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Al Sala Umberto il Don Giovanni di Arturo Cirillo danza sull’orlo del precipizio
Recensione dello spettacolo Don Giovanni in scena al Teatro Sala Umberto di Roma dal 3 all’ 8 marzo 2026
Generalmente associato al nome di Mozart, il Don Giovanni non è solo il libretto di Da Ponte creato per il compositore austriaco, ma è anche la tragicommedia di Molière. Tre nomi importanti della storia del teatro e della musica mondiali, legati tra loro da un solo mito che Arturo Cirillo ha avuto l’ambizione e la capacità di far convivere in un unico testo senza che nessuno dei tre prevalesse sull’altro. Il suo Don Giovanni risulta uno spettacolo riuscito perché non è frutto di un mero collage fra testi, ma è una drammaturgia organica realizzata con la pazienza di chi il materiale lo studia da tempo: non c'è nulla di improvvisato. C'è invece la precisione di chi conosce ogni battuta del testo e ha scelto la strada meno ovvia.
Il Don Giovanni di Cirillo: quando Molière, Mozart e Da Ponte dialogano in un unico spettacolo
Fin dalle prime battute, c'è una domanda che risuona nell’aria: cosa succederebbe se Don Giovanni smettesse di sedurre e riuscisse a redimersi? La risposta, implicita in ogni gesto, in ogni pausa, in ogni risata, è che semplicemente non potrebbe. Il suo non è un vizio né libertinaggio: lui vive l’amore e la seduzione come un gioco, e senza questa recita perpetua Don Giovanni cesserebbe di esistere. Cirillo lo sa, e ha costruito il suo spettacolo esattamente intorno a questa consapevolezza: il suo Don Giovanni, infatti, non è un seduttore da punire, ma un uomo condannato alla propria libertà e destinato a morire di sé stesso.
Nel realizzare questo spettacolo, la scommessa drammaturgica di Cirillo è ambiziosa quanto rischiosa, ma è sicuramente vinta. È riuscito a far convivere tre padri nobili dello stesso mito, facendo confluire in un unico spettacolo l’anima di ciascuno per dar vita a un testo più fluido e contemporaneo. Dal commediografo francese ha mutuato la comicità paradossale e ossessiva, quel gusto per l'assurdo che a tratti evoca Beckett più che il Grand Siècle. Da Da Ponte ha tratto la vena poetica, quella drammatica leggerezza che solo il grande librettista veneziano sapeva giostrare con tale equilibrio. Di Mozart è inevitabilmente la musica, non come citazione né come sottofondo, ma come struttura emotiva dello spettacolo: le composizioni di Mario Autore dialogano con la melodia mozartiana, la rievocano senza imitarla, allestendo un paesaggio sonoro capace di essere festoso e funereo nel volgere di pochi minuti.
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