Recensione di ‘Lucia di Lammermoor’ al Teatro Comunale ‘ Mario del Monaco’ a Treviso
‘Lucia di Lammermoor’ è opera impegnativa. Per i cantanti, che devono affrontare una partitura infarcita di difficoltà. Per il direttore che deve trovare colori, supportare gli interpreti, individuare tempi giusti per la narrazione, ma anche per il canto. Per il regista, cui spetta trovare una chiave di lettura ad una vicenda tipicamente ottocentesca ma anche tristemente attuale.
Portare in scena il titolo donizettiano è una grande responsabilità per un teatro e Treviso ha ulteriormente alzato l’assicella, puntando ad un cast giovane ed ad un allestimento agile ma ricco di spunti. La scommessa, coraggiosa, del direttore artistico Stefano Canazza, che ha dovuto anche risolvere una serie di imprevedibili defezioni, è stata vinta alla grandissima, premiata da un teatro stracolmo di pubblico per tutte le repliche, applausi ed autentiche ovazioni per cantanti, regista, scenografo e direttore, a riprova, ancora una volta, che quando la passione incontra la competenza, non esistono barriere che non si possano superare.
La regia portava la firma di Giulio Ciabatti, che ha lavorato, con successo, in diverse occasioni sul titolo donizettiano ed ha maturato una visione intensa e matura della vicenda . Supportato dalle scene eleganti ed essenziali di Platon Bardhi, ben illuminate da Andrea Gritti, ha costruito un percorso narrativo interessante, con simbologie centrate ed una apprezzata attenzione sulla recitazione dei singoli interpreti, che hanno saputo uscire con successo dagli stereotipi che spesso hanno infestato questo titolo. Ci sono stati momenti intensi, come per esempio il dialogo di sguardi fra Lucia ed il dipinto che la vuole sposa .
Matteo Dal Maso , bacchetta giovane, brillante e solidamente preparata, guida con gesto elegante i musicisti dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta. La sua lettura è fresca, intensa, attentissima nei tempi . Il suono è ampio, articolato, equilibratissimo nelle sezioni e nei volumi, mai sovrabbondanti. Supporta con bravura i cantanti ed esalta gli strumentisti, come l’arpista Tiziana Tornari nell’aria ‘ Regnava nel silenzio’, segnalandosi come una delle bacchette più interessanti della sua generazione. Plauso a chi che ha avuto il coraggio, ma anche la competenza e la sensibilità, di puntare ad un direttore di soli 28 anni, dimostrando ancora una volta l’importanza dei teatri di tradizione, che quando sono guidati nel giusto modo diventano autentiche fucine di arte.