Recensione di ‘Il Barbiere di Siviglia’ di Rossini inaugura la stagione di opera e balletto del teatro di Trieste
Il Verdi di Trieste inaugura la stagione con una doppia produzione firmata, per regia, scene e costumi, da Pier Luigi Pizzi: ‘Il Barbiere di Siviglia’ di Rossini e ‘Le Nozze di Figaro’ di Mozart.
Alla conferenza stampa abbiamo appreso che questa accoppiata, in verità coraggiosa se non ardita, è un’idea di Paolo Rodda, che con questo spettacolo ha, di fatto, salutato il pubblico triestino, visto che il giorno dopo la presentazione pubblica, Valerio Vicari è stato nominato il nuovo direttore artistico del teatro.
Nelle due opere si alternano cast che non prevedono sostituzioni o cambi ed in questo modo il teatro offre al pubblico, per tre fine settimana, la possibilità di assistere ai differenti spettacoli in due giorni di seguito.
Una idea felice, in un periodo in cui la città offre una immagine particolarmente suggestiva, che trova supporto importante nella qualità della proposta teatrale.
La scena, in classico stile Pizzi, è dominata da una struttura architettonica pulita, geometricamente severa, che con alcuni abili spostamenti trasforma l’ambiente dall’esterno della casa all’interno dell’abitazione di don Bartolo.
Pochi gli interventi cromatici, affidati al rosso di un mantello; al viola del cappotto del tutore di Rosina e dell’abito di Berta; agli abiti di Rosina.
Abbaglianti le luci, firmate dall’aiuto regista Massimo Pizzi Gasparon Contarini, che sublimano i bianchi, ingioiellandoli di toni metafisici.
Pizzi ha previsto che la scena sia edificata su tre gradini, una sorta di crepidoma, che se da un lato complicano la fruizione acustica in qualche momento, soprattutto all’inizio con il palcoscenico svuotato, dall’altro raccontano la sacralità pagana del Teatro, Tempio della cultura, luogo al tempo stesso del finto e del vero.
Questa la suggestione emersa prepotente: da una parte una visione più convenzionale, prevedibile, con qualche forzatura, alcune gag , delle macchiette, secondo la lettura più consueta del capolavoro rossiniano; dall’altro il sentimento vero, trasmesso con convinzione da alcuni personaggi, che cercano di uscire dallo stereotipo.
Quindi non solo il teatro nel teatro, che è ormai una sorta di firma del regista, ma un dialogo fra apparenza e sostanza, fra maschere e cuore, fra gesto plateale e sfumatura.