Recensione dello Spettacolo Falstaff, l’arte di farla franca presso il Teatro Quirino di Roma dal 05 al 17 maggio 2026
L'arte della parola, della persuasione, della seduzione, dell'affabulazione, finanche dell'inganno, è protagonista, esaltata e smascherata allo stesso tempo, nel Falstaff di Davide Sacco, "Falstaff, l'arte di farla franca", in scena dal 5 al 17 maggio in prima nazionale al Teatro Quirino di Roma. Nel doppio ruolo di regista e autore Sacco propone, con un notevole sforzo di scrittura, una rivisitazione combinata dell’opera “Le allegre comari di Windsor” di Shakespeare, di cui eredita e mantiene la leggerezza e la comicità del protagonista e degli intrighi, e del Don Giovanni di Moliere, una commedia drammatica che ragiona, invece, sulla morale, sul concetto del Cielo come forza esterna e suprema, sulla presenza di un sommo giudice che non redime, bensì punisce chi pensa di potersi beffare di Lui. A interpretare Sir John Falstaff, il personaggio shakespeariano al limite tra comicità e dramma, è Emilio Solfrizzi che, calato immediatamente nella parte, passa tra gli astanti in sala, istrionico, egocentrico, narciso, avvolto nei lustrini di una giacca nera paillettes e raggiunge il palcoscenico, accompagnato da due soubrette che acclamano, a sorrisi spiegati, fragorosi applausi per il "one man show". Dopo una rapida arringa, sulla base di una incalzante colonna sonora e luci da varietà, che anticipa le intenzioni narrative e l'intreccio della storia, cala di colpo il drappo dorato ed è subito spettacolo. Sette personaggi, oltre Falstaff, colorati e caricaturati, animano il palcoscenico, alternandosi in un via vai di scene dal sapore brechtiano che ruotano su una piattaforma, creando una sensazione di costante circolarità, ritmo e movimento: due donne, le comari, che svolgono un ruolo centrale, smascherando gli inganni del seduttivo e ignaro Falstaff; i due camerieri aiutanti, apparentemente sciocchi eppure sufficientemente astuti da allearsi alle due donne e far cadere la maschera scanzonata e beffarda del loro padrone, riducendolo nel ridicolo e costringendolo, per la prima volta, a fare i conti con le conseguenze delle sue sconsiderate azioni; i due mariti delle comari, più avvezzi al gioco e alle sfide che realmente gelosi e preoccupati della fedeltà delle loro rispettive mogli, ma che, proprio per sfida, offrono a Falstaff, che si scompiscia e li schernisce, un compenso in denaro per corteggiarle e sedurle; il passante, un brav’uomo, creditore di Falstaff che, altresì bullo e menzognero, lo invischia in una rete di false lusinghe e discorsi fantasiosi che padroneggia fino a manipolare il suo interlocutore a suo piacimento e scopo; e infine l'onnipresente e centrale figura del mendicante, un personaggio più onirico che reale, che è allo stesso tempo coscienza e commendatore, il “convitato di pietra” preso in prestito dal Don Giovanni, che, dopo vari ma vani preavvisi, appare nell’ultimo atto per punire, una volta per tutte, l’irriverenza di Falstaff.