Sabato, 18 Settembre 2021
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La regina degli scacchi: un successo che non accenna a diminuire

Uscita su Netflix a ottobre del 2020, La regina degli scacchi è diventata un cult in pochissimo tempo, registrando visualizzazioni record mai fatte prima sulla piattaforma. La miniserie firmata dal colosso dello streaming, in originale The Queen’s Gambit, che è anche il titolo del libro da cui è tratta, è rimasta per settimane al primo posto dei titoli più visti e per mesi nella top ten: stando ai dati diffusi da Netflix, sono 62 milioni le visualizzazioni raggiunte soltanto nel primo mese, che l’hanno fatta diventare la miniserie più guardata di sempre sulla piattaforma. Non solo: il libro omonimo scritto da Walter Tevis quasi quarant’anni fa, nel 1983, ha subito un’impennata clamorosa nelle vendite. Stessa sorte è toccata alle scacchiere, la cui vendita è aumentata del 250%, e ai siti dedicati al gioco degli scacchi, che hanno visto aumentare gli utenti anche di due milioni nel giro di pochi giorni. Ma a cosa è dovuto questo straordinario successo?

Sette episodi, ognuno intitolato con termini tecnici riguardanti le fasi di gioco (Aperture, Mediogioco, Sospensione, Finale) e le mosse (Scambi, Pedoni Doppiati, Forchetta), che a loro volta descrivono le fasi della vita di Elizabeth Harmon, interpretata dalla bravissima Anya Taylor-Joy (The Witch, Emma, Peaky Blinders), che dopo la morte della madre viene mandata in un orfanotrofio, a nove anni. Un racconto di formazione, dunque, in cui lo spettatore si ritrova fin da subito ad empatizzare con una bambina dal destino che sembra inesorabilmente segnato.

Ma è proprio nell’istituto del Kentucky che Beth incontra colui che le cambierà radicalmente la vita: il custode e inserviente Mr. Shaibel (interpretato da Bill Camp), che nello scantinato trascorre il tempo giocando a scacchi da solo. Dopo la reticenza iniziale, l’uomo decide di farla giocare e capisce, fin dal primo istante, di avere davanti una bambina estremamente brillante. Beth riproduce ogni notte nella sua testa, osservando il soffitto della stanza e aiutandosi con le pilloline verdi divenute ormai famose, le partite giocate con il signor Shaibel, studiandone ogni dettaglio. Ci vorrà davvero poco per far capire all’uomo che la bambina prodigio merita un palcoscenico degno delle sue abilità. Ed è qui che, stando ad alcune analisi psicologiche, scatta nuovamente l’empatia: chi guarda vuole sapere se la piccola ce la farà, se la sua sarà una storia di riscatto, se dalla profondità dell’abisso riuscirà a raggiungere la vetta del mondo. Perché allo spettatore piace sapere che tutto è possibile.

Si parte dunque con piccole gare amatoriali, in cui avversari più grandi ed esperti vengono battuti senza pietà, fino al secondo incontro che cambierà in maniera definitiva la vita della nostra giovane protagonista, ormai adolescente: quello con la madre adottiva (in teoria esiste anche un padre, ma per sua volontà uscirà molto presto di scena). Sarà infatti la signora Alma Wheatley (interpretata da Marielle Heller) ad avere la seconda intuizione geniale: gli scacchi possono essere una professione, e anche abbastanza redditizia. Cominciano così i tornei, prima locali poi nazionali, e cominciano anche le prime vittorie importanti di Elizabeth Harmon. Il suo nome diventa famoso anche al di fuori del Kentucky, soprattutto dal momento in cui si ritrova a dividere il titolo di campionessa degli Stati Uniti con l’arrogante Benny Watts (alias Thomas Brodie-Sangster), dopo l’ultima partita del torneo a punti, terminata con la prima sconfitta della sua carriera, e a cui seguirà uno dei dialoghi più belli di tutta la serie:

- Non puoi prevedere tutto sempre e comunque, nessuno può.

- Tu di scacchi non sai un bel niente.

- Ma so cosa si prova a perdere.

- Sì, questo è sicuro.

- E ora lo sai anche tu.

Sono tanti i motivi che hanno determinato il successo de La regina degli scacchi, uno tra tutti è da attribuire indubbiamente al connubio tra gioco e film che da sempre ha appassionato il pubblico; e non serve conoscere mosse e strategie per rimanerne completamente assorbiti. Anzi, l’indugiare sulla terminologia e sulla tattica, con la telecamera che riprende i pezzi dando quasi l’impressione che si muovano da soli sulle 64 case – proprio nella scena di cui sopra, Beth spiega alla madre, con dovizia di particolari, cosa è accaduto in gara descrivendo dettagliatamente l’intera partita – aumenta la voglia di acquistare tutti i manuali pubblicati finora, per imparare a memoria ogni mossa, ogni definizione e giocare come la protagonista.

Il riscatto, dunque, ma anche l’amicizia, un po’ di orgoglio americano e un po’ di femminismo sono tra gli elementi determinanti nel successo della serie. Beth diventerà infatti amica, e talvolta amante, di tutti gli uomini più importanti che ha sconfitto nel corso della sua ascesa e che, insieme a Jolene (Moses Ingram), con cui ha trascorso l’infanzia e la preadolescenza in orfanotrofio, le staranno accanto anche nei momenti più bui – quelli dell’abuso di alcool e pillole – e, soprattutto, la aiuteranno quando deciderà che gli Stati Uniti non sono abbastanza: la grandezza a scacchi, infatti, si può certificare soltanto battendo i più grandi ovvero i sovietici.

Beth deciderà così di sfidare il campione del mondo, il Gran Maestro Vasily Borgov (alias Marcin Dorociński), e diventare la prima americana a battere un sovietico; come Bobby Fischer nel famosissimo match contro Boris Spassky del 1972. Ma c’è anche un po’ di femminismo, come detto prima, ed è impossibile non pensare subito a Judit Polgár, la prima donna ad entrare nella top ten dei migliori giocatori del mondo, diventata Gran Maestro a quindici anni (battendo proprio il record di Fischer) e collezionando vittorie contro Garry Kasparov, Anatolij Karpov e Magnus Carlsen (attuale campione del mondo).

E dietro le scene, che riprendono partite realmente giocate nel passato, c’è proprio Garry Kasparov che, insieme a Bruce Pandolfini, ha preso parte al progetto come consulente. E forse anche per questo La regina degli scacchi è piaciuta così tanto, anche tra i professionisti: per il rispetto straordinario che si ha nei confronti del gioco e, di conseguenza, dello spettatore, che viene considerato perfettamente in grado di comprendere e approfondire concetti e strategie complesse. Perché, come dice Beth, “gli scacchi possono essere meravigliosi”, e lo sono soprattutto nella difficoltà di una difesa siciliana o di un gambetto di donna.

 

 

 

redazione

18 febbraio 2021

 

 

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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