Venerdì, 17 Settembre 2021
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Uscita su Netflix a ottobre del 2020, La regina degli scacchi è diventata un cult in pochissimo tempo, registrando visualizzazioni record mai fatte prima sulla piattaforma. La miniserie firmata dal colosso dello streaming, in originale The Queen’s Gambit, che è anche il titolo del libro da cui è tratta, è rimasta per settimane al primo posto dei titoli più visti e per mesi nella top ten: stando ai dati diffusi da Netflix, sono 62 milioni le visualizzazioni raggiunte soltanto nel primo mese, che l’hanno fatta diventare la miniserie più guardata di sempre sulla piattaforma. Non solo: il libro omonimo scritto da Walter Tevis quasi quarant’anni fa, nel 1983, ha subito un’impennata clamorosa nelle vendite. Stessa sorte è toccata alle scacchiere, la cui vendita è aumentata del 250%, e ai siti dedicati al gioco degli scacchi, che hanno visto aumentare gli utenti anche di due milioni nel giro di pochi giorni. Ma a cosa è dovuto questo straordinario successo?

Sette episodi, ognuno intitolato con termini tecnici riguardanti le fasi di gioco (Aperture, Mediogioco, Sospensione, Finale) e le mosse (Scambi, Pedoni Doppiati, Forchetta), che a loro volta descrivono le fasi della vita di Elizabeth Harmon, interpretata dalla bravissima Anya Taylor-Joy (The Witch, Emma, Peaky Blinders), che dopo la morte della madre viene mandata in un orfanotrofio, a nove anni. Un racconto di formazione, dunque, in cui lo spettatore si ritrova fin da subito ad empatizzare con una bambina dal destino che sembra inesorabilmente segnato.

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Il 19 luglio scorso in anteprima esclusiva mondiale su Netflix è uscita la terza stagione della Casa di Carta (la casa de Papel) serie spagnola ideata, diretta e in parte prodotta da Álex Pina. Le prime due stagioni di 15 episodi terminate nel 2017 hanno avuto ampia risonanza a livello internazionale con diversi premi ricevuti in giro per il mondo e ovazioni varie di critici e spettatori.

Un successo planetario per una serie partita in sordina ed esplosa senz'altro molto più delle rosee aspettative di produzione, regista e attori.

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Dopo due anni di attesa (insoliti per una serie tv) Big Little Lies ci riporta sulle spiagge della bella Monterey, California. Il finale della seconda stagione è andato in onda lo scorso martedì 23 luglio, alle 21 su Sky Atlantic. La prima serie è stata acclamata dalla critica come uno dei migliori prodotti HBO, trionfando agli Emmy del 2017 e ai Golden Globe del 2018.

 

L’Oceano. La Pacific Coast Highway. Il Big Sur. Monterey è più splendente che mai. La sigla di Big Little Lies – Cold Little Heart di Michael Kiwanuka – ci culla e ci accompagna in questa nuova, attesissima stagione.

Dal montaggio, alla fotografia, alla scelta della colonna sonora. Tutti fattori che concorrono a renderla una delle serie più belle prodotte da HBO (di cui, en passant, ci teniamo a ricordare le top series I Soprano, Sex&The City, Il Trono di Spade, True Detective). 

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Dopo il debutto della prima puntata, non delude la seconda di Chernobyl, stavolta costruita come una sorta di diario a raccontare le ore successive all’ incidente.

Corretta la scelta di far iniziare la puntata con un riferimento al momento in cui, anche dall' accademia di scienze di Minsk, ci si accorge di strane polveri presenti nell’ aria, quindi il successivo interesse della scienziata ad approfondire l' origine di quelle polveri presenti nell' aria e effettuare relative indagini; intanto, nei pressi di Chernobyl, gli ospedali cominciano a riempirsi di gente che si sente sempre più male, mentre i vertici politici ignorano la gravità dell’ incidente.

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Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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