Recensione di ‘Madama Butterfly’ al Teatro Verdi di Trieste
Nel nostro tempo ci sono sempre più spesso delle dipendenze: dall’alcol, dalla droga, dal computer, dal telefonino.
A Trieste pare ci sia una dipendenza da ‘Madama Butterfly’. Come spiegare, altrimenti, la presenza del titolo in ben sette stagioni dal 2002, tenendo oltretutto conto che in questo periodo c’è stata la chiusura per il Covid? La storia della piccola giapponesina è andata in scena 46 volte in meno di 25 anni. Un record.
Peraltro gli spettacoli sono stati premiati da serie di sold out, con settimane di anticipo rispetto alla prima. Che testimoniano il piacere per il titolo ed una fiducia preventiva negli spettacoli, francamente non sempre ripagata.
In questi anni ci sono state Cio Cio San da manuale, a cominciare da una insuperata Fiorenza Cedolins che ha cesellato una delle grandi pagine della storia del Verdi, con Pinkerton vocalmente di grande rilievo, come Francesco Hong ed il sempre più bravo Luciano Ganci. Ma anche diversi scivoli. D’altra parte un tempo, quando ancora si pensava che nel mondo dell’opera ci fossero delle regole, il ruolo della protagonista era un punto d’arrivo in una carriera, una di quelle tappe che segnavano la scelta del repertorio. Cio Cio San richiede estensione, potenza, ma anche delicatezza, luminosità di suono, filati. Si diceva, sempre in quel tempo remoto in cui i cantanti avevano un repertorio e non erano considerati, da agenti e direttori artistici, dei Superman del pentagramma, spesso costretti, però, a lasciare presto le corde vocali sullo spartito, che chi cantava quella parte non poteva affrontare ruoli spinti come Turandot od Abigaille. Sono state grandissime interpreti di questo ruolo la Olivero, Mirella Freni, la Kabaivanska, la Cedolins e nessuna di loro è stata la figlia di Nabucco e tantomeno la principessa di ghiaccio.