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All’Ambra Jovinelli è di scena l’Anfitrione secondo Solfrizzi: un Plauto brillante che diverte
Recensione dello spettacolo Anfitrione in scena al teatro Ambra Jovinelli di Roma dal 19 al 30 novembre 2025
Rimettere in scena l’Anfitrione di Plauto ai giorni nostri significa avere il coraggio di confrontarsi con un testo che ha attraversato i secoli indenne: Plauto non invecchia, non annoia e non è mai scontato. Con una lucidità inaspettata, la sua voce torna a sorprenderci trattando temi quali l’identità, il potere, l’inganno, il doppio, e lo fa con un brio tale che l’Anfitrione non sembrerebbe una tragicommedia del 206 a.C.
Diretto e interpretato da Emilio Solfrizzi, lo spettacolo all’Ambra Jovinelli abbraccia questa pesante eredità con un approccio ben chiaro: mantenere il ritmo brillante della commedia antica, ma alleggerirne il linguaggio per renderlo immediatamente fruibile allo spettatore moderno. È così che nasce un allestimento vivace, ben costruito, che si rivela non solo irresistibilmente divertente, ma persino attualissimo. Solfrizzi riesce a sfruttare bene il gioco degli equivoci, dei travestimenti e degli inganni e lo restituisce al pubblico come specchio del nostro tempo senza forzature ma con una lucidità che lascia pensare.
Storia vecchia, linguaggio moderno: Plauto alleggerito ma non superficiale
La vicenda è quella nota: Anfitrione, valoroso generale qui interpretato da Giancarlo Ratti, torna dalla guerra con il servo Sosia, alias Solfrizzi, ignaro che Giove (Ivano Falco), affascinato da Alcmena (Viviana Altieri), abbia assunto le sue sembianze per conquistarla. Quando il vero Anfitrione bussa alla porta di casa, scoppia il caos: Sosia non viene creduto da nessuno, il generale si ritrova estromesso dalla propria abitazione e gli spettatori, insieme ai personaggi stessi, perdono man mano le coordinate delle varie identità. Un gioco di scambi, conflitti e malintesi che Plauto padroneggia con una freschezza drammaturgica che risplende in modo particolare grazie al lavoro di adattamento del testo: la struttura plautina è rimasta, ma è stata tradotta in una lingua più agile e colloquiale, senza subire banalizzazioni. Anzi, alcune battute riscritte in chiave contemporanea facilitano l’italianizzazione dei giochi di parole e smussano le ruvidità del testo latino. E il risultato è un Plauto più snello, più immediato, che piace al pubblico.
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