Domenica, 09 Agosto 2026
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Recensione di ‘Ma che razza di Otello’ con Marina Massiroli a San Daniele del Friuli

 

L’ERT FVG ha proposto nel teatro di San Daniele del Friuli ‘Ma che razza di Otello’, che viene presentato come una rapsodia  per arpa e attrice alla riscoperta dell’Otello verdiano, scritta da Lia Celi, definita ‘autrice vivace – e appassionata melomane’.

Concretamente è una sorta di lunga conferenza in cui Marina Massiroli parla dell’ Otello di Verdi, con il supporto di un leggio su cui tiene dei fogli chi occasionalmente occhieggia ed il sostegno della brava arpista  Monica Micheli che suona dal vivo alcune pagine musicali.

Il pubblico ha applaudito alla fine, dimostrando di aver apprezzato il discorso della popolare attrice.

Noi rimaniamo perplessi .

Quando Verdi compose l’’Otello’  era un musicista famosissimo, che da anni non componeva più opere. Aveva deciso di rimettersi in gioco per raccontare la storia del Moro di Venezia, vicenda intensa e rivoluzionaria: protagonista assoluto era un uomo di colore, in un tempo di razzismo e di politica coloniale. Era un generale di Venezia, nonostante le origini africane; un uomo che aveva saputo combattere i pirati, guadagnandosi la stima della Repubblica marinara, fedele, affidabile, responsabile, obbediente.

Un’anima buona, ma fragile, che credeva nell’amicizia e che era grato a chi lo aveva accolto.

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Recensione della prima assoluta di ‘Le Nozze dell’Orso’ di Joe Schittino a Catania

Con grande coraggio alcuni teatri italiani si ricordano che compito delle Fondazioni Liriche è anche sostenere la musica contemporanea.

In una programmazione nazionale farcita di Traviate, Butterfly e Barbieri, che paiono essere messi in scena più per il bilancio che per il piacere delle platee, trovare realtà come il Bellini di Catania che commissionano un nuovo lavoro è entusiasmante.

Che poi la scelta cada su un musicista interessante e libero come Joe Schittino è una gioia: il compositore siciliano è profondamente uomo di teatro, musicista colto e preparatissimo, capace di innovare senza turbare, di dire qualcosa di profondamente nuovo senza violentare la tradizione. Certo non ha la notorietà che meriterebbe, almeno in Italia.

Turba che fosse più popolare quando era un bambino antipatico che andava da Costanzo, invece che adesso che è uno dei compositori più colti ed interessanti della classica internazionale.

Il  tema del lavoro era interessante: due racconti di Cechov, ‘L’Orso’ e ‘La Domanda di matrimonio’, uniti sapientemente in un’unica trama dal libretto di Alessandro Idonea, che riesce a servire le esigenze del musicista senza amputare la ricchezza narrativa del romanziere russo. Impresa complessa, ma risolta con bravura e che la platea apprezza anche grazie ai soprattitoli che consento di gustare l’aspetto letterario.

La partitura, molto ben diretta dal Maestro Domenico Famà, alla guida dell’ orchestra del Teatro Massimo Bellini non può lasciare indifferenti.

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Recensione del libro Carmen di Sangue al San Carlo. Gli gliommeri di De Fusco’ scritto dal soprano Valeria Esposito

 

Valeria Esposito è un soprano dalla carriera luminosissima.

Dopo un esordio abbastanza fortunoso e di grande successo, chiamata all’ultimo momento a sostituire una ‘diva del belcanto’ come Mariella Devia, la Esposito divenne rapidamente un nome di riferimento  per il canto d’agilità, vero diamante dei cartelloni dei principali teatri del mondo.

Artista di grande intelligenza, figura carismatica sulla scena è, oggi nel suo lavoro di insegnante , un tempo in quello di cantante ,  scrupolosissima nello studio di ogni ruolo, sia dal punto di vista musicale che scenico. Nulla mai affidato al caso, niente  tentato, ma ogni passaggio, ogni  gesto affrontato con un senso di responsabilità elevatissimo, verso pubblico e compositori.

Capace di note di strabiliante purezza, non ha mai ridotto il canto a mero esercizio musicale, ma ha sempre saputo andare oltre il suono, plasmando personaggi autentici, che colpissero il cuore, più che le orecchie, di chi ascoltava.

Autentica intellettuale, dalla vasta preparazione e dei tanti interessi, già prima di lasciare il palcoscenico, a nostro parere troppo presto, aveva prodotto alcuni interessanti lavori letterari. 

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Recensione dello spettacolo Miracolo a Milano in scena Teatro Strehler di Milano dal 4 marzo al 2 aprile 2026

 

All’ingresso maschere un po’ troppo zelanti controllano vivacemente i biglietti degli spettatori e li accompagnano al loro posto, mentre tra foyer, platea e balconata si aggirano personaggi elegantemente retro elargendo sorrisi e chiacchiere. Alcuni venditori distribuiscono caramelle, altri le lanciano, il pubblico lo invoca e Lino Guanciale appare e diverte, rendendo ancor più elettrica l’attesa. Poi le luci iniziano a calare, una voce annuncia - ma non è già cominciato? - l’inizio dello spettacolo. E tutto sa già di nostalgia: la proiezione di quel C’era una volta di Miracolo a Milano, l’ingresso del suo protagonista, Totò (Lino Guanciale) che gioca con il suo più famoso omonimo riproducendone le celebri movenze di quando, a colori, parte per il capoluogo lombardo in cerca di fortuna, l’invocazione alla mamma (una deliziosa Giulia Lazzarini) e la rievocazione di quell’orto di cavoli che l’ha resa tale. Da qui si dipana la messinscena del celebre film, attraverso uno spettacolo corale che unisce sapientemente il talento tutto umano della recitazione alle più riuscite innovazioni tecnologiche per alimentare un sogno ad occhi aperti di quasi tre ore.

È questo il tempo che ci mette Totò per imbattersi in tutte le sfumature che l’umanità può vantare: dai poveri ladruncoli e ai ricchi truffatori, dagli umili onesti e ai paria ripuliti, scontrandosi con le forze dell’ordine e sfidando potenze ultraterrene. Non perdendo mai la bontà, i propri occhi spalancati alla ricerca di quel posto dove buongiorno voglia dire davvero buongiorno, l’ironia e l’autoironia di chi sa che dovrà in qualche modo cavarsela. Come quando viene derubato della sua valigia da Alfredo (un eccellente Daniele Cavone Felicioni) ma finisce per regalargliela in cambio della sua amicizia. Ed è così che lo spettacolo corale attraversa indenne tutti i rischi di una trasposizione pedissequa, vantando attori e attrici eccellenti, effetti visivi poeticamente fiabeschi, scope volanti. Mantenendo intatto il senso del libro Totò il buono di Cesare Zavattini, da lui stesso adattato per il cinema con Vittorio De Sica alla regia: un surreale che sa di neorealismo perché spinge a credere a quanto la domestica Edvige (una convincente Sara Putignano), afferma circa Milano, ma vale per ogni luogo per cui si lotta: «L’amate, l’amate, l’amate anche quando la odiate, o credete di odiarla».

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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