatro?

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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