Martedì, 17 Febbraio 2026
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Intervista al compositore Joe Schittino, a poche ore dalla prima mondiale della sua nuova opera: ‘ La Ragazza Imprudente’

 

Fra pochi giorni, l’11 ottobre, andrà in scena al teatro Tonino Pardo di Trapani, in  prima mondiale : "La ragazza imprudente" del compositore siciliano Joe Schittino, su libretto di Gianni Rigamonti.

Si tratta di una occasione preziosa, sia perchè Schittino è musicista raffinato, attento, capace di grandi pagine musicali, mai scontato e mai prevedibile, sia perché vedere nascere un’opera lirica, sapere che debutta sotto lo sguardo dell’autore, è una occasione rara,  che certamente il pubblico siciliano saprà non perdere.

L'Ente Luglio Musicale Trapanese  si dimostra ancora una volta motore coraggioso di proposte innovative. Per questo debutto allinea un cast di tutto rispetto: la direzione di Mirco Reina, regia, scene e costumi di Giuseppe Amato e le voci di un gruppo di specialisti come  Paola Vero (Angela), Blagoj Nacoski (Diego), Grazia Sinagra (Chita), David Costa Garcia (Alfredo) Silvia Regazzo (Sofia), e Massimo Modoni (Armando).

Da tempo apprezziamo il lavoro di Joe Schittino, uomo coraggiosamente autentico ed artista sensibile, raffinato, attento, profondo.

Ci piace il suo non essere mai scontato, il suo credere che la musica sia una sorta di lingua dell’anima, che riesce a dare forma a quelle sensazioni che le parole non sempre sanno descrivere.

Apprezziamo la volontà ci autentica contemporaneità, in un mondo che spesso cerca  il consenso attraverso la riproposizione di formule trite, di strutture rassicuranti, di trame già sentite.

Siamo convinti che il suo bisogno di musica, la sua passione incontenibile per la ricerca di sonorità pregne di valore e significati, siano l’unico vero motore per mantenere viva l’Arte.

Come siano francamente convinti che Joe Schittino sia prima un Artista che un musicista, un uomo che ha la necessità di scoprire e condividere la poesia del  suo mondo attraverso la musica.

Lo abbiamo raggiunto durante le prove dello spettacolo e gli abbiamo proposto una serie di domande per conoscerlo meglio, cui si è sottoposto con pazienza e cortesia,  dimostrandosi, in barba alla fotografia  con aria seriosa e compassata, ironico, garbato, riconoscente, divertente .

Un bel racconto nel quale ha narrato,  con grande umiltà, le tappe di una carriera internazionale decisamente importante , che molti suoi colleghi avrebbero ostentato con ben altri toni.

 

 

Ringraziando per questa occasione preziosa di parlare con un compositore a pochi giorni dal debutto in prima mondiale di un suo lavoro, cominciamo chiedendo come è nata la passione per la musica ?

A casa mia non ci sono stati professionisti, ma alcuni amatori di musica: mio nonno materno suonava la tromba nella banda di un reggimento militare, la nonna il mandolino, una prozia materna il pianoforte: lei è stata la mia prima insegnante di musica, in casa, quasi per gioco. Le sono infinitamente grato!

 

 

Quanto è stato difficile coltivare questa passione?

Quando scopri che non hai bisogno di applicarti con fatica a quello che fai, che anzi le cose vengono naturali, allora è più di una passione, diventa un percorso di vita. Le difficoltà all’inizio sono state di ogni tipo: economico e logistico innanzitutto (ho dovuto conciliare le lezioni in Conservatorio con le scuole superiori, e fare il pendolare da Siracusa a Catania due o anche tre volte alla settimana, spesso saltando la scuola), poi, quando era ormai chiaro che la musica sarebbe diventata il mio mestiere, ho capito di non poter contare su un terreno già spianato, come chi per esempio è nato in una famiglia di musicisti che sanno già come funzionano le cose: ma alla fine è stato estremamente stimolante partire da un “grado zero” esplorando tutte le tappe sia dell’artista creativo, che del docente di musica. Naturalmente lungo il percorso ho incontrato anche persone preziose, che mi hanno consigliato e guidato, e in alcuni casi anche sostenuto: grazie a loro è stato tutto più facile.

 

Certamente in casa sua si amava la musica: non a caso sua sorella è un valente soprano. Ci racconta il vostro rapporto speciale? A quando un lavoro scritto per lei?

Mia sorella Jennifer oggi è un soprano specializzato in musica rinascimentale e barocca, e vanta importanti collaborazioni: da bambini siamo cresciuti insieme condividendo, oltre la vita quotidiana e le amicizie infantili, anche le prime esperienze musicali. Per lei ho creato il ruolo della protagonista nell’opera La Neuberin su libretto di Klaus Rohleder, andata in scena nel 2007 allo Stelzenfestspiele bei Reuth, e posso dire di avere modellato le linee del canto sulla sua specifica vocalità. Attualmente, in un momento in cui le agenzie hanno un ruolo determinante nella scelta dei cast, per me è molto difficile dire una parola, anche solo per suggerire, un cantante: ma in futuro spero naturalmente che si crei l’occasione giusta, magari anche in un contesto più libero e non determinato da scelte “obbligate”, per scrivere di nuovo qualcosa per mia sorella.

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Intervista alla cantante, attrice, conduttrice che spopola negli Stati Uniti,  raggiunta durante le vacanze italiane.

In questi giorni di fine estate abbiamo avuto l’opportunità di un incontro speciale: Giada Valenti.

Un nome che in Italia conoscono in pochissimi.

Ma in realtà è una popolarissima primadonna in America. 

Ha recitato a Broadway ; cantato davanti a due Presidenti USA; riempito i principali teatri americani, compreso per due volte la Carnegie Hall; condotto trasmissioni televisive seguite da milioni di persone; lavorato con il produttore di Whitney Houston ; presentato innumerevoli volte la Columbus Day Parade di New York ; duettato con Andrea Bocelli, solo per dire le prime cose che vengono in mente.

Legata profondamente all’Italia ed in particolare alle zone della sua infanzia, dove e’ in questo periodo in vacanza, l’abbiamo incontrata quasi casualmente: era fra il pubblico di alcuni concerti di Giulia D’Andrea, musicista di grande spessore, anche lei più apprezzata lontano da casa che in patria.

Colpisce subito l’atteggiamento con cui la signora Valenti si muove: umile, gentile, sorridente, prodiga di complimenti verso gli artisti, molto disponibile con tutti.

Insomma, nessun divismo, nessun atteggiamento prevaricatore, ma grande modestia, attenzione verso gli altri, voglia di condividere ed il coraggio di gioire per i meriti altrui.

Peraltro, siamo davanti ad una artista di grande personalità.

Dotata  di una voce molto ricca di colori e solida nell’emissione, ha un repertorio decisamente vasto, che ripercorre la musica dal Secondo Novecento, che sa proporre senza forzature, facili effetti vocali o esuberanze vocali: lei è essenzialmente una interprete, che riesce a ‘vestire’ i brani che propone, a farli suoi, a raccontare di sé attraverso le parole di un altro.

Nei suoi spettacoli spesso riprendere canzoni italiane, che trasforma anche con atmosfere jazz; propone pezzi che ha scritto lei; cavalli di battaglia della Piaf e di altri grandi interpreti; brani dei suoi album, con l’obiettivo di creare una particolare atmosfera, nella quale possa specchiare il suo vissuto, cercare di  trasmettere la passione che l’ha spinta a tentare ‘l’avventura americana’, evocare quel bisogno di ‘stare bene’, con se stessi e gli altri, di cui  sempre le parlavano i nonni.

Non cerca note pirotecniche, che peraltro possiede, ma  narrazioni, nelle quali musica e poesia duettino.

Vera ambasciatrice dell’Italia negli Usa, ogni qualvolta le è possibile ricorda il nostro paese e, forte di una popolarità granitica, di cui in Italia si parla pochissima, organizza  eventi per  i suoi fan,  che fa arrivare in quel lembo di terra fra Friuli Venezia Giulia e Veneto dove è cresciuta.

 

Le abbiamo sottoposto una lunga serie di domande, per cercare di conoscerla meglio.

Sapendo che era presa fra prove ed impegni, le abbiamo proposto i di scegliere a quali rispondere. 

Il risultato è che non ne ha saltata nessuna, offrendo ancora una volta una prova di disponibilità e modestia decisamente non comuni.

 

Lei è nata a Portogruaro, bellissima località a cavallo fra Friuli e Veneto ed ha studiato a Venezia.  Nonostante la carriera internazionale ai massimi livelli, cosa di lei è ancora profondamente italiano?

Sono nata a Portogruaro, e quella radice resta sempre dentro di me, anche se la mia carriera mi ha portato in giro per il mondo. Di me è profondamente italiano l’amore per la famiglia, il senso di comunità, il legame con le tradizioni e con i luoghi in cui sono cresciuta. Porto con me la bellezza, la passione e l’emozione che fanno parte della nostra cultura. Credo che il modo in cui interpreto le canzoni e il desiderio di creare sempre un legame autentico con chi mi ascolta siano anch’essi tratti molto italiani: cantare con il cuore, con sincerità e con amore.

 

Comincia a studiare musica molto presto. A sette anni canta e suona il pianoforte. Sicuramente gli stimoli in famiglia c’erano. Ci racconta qualcosa di sua nonna e della sua passione per l’opera lirica?

La mia passione per la musica nasce sicuramente grazie alla mia famiglia. Mia nonna aveva una voce meravigliosa, un soprano lirico mancato: avrebbe potuto avere una carriera, ma la vita l’ha portata a crescere sette figlie. Cantava sempre, e la sua voce riempiva la casa. Mio nonno, invece, era un grande appassionato d’opera: conosceva a memoria tutti i libretti, ma anche le canzonette popolari e le canzoni del Festival di Sanremo.

È stata proprio mia nonna a portarmi per la prima volta a cantare con il coro in chiesa, seduta sulle sue ginocchia…. Ed è stata la nonna a dire ai miei genitori che avevo un dono e che dovevano farmi studiare…la sento sempre presente quando canto….

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Intervista alla regista e drammaturga Valentina Ciaccia di Teatro dei Colori

Chi abbia assistito a uno spettacolo firmato Teatro dei Colori è impossibile non sia rimasto meravigliato da quel nero da cui tutto sgorga in maniera poetica, mescolando arti visive, artigianalità e impegno fisico. Coinvolgendo chi guarda in un’esperienza, anche uditiva, che finisce con il sospendere la realtà ricreandone forme e significato. Per capirne di più e gettare uno sguardo su un meccanismo che continua a incantare dopo quasi 40 anni di attività, abbiamo intervistato la regista e drammaturga Valentina Ciaccia, che dentro Teatro dei Colori ci è praticamente cresciuta.

 

Partiamo dall’inizio qual è l’intuizione che ha portato alla nascita del Teatro dei Colori?

Il Teatro dei Colori nasce nel 1987, soci fondatori Gabriella Montuori e Gabriele Ciaccia, dalla necessità di creare una forma di teatro fortemente ibridata con le arti visive. 

Il primo spettacolo Colori…immaginare l’immagine vede nella sua prima versione l’uso di figure luminescenti, musica elettronica, diapositive, stoffe riflettenti. Gli animatori si muovono su fondo nero, invisibili, in una fusione di tecniche sceniche che va dalla biomeccanica al bunraku, oltre ovviamente alla ben nota tecnica del teatro su nero di matrice mitteleuropea. 

Il riferimento però è soprattutto al Teatro del Bauhaus, alle avanguardie storiche, e ovviamente al Teatro del Colore del Futurista abruzzese Achille Ricciardi, il primo teorico dell’uso psicologico del colore in scena, un intellettuale dimenticato dalla storia, che era in contatto con Craig ed altri grandi del ‘900.

Questo spettacolo vince il primo premio ETI - poi ribatezzato Stregagatto - e anche grazie a questo, la compagnia riceve il riconoscimento del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che mantiene fino a questo tumultuoso 2025.

 

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“La Platea” ha intervistato la regista Anna Piscopo, una chiacchierata ricca di spunti profondi e un omaggio sincero a Galliano Juso, produttore del film, purtroppo il suo ultimo.

Abbiamo intervistato Anna Piscopo, regista del film “Mangia”, che esordisce in una pellicola che sta diventando un piccolo caso cinematografico, una commedia grottesca e a tratti amara, sull’isolamento e sulla solitudine, trattata con stilemi contemporanei e di grande impatto visivo.  La storia è quella di Maria, una giovane che cerca di uscire dall’isolamento intimo e sociale in cui si trova, tentando di percorrere la strada dell’arte, ma con scarsi risultati. Il cinema della Piscopo è dirompente e visionario, con chiari riferimenti al cinema neorealista e a quello muto (nel quale la Piscopo riconosce un grande insegnamento). Il film è girato a Catania, una città capitata “per caso”, che però ha accolto pienamente il messaggio che la regista voleva portare, città nel quale la Piscopo ha procacciato buona parte degli attori, spesso persone che vivevano ai margini, svolgendo un’azione significativa di qualificazione sociale.  Un film prodotto da Galliano Juso, il suo ultimo film prima di morire e che, come la regista afferma, ha svolto un’azione di maestro e di padre.

 

Ci racconti la genesi del film?

Il film nasce da un monologo che avevo scritto e portato in scena, lo spettacolo era totalmente diverso dal film, l’unico spunto che abbiamo tenuto è il personaggio di Maria, che però nella piece scappava dalla provincia per venire a Roma. 

 

L’incontro con Galliano Juso è stato fondamentale per la realizzazione del film. Come vi siete incontrati?

Conoscevo Galliano Juso di fama,  lo stimavo molto anche perché sapevo che aveva prodotto Cipì e Maresco che per me sono dei miti assoluti, “Lo zio di Brooklin” è stato uno dei miei film iconici. Poi ci siamo incontrati in un bar in cui andavamo entrambe, il “Salotto 42”in piazza di Pietra a Roma che fino a qualche anno fa era frequentato da svariati artisti.  A quel punto io e Galliano abbiamo riscritto la sceneggiatura, alla quale abbiamo lavorato a quattro mani, visto che lui ha seguito tutto il processo creativo accompagnandomi assiduamente. L’idea era quella di fare una commedia urbana, non volevamo fare un adattamento dello spettacolo, ma costruire una “rappresentazione corale” con più personaggi  che seguissero un certo tipo di tipologia.

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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