Sabato, 24 Gennaio 2026
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Recensione dello spettacolo La coscienza di Zeno, in scena al Teatro Quirino, dal 20 al 25 gennaio 2026

 

Approda al Quirino, dopo due anni di successi mietuti in tutta Italia (la prima rappresentazione è del 2023 in occasione del centenario della pubblicazione del romanzo), “La coscienza di Zeno” con la regia di Paolo Valerio, grazie alla produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. L’occhio proiettato sul sipario a inizio e fine della messa in scena, quello del dottor S.,  è una dichiarazione da parte del regista della fedeltà alla predisposizione psicanalitica di uno dei capolavori del Novecento. Ci sentiamo effettivamente osservati, ci troviamo in un rocambolesco capovolgimento delle sedie su cui siamo assisi a un lettino, pronti ad essere analizzati fin dal profondo.

A rispecchiare le nostre visioni immaginifiche, i nostri sogni più complessi, i dubbi ed i turbamenti, è la scena stessa su cui si muovono come in continui salti di memoria e di pensieri i personaggi tutti, anch’essi al servizio di un unico direttore di scena, la mente di Zeno Cosini. Che nel romanzo sveviano rifugge ad un certo punto a farsi psicanalizzare e per vendetta il dottor S. ne racconterà la storia, fornendo, dapprima al lettore, ma poi (come nel nostro caso) allo spettatore, un centinaio di chiavi differenti per leggerci nell’anima. Alessandro Papa, video creator, ci invita a cadere insieme agli attori in un altro universo costruito su una serie di immagini fortemente evocative lasciate scorrere sia sui pesanti tendaggi di velluto che circondano la scena, sia sul grande oblò centrale, che come un obiettivo gigante mette a fuoco i pensieri di Zeno, ne ingrandisce le mania, ne racconta i propositi, in fondo mai realizzati. Pochi oggetti di scena, sedie, su cui gli attori salgono e scendono, che si spostano, che si erigono in volo anche. Essenziali, fondamentali! (Scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta).

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 Recensione dello spettacolo Wonder Woman in scena al Teatro Vascello dal 15 al 18 gennaio 2026

 

 

Siamo nel 2015 quando tre giudici della Corte d’Appello di Ancona assolsero in secondo grado due giovani dall’accusa di violenza sessuale su una ventenne. Secondo la Corte "la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo 'Vikingo' con allusione a una personalità tutt' altro che femminile quanto piuttosto mascolina”. La “scaltra peruviana”, così venne definita la vittima dalle tre giudici durante il processo, fu addirittura accusata di aver provocato e sedotto i due giovani. Troppo poco attraente per essere stuprata, questa fu la conclusione dell’abominevole sentenza. Solo nel 2022 i due giovani furono condannati dalla Corte di Cassazione in via definitiva. 

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Recensione dello Spettacolo Meno di Due presso Spazio Diamante a Roma dal 13 al 18 gennaio 2026

 

Si ride, a Spazio Diamante, grazie alla coinvolgente naturalezza interpretativa di Anna Bellato, e alla sua fragorosa e a tratti inaspettata risata, che contagia immediatamente il pubblico, e di Francesco Colella, che la spalleggia con complicità e intesa. "Meno di due", scritto e diretto da Francesco Liegi, con Francesco Colella, Anna Bellato e Leonardo Maddalena della compagnia Teatrodilina, torna a teatro, nella periferia est di Roma, dal 13 al 18 gennaio: è la storia dell'incontro tra un uomo e una donna dopo mesi di conversazioni online; è il racconto di una relazione reale, del coraggio di un primo vero appuntamento, delle speranze e dei timori, delle vittorie e delle sconfitte, degli slanci e dei rifiuti, delle illusioni e delle delusioni, delle fragilità e delle vulnerabilità che, sembra suggerire il regista, rendono, a volte, due persone un po' meno di due. Nel buio della sala (sala White), che alla prima conta il tutto esaurito, un altoparlante annuncia l'arrivo del treno alla stazione di Padova, circa un'ora di distanza da dove abita Anna, una donna single, senza figli, apparentemente indipendente, forte ed entusiasta; otto ore di viaggio, invece, da Catanzaro, città natale di Francesco, un uomo divorziato, con una figlia adolescente, professore di greco, alla soglia dei cinquanta. È autunno inoltrato, fuori la pioggia scivola dal cielo senza tregua. È il loro primo incontro, nel bar della stazione di Padova. L'imbarazzo della prima volta dal vivo è palpabile: mentre l'ombrello continua ad aprirsi tra le mani nervose di Francesco, che tenta invano ripetutamente di chiuderlo, la timidezza e l'agitazione di Anna, frenetica ed eccitata, si manifestano al primo gesto, quello di voler offrire un caffè, senza però conoscere davvero in fondo i gusti di Francesco. I dialoghi rimangono incerti, interrotti da silenzi sospesi e scomodi o da frasi di circostanza.

Si conoscono da mesi, in verità, eppure non si sono mai davvero presentati, stretti la mano, guardati negli occhi, annusati, accarezzati, abbracciati, toccati, non hanno mai danzato insieme. Complice un'app di dating, la loro relazione è cresciuta a distanza, mascherata dai filtri dello schermo, che appiana rughe e delusioni, inventando nuove versioni di sé e proiezioni dell’altro, che si sovrappongono e confondono l'identità, generando, a volte, fantasie e aspettative irreali e irrealizzabili.

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 La Chunga” per la regia di Carlo Sciaccaluga, al Teatro India di Roma

 

 

A neanche un anno dalla morte dello scrittore Mario Vargas Llosa, il Teatro India rende omaggio all’autore peruviano con lo spettacolo “La chunga”, il testo del narratore più rappresentato in Italia, dove la protagonista è un personaggio secondario estratto dal libro “La casa verde” del 1966. Testo teatrale curato direttamente da Llosa a cui probabilmente il direttore della Fondazione Teatro Roma, Luca De Fusco, vista la sua prima rappresentazione in questa versione per la regia di  Carlo Sciaccaluga, presentata per la prima volta a Catania nell’ambito di un progetto dedicato all’artista peruviano, proprio quando De Fusco era direttore dello Stabile etneo. E il successo di pubblico di questi giorni, mostra che non solo la scelta è stata azzeccata, grazie anche alle tematiche affrontate, che sono ne fanno un prodotto assolutamente attuale. La Chunga, è il nome del personaggio principale della pièce, donna scontrosa e urticante, proprietaria di un bar, nella città di Piura, nel nord del Perù, dove lo scrittore abitò da bambino. Un luogo desolato, circondato da distese di sabbia, con cui il narratore probabilmente ha dovuto fare i conti. E tutta la desolazione emerge non solo dai personaggi, ma anche dalla scenografia di Anna Varaldo, che racconta come un libro illustrato l’intento della storia, non solo nella scarna e iconica presenza di oggetti di scena fortemente simbolici, ma anche per il gioco di piani che si sdoppiano, dando esattamente l’effetto di una seconda scena, quella del ricordo, onirica e rarefatta.

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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