Giovedì, 13 Agosto 2026
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Recensione dello Spettacolo Falstaff, l’arte di farla franca presso il Teatro Quirino di Roma dal 05 al 17 maggio 2026

 

L'arte della parola, della persuasione, della seduzione, dell'affabulazione, finanche dell'inganno, è protagonista, esaltata e smascherata allo stesso tempo, nel Falstaff di Davide Sacco, "Falstaff, l'arte di farla franca", in scena dal 5 al 17 maggio in prima nazionale al Teatro Quirino di Roma. Nel doppio ruolo di regista e autore Sacco propone, con un notevole sforzo di scrittura, una rivisitazione combinata dell’opera “Le allegre comari di Windsor” di Shakespeare, di cui eredita e mantiene la leggerezza e la comicità del protagonista e degli intrighi, e del Don Giovanni di Moliere, una commedia drammatica che ragiona, invece, sulla morale, sul concetto del Cielo come forza esterna e suprema, sulla presenza di un sommo giudice che non redime, bensì punisce chi pensa di potersi beffare di Lui. A interpretare Sir John Falstaff, il personaggio shakespeariano al limite tra comicità e dramma, è Emilio Solfrizzi che, calato immediatamente nella parte, passa tra gli astanti in sala, istrionico, egocentrico, narciso, avvolto nei lustrini di una giacca nera paillettes e raggiunge il palcoscenico, accompagnato da due soubrette che acclamano, a sorrisi spiegati, fragorosi applausi per il "one man show". Dopo una rapida arringa, sulla base di una incalzante colonna sonora e luci da varietà, che anticipa le intenzioni narrative e l'intreccio della storia, cala di colpo il drappo dorato ed è subito spettacolo. Sette personaggi, oltre Falstaff, colorati e caricaturati, animano il palcoscenico, alternandosi in un via vai di scene dal sapore brechtiano che ruotano su una piattaforma, creando una sensazione di costante circolarità, ritmo e movimento: due donne, le comari, che svolgono un ruolo centrale, smascherando gli inganni del seduttivo e ignaro Falstaff; i due camerieri aiutanti, apparentemente sciocchi eppure sufficientemente astuti da allearsi alle due donne e far cadere la maschera scanzonata e beffarda del loro padrone, riducendolo nel ridicolo e costringendolo, per la prima volta, a fare i conti con le conseguenze delle sue sconsiderate azioni; i due mariti delle comari, più avvezzi al gioco e alle sfide che realmente gelosi e preoccupati della fedeltà delle loro rispettive mogli, ma che, proprio per sfida, offrono a Falstaff, che si scompiscia e li schernisce, un compenso in denaro per corteggiarle e sedurle; il passante, un brav’uomo, creditore di Falstaff che, altresì bullo e menzognero, lo invischia in una rete di false lusinghe e discorsi fantasiosi che padroneggia fino a manipolare il suo interlocutore a suo piacimento e scopo; e infine l'onnipresente e centrale figura del mendicante, un personaggio più onirico che reale, che è allo stesso tempo coscienza e commendatore, il “convitato di pietra” preso in prestito dal Don Giovanni, che, dopo vari ma vani preavvisi, appare nell’ultimo atto per punire, una volta per tutte, l’irriverenza di Falstaff.

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Recensione di ‘Romeo e Juliette’ di Gounod al Teatro Verdi di Trieste

 

Il Verdi di Trieste ha messo in scena una interessante proposta: rappresentare sulla stessa struttura scenica  la vicenda di ‘Romeo e Giulietta’ nella versione lirica e di prosa, alternando gli spettacoli,

Stesso scenario, stessa regia: quella di Paolo Valerio, sul cui valore come uomo di teatro non ci sono dubbi.

Certamente i risultati sono differenti e, lo diciamo subito, a noi quello relativo al capolavoro di Gounod non ha convinto.

L’azione è stata spostata alla Prima Guerra Mondiale, ricordata attraverso molte proiezioni, sicuramente di grande impatto, anche per l’utilizzo di uno specchio che moltiplicava gli effetti visivi.

A parte che l’idea dello specchio l’abbiamo vista a Trieste nella celeberrima e ripetutamente proposta ‘Traviata’ di Svoboda/ Brockaus, nell’’Aida’ di de Hana e prima ancora nell’Andrea Chenier’ di Del Monaco, in questo caso l’effetto, che non poteva certo avere l’effetto della novità, ci è parso  incalzante, distraente.

Con punte di franco fastidio, probabilmente solo da parte nostra, quando nell’Overture le bombe scoppiavano a tempo di musica.

La guerra non è spettacolo e non va spettacolarizzata. Mai. Adesso meno che meno.

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Recensione dell’Opera Musical 55 secondi in prima mondiale al Giovanni da Udine

 

Il Friuli mezzo secolo fa è stato devastato da un terribile terremoto. Una regione distrutta, letteralmente rasa a terra, paesi cancellati, quasi mille morti, una ricostruzione motivata e motivante, un sistema di solidarietà capillare, vasto;  una ripartenza sicura, organizzata, che ha portato la regione a diventare un modello  per la gestione delle emergenze.  

Dopo 50 anni le case sono state ricostruite, i paesi hanno ripreso a vivere, pur con alcune criticità legate forse più ai cambiamenti sociali che al sisma, la protezione civile è diventata realtà nazionale e si continua a sbandierare il ‘ modello Friuli’ ogni volta che succede qualche sciagura.

Il 6 maggio 2026 ci sono state tante manifestazioni ufficiali: addirittura la presenza a Gemona del Friuli del  Presidente della Repubblica e della Presidente del Consiglio, a commemorare vivi e morti. 

Un anniversario che andava ricordato, celebrato e che in qualche momento è sembrato perfino festeggiato, quasi che la soddisfazione per essere ripartiti avesse cancellato il dolore che aveva costretto a fermarsi.

Francamente alcune manifestazioni ci lasciano perplessi, primo fra tutti un mega concerto di Andrea Boccelli, che non capiamo che affinità possa avere con il terremoto, con il Friuli, con la ricostruzione .

Perché il rischio  della spettacolarizzazione a tutti i costi, della sacralizzazione della tragedia sono dietro l’angolo e rischiano di far perdere la genuinità dell’evento.

Il Friuli è rinato anche perché ha saputo credere in se stesso, perché ha scelto di epicizzare il proprio passato di fatica e di sacrifici e di trasformare la criticità in identità.

Era, per certi versi lo è ancora, terra di sforzi , di impegno, di senso del dovere e di concretezza. Valori che cozzano con l’apparenza, il clamore, l’ostentazione e l’egoreferenzialità.

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Dalla mostra personale di Hans Op de Beeck ai percorsi percettivi proposti da Olivier Boréel e Perrine Mornay

 

La nostra testata ha un legame consolidato per le attività che propone “Dello Scompiglio” ideato e diretto dalla regista e artista Cecilia Bertoni, che prende vita nella omonima Tenuta, situata alle porte di Lucca, sulle colline di Vorno, poiché è una delle realtà più innovative sul territorio nazionale che coniuga all’interno di “un luogo” la necessità di produrre ed esporre diverse forme di percorsi d’arte. Il luogo è inserito profondamente nella natura, la abita e ne è abitato. Una scelta di relazione con l’ambiente di profonda sostenibilità che da’ vita anche ad un’azienda agricola e cucina, che mantiene con grande integrità il percorso di responsabilità ambientale che si è proposto. L'Associazione dal 2007 crea, produce e ospita spettacoli, concerti, mostre, installazioni; realizza residenze di artisti, laboratori, corsi e workshop; organizza e propone itinerari performatici all’aperto, visite guidate, lezioni Metodo Feldenkrais®; gestisce lo Spazio Performatico ed Espositivo (SPE); il tutto tenendo presente tutte le innovazioni culturali che si muovono in Europa e non solo e proponendo percorsi artistici sempre estremamente impattanti. E’ sicuramente questo il caso delle tre operazioni artistiche di cui abbiamo fruito nella giornata del 25 aprile e che ci ha sottoposto a una “resistenza emotiva”, su cui ci siamo dovuti interrogare a lungo.

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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