Sabato, 24 Gennaio 2026
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Dopo il grande concerto di Fine Anno abbiamo incontrato Marco Ciaponi, tenore dalla voce luminosa e specializzato in un repertorio belcantista di grande spessore.

Negli anni questo cantante, pur se ancora giovane, si è ritagliato uno spazio importante, tanto da diventare figura di riferimento fra gli interpreti belliniani e donizettiani .

Vocalmente dotato di una estensione notevole, che gli consente di raggiungere senza difficoltà alcuna  il do ed il re e di affrontare arie di grande complessità, come il Rondò de ‘Il Barbiere di Siviglia’ o l’aria di Tonio de ‘La Figlia del Reggimento’, arricchendole di preziose variazioni, si dimostra interprete molto attento anche alla resa scenica dei personaggi.

Il suo canto non è mai ostentazione, ma strumento per la costruzione attenta del ruolo, che può contare anche su un sapiente lavoro sulla parola, sublimato da una precisa dizione e da una figura elegante, che si muove con appropriatezza.

 

Lei  è uno dei più brillanti rappresentanti  delle nuove leve della lirica.Come è nata la sua passione per l’opera e quando  e come ha scoperto di avere una voce ‘interessante’?

La passione è nata con la mia mamma, che era una cantante lirica. A diciotto anni era nel coro del Teatro Regio di Torino, poi ha cantato tante operette, insegnava canto, avrebbe avuto certamente una carriera di successo, ma la gelosia di mio padre, che non guardava di buon occhio l’eventualità di vederla andare lontano impegnata  in lunghe tournee, unita ad una autostima immotivatamente bassa, l’hanno fatta desistere dal continuare la carriera. In compenso ha saputo trasmettere a me il fascino e la magia dell’opera.lirica. Non è mai stata  insistente e non mi ha costretto a fare nulla, ma certamente ero abituato a sentire la musica lirica a casa. Quando avevo nove anni,  fu coinvolta in uno spettacolo a scuola ed allestì ‘Cin- Ci- Là, l’operetta di Lombardo e Ranzato .

A me fu assegnato il ruolo del principe Ciclamino e mia madre si accorse che, nonostante avessi solo nove anni, cantavo con la voce impostata come fossi un cantante d’opera. A dieci anni feci il provino per una trasmissione di Bongiorno: ‘Bravo Bravissimo’, cantando proprio ‘Cin- Ci- Là’ in coppia con una ragazza. Alla fine Mike venne da me e mi disse ‘bravo, sono sicuro che fra quindici anni verrò ad applaudirti alla Scala’. Era il 2000 ed io nel 2016 ho debuttato alla Scala. Quando ci penso mi sembra incredibile: lui non c’era più da qualche anno, ma sembrava proprio che avesse previsto tutto.

Quella trasmissione segnò in qualche modo la presa di coscienza ufficiale  del fatto di avere una voce adatta all’opera.

Ci furono gli anni turbolenti dell’adolescenza, in cui l’impegno vocale non era il primo dei miei pensieri, ma attorno ai vent’anni partì l’impegno serio, continuo. Ogni settimana andavo a studiare a Roma, con serietà ed impegno. A venticinque anni il debutto vero, in una Opera- studio, decisamente importante: il regista era Leo Nucci ed il direttore era Stefano Ranzani.

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Intervista a Zapato, uno dei protagonisti del capodanno catanese di quest'anno.

 

Il legame della nostra testata con Catania è oramai fatto assodato, grazie soprattutto all’assidua presenza al “Fringe Catnia Off”; ecco perché abbiamo deciso di proporvi un’intervista con un personaggio catanese, assolutamente fuori dagli schemi, che si presenterà al pubblico della sua città come uno dei partecipanti allo spettacolare concerto di capodanno insieme a  Ghali, Color Indaco, Marina Rei, Kaballà e Delia, rivelazione dell’ultimo X-Factor. Lui è Zapato (al secolo Renato Zappalà), classe ’64 istituzione a Catania; musicista, attore, performer, la sua musica si nutre del rock’n’roll anni ’50, stravolto in un genere che lui definisce come un insieme tra  punk rock e rap’n’roll. 

Come hai accolto la proposta di partecipazione al capodanno catanese?

Vivo tra Roma, Santa Monica e Catania; posso dire che sono le tre città che ho eletto a luoghi del cuore, con Catania ovviamente ho un legame profondo essendo la mia città natale, ecco perché questo concerto ha per me un significato importante. A Catania incontro la mia gente, quella con cui sono cresciuto e che mi ha visto crescere dal punto di vista musicale. Ho già suonato tre anni fa ad un concerto di capodanno, quello con Giusy Ferreri, esperienza bellissima; questa volta porterò tra gli altri alcuni brani inediti.  

Raccontaci la tua storia musicale, come è nata questa passione per la musica rock anni ’50?

E’ iniziata grazie ai dischi di mio padre che amava molto il rock di quegli anni, in particolar modo Elvis, ma non solo anche i “nostri” Bobby Solo e Rocky Robers. In più avevo e ho ancora un grande dono, sono molto snodato e quando ballavo fin da giovane mi piaceva muovermi molto con il corpo, questa è rimasta una delle mie caratteristiche peculiari. Così ho iniziato a cantare con una band messa su a scuola con degli amici e poi la passione è cresciuta sempre di più.

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Intervista al mezzosoprano bresciano,  protagonista delle principali scene internazionali, al termine delle recite di ‘Il Barbiere di Siviglia’ a Trieste, accolte da un ampio e meritato successo.

 

 Intervistare Annalisa Stroppa è un piacere. Non perché è la magnifica cantante che i principali teatri internazionali conoscono, ma perché è una gran bella persona.

Cordiale e disponibile, la incontriamo alla fine delle repliche triestine di ‘Il Barbiere di Siviglia’.

Ci accoglie con un sorriso e subito ci sentiamo a nostro agio, come se ci conoscessimo da tempo.

Al punto tale che cominciamo a parlare fitto fitto e ci dimentichiamo dell’intervista, che recuperiamo strada facendo.  

Avremmo dovuto iniziare con le domande  nel bar del teatro, ma è quasi impossibile, perché  tutti la salutano e la festeggiano: il personale del teatro, le sarte, gli amici che ha conosciuto durante le prove.

Per ognuno la giusta parola, la risata, l’appuntamento per la recita successiva.

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Intervista ad uno dei più brillanti baritoni italiani, di casa nei maggiori teatri internazionali, Giorgio Caoduro.

Durante le repliche di ‘Le Nozze di Figaro’ a Trieste abbiamo a fortuna di incontrare Giorgio Caoduro, uno dei baritoni più interessanti  degli ultimi anni, magnifico belcantista ed interprete attento e  sensibile.

La sua carriera è cominciata oltre vent’anni fa, quando giovanissimo debuttò ,nel 2001, a Trieste in un ruolo minore in ‘Otello’ di Verdi e poi, l’anno dopo, nella parte di Belcore dell’ ‘Elisir d’Amore’, all’Opera di Roma.

Da lì i successi, spesso autentici trionfi, non si contano, in tutti i principali teatri del mondo.

Impossibile elencare gli spettacoli cui ha partecipato, dall’America all’Australia, dove ha anche vinto, nel 2012, il premio come miglior cantante dell’anno,  .

Può vantare un repertorio  vastissimo, dal Settecento alla musica contemporanea, eseguito sempre con competenza e grande affidabilità.

Interprete donizettiano e rossiniano di riferimento, cantante mozartiano di grande raffinatezza, è riuscito a cesellare un Arno Von Stahl magistrale in occasione della prima italiana di ‘Falso Tradimento’, eseguita alla presenza dell’autore, Marco Tutino; ma anche a commuovere come panciuto Sancho Panza in un ‘Don Quichotte’ di Massenet da brividi nel circuito lombardo.

Imprevedibile, nel senso più positivo ed alto del termine, vedendolo in palcoscenico  si ha la sensazione che per lui la routine non esista e che su ogni ruolo lavori con disciplina e senso di responsabilità, come se fosse sempre la prima volta che lo canta.

Non lo spaventano le regie anticonvenzionali, purché motivate, rifugge dagli stereotipi e sa mettersi in gioco sempre, con coraggio e bravura.

Definito come  un re della coloratura, sa unire alla tecnica una grande sensibilità nel cercare i giusti colori, le sfumature più adatte a tratteggiare il personaggio che interpreta, riuscendo così a fare in modo che il canto non sia mai solo suono.

Quello che colpisce , incontrandolo, è la grande disponibilità, il mettere l’interlocutore subito a proprio agio, la capacità di essere sincero, franco, divertente, onesto.

Non fa mai pesare l’essere uno dei più stimati cantanti della sua generazione, sa ascoltare chi ha di fronte, si pone con un atteggiamento umile di fronte alle varie domande, apre i cassetti dei ricordi con semplicità, modestia, coraggio.

Trasmette la sensazione di essere pieno d’affetto e riconoscenza per la sua maestra, di gioire grato del supporto della moglie musicista, di voler sempre imparare, crescere, senza forzare, senza inseguire i titoli dei giornali, ma assaporando la meraviglia del dono ricevuto: una voce straordinaria, che sa curare, coccolare, ma soprattutto ascoltare, senza diventarne schiavo.

Insomma cominci l’intervista soddisfatto di parlare con un grande cantante e la concludi con la consapevolezza di aver conosciuto un Artista Vero.

 

Iniziamo  dalle origini. Come è nata la passione per l’opera? La sua era una famiglia di appassionati d’opera? I suoi familiari l’hanno appoggiata oppure erano spaventati da una scelta professionale così faticosa?

Nella mia famiglia non c’era una passione per l’opera. Girava per casa qualche disco, ma quasi per combinazione. Ricordo che c’era un’edizione di ‘Pagliacci’, che  oltretutto era un’opera che non mi colpiva più di tanto, all’epoca.

La mia passione è nata, potremmo dire, quasi fortuitamente. 

Amavo la musica classica ed un giorno ho comperato, forse più per curiosità, due opere in musicassetta: ’Il Barbiere di Siviglia’ di Abbado, quello nella versione dal vivo a Salisburgo  del 1969 ed un ‘Elisir d’Amore’ da Firenze, diretto dal Maestro Gianandrea Gavazzeni. Le ascoltai e scoccò l’amore per l’opera. Insomma, una partenza da ‘melomane casuale’.

Poi, come fanno un po’ tutti gli appassionati, comincia a cantarci sopra e scoprii che c’era una certa predisposizione al canto. Provai ad assecondare questa passione, frequentando prima la Scuola Diocesana di Musica ad Udine e poi iscrivendomi alla prova di ammissione al Conservatorio, che superai.

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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