Recensione dello spettacolo Confini in scena al teatro Spazio Diamante di Roma dal 6 all’8 marzo 2026
Venti chilometri. Tanto basta su una app per far apparire un profilo come vicino. Eppure, questi venti chilometri che separano Israele dal Libano sono forse la distanza più corta e più insuperabile che possa esistere tra due persone. Ed è da questo paradosso, geografico, politico e soprattutto umano, che la pièce Confini prende vita, portando in scena il racconto coraggioso del drammaturgo israeliano Nimrod Danishman.
Raccontare la geopolitica attraverso l’intimità
Due i protagonisti: Boaz, ragazzo israeliano, e George, libanese. Si conoscono sulla app di incontri, si scrivono ogni giorno, si cercano e, inevitabilmente, si desiderano attraverso lo schermo di uno smartphone. Entrambi sanno che non possono incontrarsi, eppure continuano a sentirsi: il desiderio di amare non chiede il permesso alla storia, e l'attrazione tra due corpi non passa per i checkpoint di frontiera. Quando decidono di vedersi a Berlino , città scelta non a caso come simbolo di muri abbattuti e ferite suturate, lo spettacolo cambia passo e diventa qualcos'altro: non più una storia d'amore digitale, ma una prova di resistenza.
Il cambiamento avviene nel silenzio tra un messaggio inviato e uno ricevuto, in quella frazione di secondo in cui l’uno attende che l’altro risponda. È lì, in quella pausa digitale, che il peso di anni di guerra si fa sentire con più forza di qualsiasi rappresentazione diretta. Questa è la scelta più riuscita dello spettacolo: tenere il conflitto quasi sullo sfondo per mostrarne gli effetti dentro i corpi, dentro i desideri, dentro le esitazioni di due ragazzi che, come tanti, si desiderano e non possono incontrarsi.
L'amore come territorio senza frontiere
Boaz e George si incontrano su Grindr che diventa il punto di partenza dell’intera tesi drammaturgica. La app di incontri rappresenta il primo luogo in cui i confini geografici e politici non esistono: l’algoritmo non controlla i passaporti, la geolocalizzazione non chiede da che parte stai in una guerra. Quella che nasce tra loro è una relazione che sfida sia la frontiera di stato che la norma sociale, in due paesi in cui l'omosessualità è vissuta con intensità diverse ma con uguale difficoltà.
I due interpreti, Daniele Alan Carter e Claudio Cammisa, rendono giustizia a questa doppia pressione mettendola a fuoco con misura e precisione: Boaz appare trattenuto e ironico per autodifesa, mentre George incarna una vulnerabilità più esposta, quasi ingenua. Insieme non cercano di commuovere e forse proprio per questo ci riescono, senza che lo spettatore se ne accorga. Le musiche originali di Luigi Mas, eseguite dal vivo, aiutano a vivere maggiormente il dramma tra i due amanti, accompagnando le loro oscillazioni emotive senza mai anticiparle o spiegarle. La regia di Enrico Maria Lamanna sceglie un approccio essenziale, concentrandosi sul rapporto tra i due attori e lasciando che sia il lavoro degli interpreti a guidare lo spettacolo. L’attenzione resta così focalizzata sulla parola e sulla relazione, elementi centrali di un testo che vive soprattutto di dialogo.
Il teatro politico dell'intimità
Nimrod Danishman appartiene a quel filone di drammaturgia politica contemporanea che ha compreso una cosa fondamentale: i grandi conflitti si capiscono meglio quando li si guarda dal basso. Confini non mette in scena la guerra israelo-libanese, ma qualcosa di più traumatico e intimo, ovvero ciò che la guerra fa alle persone quando abbassano la guardia, quando desiderano, quando sperano. La guerra è presente in ogni battuta anche se non viene mai nominata direttamente: si percepisce come una presenza ingombrante che occupa la scena senza mostrarsi, un terzo incomodo che il regista sceglie saggiamente di non esorcizzare, lasciandolo agire nel non detto, nel gesto trattenuto, nel silenzio che pesa quanto una parola.
Conclusioni
Alla fine dello spettacolo resta una consapevolezza difficile da scrollarsi di dosso: i confini veri non sono soltanto le linee tracciate sulle mappe. Sono le narrazioni che costruiamo su noi stessi per difendere la nostra identità, le paure che ereditiamo senza accorgercene, le distanze che continuiamo a mantenere anche quando desideriamo avvicinarci.
In questo senso, il teatro diventa l’unico luogo in cui queste barriere possono essere messe in discussione, interrogate e momentaneamente sospese. E Confini ci ricorda che, in un mondo che continua a erigere muri, ogni barriera, prima o poi, può essere attraversata.
Diana Della Mura
10 marzo 2026