Recensione dello spettacolo "Con la carabina", in scena allo Spazio Diamante di Roma e premio UBU nel 2022 per la migliore regia
Ci vuole tempo per prendersi cura del proprio gusto estetico e una conoscenza del teatro che prevarica ogni giudizio, anche verso se stessi, nel ritrovarsi a trovare profondamente bello ciò che in una lettura di superficie può apparire estremamente atroce. C’è una frase di Artaud che più di tutte, a nostro parere, descrive ciò che intimamente il pubblico anela quando si approccia all’esperienza teatrale: “Dichiaratamente o no, consciamente o no, ciò che in fondo il pubblico cerca nell’amore, nel delitto, nelle droghe, nella guerra o nell’insurrezione è uno stato poetico, una trascendente esperienza vitale”; che ogni consuetudine che lo tiene in vita si trasformi in uno stato poetico.
Non esagero nel dire che negli spettacoli di Licia Lanera questo accade, prepotentemente, irrimediabilmente. Sicuramente ciò è accaduto in chi vi scrive nel vedere “Con la carabina”, dove la regista, proprio perché sa che a fine spettacolo nel pubblico può insorgere quell’ “esperienza vitale”, lo “preserva” invitandolo ad uscire dalla sala senza dargli il tempo dell’applauso, del decantare, del sopire al morso di quel pugno nello stomaco; tuto deve restare lì, in quella sospensione di memoria che rimarrà scolpita in qualche parte del cervello. Il testo, “À la carabine” (2020) della drammaturga francese Pauline Peyrade, racconta di una bambina di undici anni che il tribunale francese ha ritenuto fosse consenziente di uno stupro subito ad opera di un amico del fratello. Una scrittura potente che si muove tra analessi e prolessi, salti continui di memoria che costringono lo spettatore a tenere un filo mentale continuo, assai difficile da ammatassare. Ma seppure il testo fa un grande dono alla potenza della messa in scena, in questa operazione è la regia che costruisce la finitezza di un prodotto davvero ben riuscito.
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