Martedì, 14 Luglio 2026
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Recensione dello spettacolo Civico 33 – Monologhi di donne in scena al teatro Spazio Diamante di Roma dal 13 al 15 marzo 2026

 

Ci sono palazzi uguali a mille altri, e poi ce ne sono altri che diventano un repertorio di voci, di solitudini, di confessioni. In Civico 33, il condominio immaginato da Emanuela Panatta e portato in scena insieme ad Alessandra Fallucchi, le porte degli appartamenti non si aprono su corridoi ma su monologhi interiori. Donne diverse per età, sogni e ferite si affacciano sulla scena come se fosse il pianerottolo della propria coscienza. Parlano d’amore, di lavoro, di fallimenti e di desideri per cui vale ancora la pena lottare. Ma soprattutto parlano per non restare in silenzio.

Lo spettacolo, tratto dall’omonimo libro della stessa Panatta, si presenta come una messinscena corale che mostra una galleria di archetipi femminili contemporanei per raccontare la precarietà sentimentale, lavorativa ed esistenziale delle donne odierne. Tipi umani riconoscibili che spaziano dalla precaria all'arrabbiata, dall'idealista all'arrivista, dall’innamorata alla golosa e che convivono in quello spazio fittizio come nella realtà: senza armonia e con tutto il rumore di fondo di chi cerca un posto nel mondo riuscendo a malapena a trovarlo. 

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Recensione di ‘Lucia di Lammermoor’  al Teatro Comunale ‘ Mario del Monaco’ a Treviso

 

‘Lucia di Lammermoor’ è opera impegnativa. Per i cantanti, che devono affrontare una partitura  infarcita di difficoltà. Per il direttore che deve trovare colori, supportare gli interpreti, individuare tempi giusti per la narrazione, ma anche per il canto. Per il regista, cui spetta  trovare una chiave di lettura ad una vicenda  tipicamente ottocentesca ma anche tristemente attuale.

 Portare in scena il titolo donizettiano è una grande responsabilità per un teatro e Treviso ha ulteriormente alzato l’assicella, puntando ad un cast giovane ed ad un allestimento agile ma ricco di spunti. La scommessa, coraggiosa, del direttore artistico Stefano Canazza, che ha dovuto anche risolvere una serie di imprevedibili defezioni,  è stata vinta alla grandissima, premiata da un teatro stracolmo di pubblico per tutte le repliche, applausi ed autentiche ovazioni per cantanti, regista, scenografo e direttore, a riprova, ancora una volta, che quando la passione incontra la competenza, non esistono barriere che non si possano superare.

La regia portava la firma di Giulio Ciabatti, che ha lavorato, con successo, in diverse occasioni sul titolo donizettiano ed ha maturato una visione intensa e matura della vicenda . Supportato dalle scene eleganti ed essenziali di Platon Bardhi, ben illuminate da Andrea Gritti, ha costruito un percorso narrativo interessante, con simbologie centrate ed una apprezzata attenzione sulla recitazione dei singoli interpreti, che hanno saputo uscire con successo dagli stereotipi che spesso hanno infestato questo titolo. Ci sono stati momenti intensi, come  per esempio il dialogo di sguardi fra Lucia ed il dipinto che la vuole sposa  .

Matteo Dal Maso , bacchetta giovane, brillante e solidamente preparata, guida con gesto elegante i musicisti dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta. La sua lettura è fresca, intensa, attentissima nei tempi .  Il suono è ampio, articolato, equilibratissimo nelle sezioni e nei volumi, mai sovrabbondanti. Supporta con bravura i cantanti ed esalta gli strumentisti, come l’arpista Tiziana Tornari nell’aria ‘ Regnava nel silenzio’, segnalandosi come una delle bacchette più interessanti della sua generazione. Plauso a chi che ha avuto il coraggio, ma anche la competenza e la sensibilità, di puntare ad un direttore di soli 28 anni, dimostrando ancora una volta l’importanza dei teatri di tradizione, che quando sono guidati nel giusto modo diventano autentiche fucine di arte.  

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Recensione dello spettacolo Confini in scena al teatro Spazio Diamante di Roma dal 6 all’8 marzo 2026

 

Venti chilometri. Tanto basta su una app per far apparire un profilo come vicino. Eppure, questi venti chilometri che separano Israele dal Libano sono forse la distanza più corta e più insuperabile che possa esistere tra due persone. Ed è da questo paradosso, geografico, politico e soprattutto umano, che la pièce Confini prende vita, portando in scena il racconto coraggioso del drammaturgo israeliano Nimrod Danishman. 

Raccontare la geopolitica attraverso l’intimità 

Due i protagonisti: Boaz, ragazzo israeliano, e George, libanese. Si conoscono sulla app di incontri, si scrivono ogni giorno, si cercano e, inevitabilmente, si desiderano attraverso lo schermo di uno smartphone. Entrambi sanno che non possono incontrarsi, eppure continuano a sentirsi: il desiderio di amare non chiede il permesso alla storia, e l'attrazione tra due corpi non passa per i checkpoint di frontiera. Quando decidono di vedersi a Berlino , città scelta non a caso come simbolo di muri abbattuti e ferite suturate, lo spettacolo cambia passo e diventa qualcos'altro: non più una storia d'amore digitale, ma una prova di resistenza. 

Il cambiamento avviene nel silenzio tra un messaggio inviato e uno ricevuto, in quella frazione di secondo in cui l’uno attende che l’altro risponda. È lì, in quella pausa digitale, che il peso di anni di guerra si fa sentire con più forza di qualsiasi rappresentazione diretta. Questa è la scelta più riuscita dello spettacolo: tenere il conflitto quasi sullo sfondo per mostrarne gli effetti dentro i corpi, dentro i desideri, dentro le esitazioni di due ragazzi che, come tanti, si desiderano e non possono incontrarsi. 

L'amore come territorio senza frontiere

Boaz e George si incontrano su Grindr che diventa il punto di partenza dell’intera tesi drammaturgica. La app di incontri rappresenta il primo luogo in cui i confini geografici e politici non esistono: l’algoritmo non controlla i passaporti, la geolocalizzazione non chiede da che parte stai in una guerra. Quella che nasce tra loro è una relazione che sfida sia la frontiera di stato che la norma sociale, in due paesi in cui l'omosessualità è vissuta con intensità diverse ma con uguale difficoltà. 

I due interpreti, Daniele Alan Carter e Claudio Cammisa, rendono giustizia a questa doppia pressione mettendola a fuoco con misura e precisione: Boaz appare trattenuto e ironico per autodifesa, mentre George incarna una vulnerabilità più esposta, quasi ingenua. Insieme non cercano di commuovere e forse proprio per questo ci riescono, senza che lo spettatore se ne accorga. Le musiche originali di Luigi Mas, eseguite dal vivo, aiutano a vivere maggiormente il dramma tra i due amanti, accompagnando le loro oscillazioni emotive senza mai anticiparle o spiegarle. La regia di Enrico Maria Lamanna sceglie un approccio essenziale, concentrandosi sul rapporto tra i due attori e lasciando che sia il lavoro degli interpreti a guidare lo spettacolo. L’attenzione resta così focalizzata sulla parola e sulla relazione, elementi centrali di un testo che vive soprattutto di dialogo.

Il teatro politico dell'intimità

Nimrod Danishman appartiene a quel filone di drammaturgia politica contemporanea che ha compreso una cosa fondamentale: i grandi conflitti si capiscono meglio quando li si guarda dal basso. Confini non mette in scena la guerra israelo-libanese, ma qualcosa di più traumatico e intimo, ovvero ciò che la guerra fa alle persone quando abbassano la guardia, quando desiderano, quando sperano. La guerra è presente in ogni battuta anche se non viene mai nominata direttamente: si percepisce come una presenza ingombrante che occupa la scena senza mostrarsi, un terzo incomodo che il regista sceglie saggiamente di non esorcizzare, lasciandolo agire nel non detto, nel gesto trattenuto, nel silenzio che pesa quanto una parola.

Conclusioni 

Alla fine dello spettacolo resta una consapevolezza difficile da scrollarsi di dosso: i confini veri non sono soltanto le linee tracciate sulle mappe. Sono le narrazioni che costruiamo su noi stessi per difendere la nostra identità, le paure che ereditiamo senza accorgercene, le distanze che continuiamo a mantenere anche quando desideriamo avvicinarci. 

In questo senso, il teatro diventa l’unico luogo in cui queste barriere possono essere messe in discussione, interrogate e momentaneamente sospese. E Confini ci ricorda che, in un mondo che continua a erigere muri, ogni barriera, prima o poi, può essere attraversata.

 

 

Diana Della Mura

10 marzo 2026

 

 

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Recensione della seconda compagnia de ‘Il Trovatore’ al teatro Verdi di Trieste.

 

Abbiamo recentemente chiuso la recensione del primo cast de ‘Il Trovatore’ allestito a Trieste promettendo che avremmo riferito, come sempre, del cast alternativo ma anche della recita ad Udine, che sarà la settimana prossima e che vedrà in campo gli interpreti titolari, alla fine di un buon ciclo di repliche, che pensiamo avranno rodato meglio lo spettacolo.

Cominciamo quindi con la replica che vede in campo Samuele Simoncini, Alessia Nadin, Chiara Mogini, Daniele Terenzi, Yongheng Dong.

Premessa è che anche in questa occasione è stato un grande successo di botteghino, tanti stranieri nel pubblico, molti applausi.

Da quello che leggiamo anche la critica titolata appare entusiasta di tutto e di tutti e quindi cominciando con  la dichiarazione della nostra difficoltà a recensire.

Evidente che non abbiamo capito nulla.

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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