La prima parte dell’intervista al tenore italo- macedone, presenza preziosa di molti cartelloni teatrali europei e protagonista di spettacoli di grande successo
Fra un aereo che lo porta in giro per il mondo ed un treno che gli fa raggiungere i più prestigiosi teatri italiani, abbiamo potuto finalmente intervistare il tenore Blagoj Nacoski. Ci tenevamo in maniera particolare, per la grande stima che nutriamo verso questo artista sensibile ed intelligente, che ci piacerebbe fosse più conosciuto dal pubblico e valorizzato dalle fondazioni e perché ci hanno sempre colpiti sia l’atteggiamento di attenzione che, qualunque sia il contesto, sa garantire al pubblico, sia la capacità di mettersi in gioco, con umiltà ed al tempo stesso rigore e disciplina ferrei.
Nacoski è cantante dalla carriera significativa, dotato di una voce molto interessante per colori, estensione e solidità degli acuti; tecnica solidissima, ampia tavolozza di sfumature .
A suo merito, anche una figura decisamente scultorea ed un carisma scenico di rara efficacia.
Interprete raffinato, capace di letture intensissime, sia sulla scena teatrale che quando canta musica da camera, riesce a passare con competenza ed affidabilità da Mozart alla musica contemporanea.
All’estero interpreta spesso ruoli da protagonista, riscuotendo sempre successi rilevanti. In Italia, come inspiegabilmente succede troppo di frequente per tanti magnifici interpreti, è spesso un comprimario di lusso, oppure canta personaggi di grande difficoltà tecnica ma poco popolari e che per questo non garantiscono quell’amplissimo consenso, anche da mass media e stampa, che invece meriterebbe. Sempre affidabile, severo con se stesso, coscienzioso, è una sicurezza per i teatri, che però, secondo noi, lesinano le occasioni sia di farlo cantare in parti di primo piano, sia per valorizzare tutto il caleidoscopio dei suoi talenti.
Blagoj non si è mai lamentato. Appassionato del suo lavoro, non cerca facili applausi o consensi universali: le sue energie sono rivolte alla qualità del canto, all’intensità dell’interpretazione, allo studio della parte.
Ma a noi, pubblico, pare che la scena nostrana, negli ultimi anni, sia diventata pigra , sclerotizzata su caterorie che prima inventa e poi si autoimpone.
A danno di quei cantanti che dopo essere entrati nei ranghi dei comprimari di lusso, magari per le difficoltà legate al Covid, oppure perché volevano cantare con certe bacchette o maturare delle esperienze in grandi teatri, si ritrovano prigionieri dei preconcetti e non riescono ad ottenere un ruolo di primo piano che gli calzerebbe perfettamente per resa vocale, capacità scenica, competenze.
Sembra che nel Paese del Belcanto la gavetta sia diventata una condanna preventiva e la scrupolosità nella preparazione una sorta di condanna.
Ma lasciamo perdere le polemiche e cominciamo a parlare con il Maestro Nacoski.
Lei è nato in una famiglia di musicisti. Com’era l’atmosfera musicale a casa sua quando era bambino? Era da subito interessato al canto o prima ha suonato degli strumenti?
Sono nato in una famiglia in cui la musica non era semplicemente presente: era il modo naturale di stare al mondo. Cantavo da quando ho memoria di me stesso. Crescendo, ascoltavo mia madre studiare e cantare in casa e conoscevo a memoria tutte le sue parti: le cantavo, le recitavo, cercando perfino di ricreare le scene nel salotto di casa, come se fosse un piccolo palcoscenico.
Mi portava spesso in teatro, alle prove e alle recite, sin da piccolissimo — anzi, potrei dire già da prima di nascere, quando ero ancora nel suo grembo. E se qualche volta non mi portava con sé, io piangevo: il teatro per me non era un luogo straordinario, era semplicemente casa.
Posso dire, senza esagerare, che il mio debutto in palcoscenico è avvenuto a due anni, ne I Pagliacci, con i miei nonni — che erano coristi — in scena. Non era ovviamente un ruolo, ma il contatto con quel mondo è stato immediato e profondissimo.
A otto anni mi iscrissero alla scuola di musica, dove poi avrei frequentato anche il liceo musicale. Lì insistevano molto perché studiassi la tromba già da bambino: mia madre non ne fu entusiasta, e io ancora meno. Dopo poco tempo lasciai la scuola, forse perché sentivo che la mia strada non era quella dello strumento, ma della voce e del teatro.
Il canto, insomma, non è stato una scelta improvvisa o tardiva: è stato qualcosa che mi ha accompagnato fin dall’infanzia, quasi una seconda lingua, un modo spontaneo di esprimermi e di stare nel mondo.