Martedì, 16 Aprile 2024
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La signora Dalla Benetta è sicuramente uno dei soprani più stimati dagli appassionati dell’opera. 

Premio Abbiati 2021 per la Lady del ‘Macbeth’, andato in scena nella edizione  francese del 1865 al  Festival Verdi 2020 a Parma diretta dal M° Roberto Abbado, la raggiungiamo a Trieste, dove si prepara per andare in scena con lo stesso titolo, nella più tradizionale versione italiana.

Una lunga carriera, con una impegnativa gavetta, che ha portato ad una maturazione della voce, cresciuta, grazie ad una  tecnica solidissima, arricchendosi in peso e colori, senza perdere una grande estensione, legati prodigiosi,  acuti infallibili. La nota distintiva è essere artista a tutto tondo, capace di costruire i personaggi con passione, verità, coraggio. Dotata di un grande carisma ma anche  pronta, con  umiltà e coraggio, a mettersi in gioco ogni volta che affronta un personaggio,  facendo arrivare in sala la sensazione di essere davanti ad una artista capace di vivere intensamente le tappe di un grande percorso musicale, senza sedersi mai sugli allori. Una carriera di grandissimo respiro, costruita con severità e passione, lavorando moltissimo su uno strumento prezioso che negli anni è passato da un repertorio di coloratura a quello drammatico ed un repertorio vastissimo, che la cantante intende continuare ad ampliare. Ma andiamo con ordine. Prima di tutto gli studi.

 

Dopo il diploma  al Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, lei ha seguito moltissimi corsi di perfezionamento  con alcuni fra i più titolari artisti del secondo Novecento: Romano Gandolfi, Aldo Ceccato, Stella Silva, Mirella Parutto, Alida Ferrarini, Iris Adami Corradetti, Luciana Serra, Denia Mazzola, Sherman Lowe, Renata Scotto. A chi di loro si sente più legate e perché?

Sinceramente sono legata a tutti coloro con cui ho potuto lavorare e crescere, docenti di canto, direttori d’orchestra e registi… ogni consiglio è prezioso ancora oggi. 

 

Quello con Macbeth è un ritorno a Trieste, dove ha cantato in molte occasioni. Ha qualche ricordo particolare legato al Teatro Verdi?

la prima immagine che ho del teatro se chiudo gli occhi è la vista sul molo audace dal mio camerino… è stato emozionante dopo 11 anni potermi riaffacciare di nuovo a quella finestra.

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Intervista al tenore presto protagonista de La Boheme di Puccini al teatro Verdi di Trieste

Una piacevole chiacchierata con Alessandro Scotto di Luzio, un tenore che si sta ritagliando uno spazio sempre più rilevante fra le nuove voci italiane e che sarà Rodolfo in ‘La Boheme’ di Puccini presto in scena al Verdi di Trieste.

Cantante brillante e  versatile, con una voce ricca di colori e sfumature, una  tecnica sicura ed un modo elegante di muoversi in scena. Un attore, che non cade in gigionerie, non cerca il facile effetto e riesce a costruire in scena personaggi veri. Ma soprattutto, alla fine dell’intervista emerge una persona gentile, cortese, disponibile, che ha accettato di rispondere alle domande di questa lunga intervista e che ha chiari i valori della famiglia, del senso del dovere, della riconoscenza, del sacrificio.

 

 

In realtà lei, nonostante la giovane età, vanta un lungo curriculum, perché ha iniziato giovanissimo. Come ha scoperto la sua passione per l’opera?

Mi sono avvicinato all’opera grazie a mio nonno, che era un amante dell’opera e della canzone napoletana. Conosceva anche delle arie, come ‘Che Gelida Manina’ e ‘E Lucean le stelle’ , che canticchiava spesso con voce da appassionato, non da cantante, dedicandole alla nonna. Ne usciva una atmosfera di grande bellezza e sicuramente questo contribuì significativamente per  trasmettermi la passione per il belcanto.

Mi accorsi presto di avere una bella voce: ad otto anni cantavo ‘O Sole mio’, ‘Torna a Surriento’, insomma il repertorio classico napoletano ed i parenti alle feste mi chiedevano di esibirmi per loro. Così poi inizi a studiare, studiare, studiare e ti rendi conto che una vita non basta per imparare tutto quello che vorresti sapere.

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Intervista ad Amanda Sandrelli che ci racconta la sua Lisistrata

L’incontro con Amanda Sandrelli è avvenuto  durante le tappe della tournee teatrale di Lisistrata, commedia di Aristofane proposta nella rilettura di Ugo Chiti.

Diciamo subito che siamo di fronte ad una persona deliziosa, autentica, informale, che trasmette la sua passione per il lavoro che fa, ma che lo vive con la giusta distanza, senza divismi e dando la netta sensazione di essere profondamente  autentica, con una adamantina scala di  valori ed un raro senso dei ruoli.

Sciolto immediatamente l’imbarazzo, la signora Sandrelli è stata generosissima nelle risposte, offrendo anche insperati spaccati del suo vissuto.

 

Lisistrata è una commedia di Aristofane di grande successo, che ha avuto tante trasposizioni e riletture. Quale è la nota distintiva del vostro spettacolo ?

Chi conosce il teatro di Ugo Chiti sa che siamo davanti ad un autore ed un regista che ha un segno  distintivo molto riconoscibile, dote che non tutti i registi hanno.

Per chi non lo conoscesse, Chiti è un autore che ha lavorato molto sul linguaggio, sul dialetto, che osa ‘sporcare’ il linguaggio e rifugge dall’utilizzo di  un italiano letterario, quasi astratto.

Quando Chiti, una quarantina di anni fa, ha conosciuto il gruppo ‘Arca Azzurra’, con cui lavoro da quattro anni, erano una compagnia quasi  amatoriale, ognuno di loro aveva un altro lavoro, provenivano da famiglie contadine ed il regista ha lavorato cucendo i personaggi addossi agli attori. Ovviamente negli  anni la compagnia è cresciuta, però la confidenza e la conoscenza che Ugo ha con i suoi attori si vede e si sente nello spettacolo.

La Lisistrata che proponiamo  è una Lisistrata moderna, che non tradisce né l’Antica Grecia, né tantomeno Aristofane, ma prende dei riferimenti che sono riconoscibili per il pubblico.

La farsa è  legata al tempo in cui è  stata scritta. I riferimenti ai personaggi ed ai politici dell’epoca facevano ridere allora, ma ovviamente se sono passati  due millenni e mezzo, bisogna procedere con una riscrittura . Per fare un esempio, l’atmosfera che richiama il Commissario, figura maschile e maschilista, ha un’aria fascista, senza che lo spettacolo sia ambientato al tempo del fascismo. Semplicemente quel tipo di prevaricazione, di  violenza, di superomismo, a noi rimanda automaticamente a quelle situazioni, a quei riferimenti.

Questo è il lavoro fatto  da Chiti, che ci propone una Lisistrata molto semplice da godere,  un po’ sboccata, come esplicitamente richiede  il testo, ma mai volgare.

Una farsa cui non viene tolto nulla, che non cade negli intellettualismi fuori luogo, ma che , forte anche della toscanità del regista, riesce ad essere diretta ma non di cattivo gusto.

Per quel che mi riguarda,  credo di avere il pregio di riuscire ad adattarmi bene al gruppo dove lavoro. Se c’è una compagnia che funziona, persone che stanno bene fra loro, umanamente oltre che professionalmente , riesco ad entrare facilmente in  sintonia, non ho mai avuto grandi problemi: non sono una che si impone, ma non sono neanche una che si lascia mettere i piedi in testa. Mi piace seguire quello che mi viene richiesto e quello che accade intorno a me.

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Intervista a Isabella Cremonesi, direttrice artistica del teatro del Vigentino di Milano

 

L’improvvisazione teatrale negli ultimi anni ha interessato sempre più spettatori, vuoi per prima cosa spiegare di che cosa si tratta e in che consiste uno match di improvvisazione teatrale?

È l’arte di andare in scena con spettacoli completamente improvvisati. Nell’improvvisazione lo spettacolo nasce con gli spettatori in sala e finisce quando questi escono da teatro e non verrà mai più replicato. Nell’improvvisazione l’attore deve essere anche coreografo e regista perchè tutto nasce solo da chi è in scena, quindi è un’arte di gruppo, interattiva, di comunanza che se vogliamo può essere paragonata al Jazz, dove i musicisti conoscono la musica, ma l’opera nasce al momento. Nell’improvvisazione non si parla di spettacoli di prosa, con un titolo, ma di format e il match di improvvisazione teatrale è uno di questi. Il match nasce nel 1977 a Montréal da due attori canadesi che hanno pensato di unire lo sport al teatro. Quindi è una gara artistica, divisa in due tempi, fra due squadre di attori con un arbitro con tanto di fischietto, due assistenti e i giocatori/attori che indossano delle maglie con i numeri. In una serata vengono disputati diversi sketch che variano da uno a dieci minuti e alla fine di ognuno di questi il pubblico vota la squadra che è piaciuta di più, l’arbitro nel frattempo fischia eventuali falli e a fine serata si decreta il vincitore. Ci sono dei veri e propri campionati sia locali che nazionali, addirittura mondiali.

 

Nel 2005 hai fondato il teatro del Vigentino, che si è poi affermato come punto di riferimento per il teatro d’improvvisazione di Milano e provincia: come è stata la risposta del pubblico all’inizio e come è cambiata nel corso degli anni?

Sono partita dal nulla. All’inizio avevo un corso di improvvisazione di tre allievi che poi sono diventati dieci e da lì è stato un crescendo. Non c’erano i social quindi la pubblicità veniva fatta con volantini stampati a mano che distribuivo nei negozi o nelle fiere di quartiere. Il passaparola è stata l’arma vincente, segnale che il pubblico si divertiva e invitava anche altre persone a venire da noi. 

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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